Rimanere sulla Terra nelle cose sociali
I maestri di spiritualità raccomandano di limitare l’immaginazione man mano che si progredisce nel farsi pervadere dalla fede. Presentano questo metodo come uno sbucciare una cipolla, strato dopo strato. L’immaginazione, infatti, inganna e va considerata come le rotelle delle biciclettine dei bimbi che imparano a pedalare.
Purtroppo, invece, quando tra laici ci si incontra tentando di realizzare un nuova esperienza comunitaria l’ecclesialese che ci si sente in dovere di praticare complica le cose. Si tratta, in definitiva, di cercare di andare d’accordo nelle relazioni quotidiane che riguardano le cose elementari. Questo ci esime dal travaglio della teologia, della quale, in genere, si ha poca dimestichezza, finendo per uscirsene non di rado con quelli che a un competente apparirebbero degli strafalcioni. Del resto, a ben vedere, il Maestro non fu un teologo e si scelse come discepoli più cari delle persone incolte.
Questo non significa che la teologia non serva, perché in realtà ci è necessaria per capire come considerare le nostre complicate società nell’ottica di fede e quindi anche per trovare orientamenti. Ma è necessario esserci acculturati e, per insegnarla con competenza, anche specificamente formato. La teologia, infatti, dall’Undicesimo secolo è stata costruita come scienza, non come letteratura generalista e tanto meno come un complesso di confuse ed estemporanee chiacchiere ispirate. Tuttavia, naturalmente, si può, e anzi si deve, descrivere la propria fede parlando e scrivendone senza per questo doversi fare prima teologo. Questo pone al riparo da una certa presunzione e anche ad una qualche aggressività che storicamente si è quasi sempre manifestata nel discorso teologico, e questo fin dalle origini, quindi ancor prima che la teologia avesse statuto scientifico e richiedesse pertanto un discorrererigoroso, vale a dire conseguente con le premesse.
Ho notato che gli incolti in teologia, quando parlano in ecclesialese, il confuso gergo a sfondo teologico che sembra di prammatica quando i laici che hanno qualche funzione ecclesiale discorrono in presenza del clero, hanno l’anatema facile, mentre, ai tempi nostri, i teologi per così dire professionali, e si possono fregiare del titolo solo coloro che hanno conseguito un dottorato, vale a dire un grado accademico specialistico post laurea, sono in genere molto più cauti e tolleranti.
Quando costruiamo le nostre società di prossimità cerchiamo anzitutto di avere presente il comandamento evangelico dell’agápe, che significa fare società in modo amicale, misericordioso, benevolo, solidale, e, facendo tesoro dell’esperienza ecclesiale di sempre, attestata finanche negli scritti nel neotestamentari, cerchiamo di non impuntarci su questione di parole, considerando la tentazione di escludere i dissenzienti come quella di un peccato grave. Che nessuno di noi, che non ne abbiamo ricevuto la specifica funzione, osi mai dire ad un’altra persona “Tu non sei di Cristo!”.
Teniamo a freno lingua e immaginazione, facciamo elenchi di cose da fare insieme e dividiamoci i compiti da buoni amici, cercando di essere costanti nel rispettare gli impegni presi.
Mario Ardigó- Azione Cattolica in San Clemente papa- Roma, Monte Sacro, Valli