sabato 8 maggio 2021

Enciclica Fratelli tutti - di papa Francesco - 3OTT20 - capitolo 7° [numeri dal 225 al 270] Percorsi di un nuovo incontro - sintesi ristretta e sintesi estesa -

 

 

 

 

 

Enciclica Fratelli tutti -  di papa Francesco - 3OTT20 

capitolo 7° [numeri dal 225 al 270] Percorsi di un nuovo incontro 

sintesi ristretta e sintesi estesa 


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Sabato 8 maggio, ore 16:45, 20° riunione in Google Meet del gruppo AC San Clemente per dialogare sul settimo capitolo dell'enciclica "Fratelli tutti". 

   Trovate link e codice di accesso nella Lettera ai soci  che è stata inviata via email e che in questi giorni è stata consegnata per posta ai soci che ancora non ci hanno comunicato un recapito email.

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Sintesi ristretta

 

1. C’è bisogno di artigiani della pace per rimarginare le ferite sociali e avviare processi di guarigione. Sono necessari nuovi incontri, per risolvere i precedenti conflitti. Di questi ultimi occorre fare memoria penitenziale [purificazione della memoria  la chiamava Giovanni Paolo 2°], vale a dire veritiera: la verità storica  chiara e nuda.

  Fare pace significa lavorare insieme, pur senza pretendere di omogeneizzare la società.

  La base della pace è il desiderio di condividere invece di dominare per accaparrarsi la maggior ricchezza possibile.

 La pace è possibile dove ciascuno si sente veramente a casa.

  Costruire la pace è un processo, un percorso verso la pace. E’ un lavoro artigianale, che proprio perché tale può coinvolgere tutti. Esso deve essere condotto senza tregua, non ha un punto finale. Al suo centro vi deve persona umana, la sua altissima dignità e il rispetto del bene comune.

  La pace non è solo assenza di guerra, ma l’impegno continuo a riconoscere, garantire e ricostruire concretamente la dignità, spesso dimenticata o ignorata, dei nostri fratelli.

 2. In ogni gruppo umano vi sono lotte di potere.

  Mai Gesù Cristo ha invitato a fomentare la violenza o l’intolleranza.

 Ma non si tratta di proporre un perdono rinunciando ai propri diritti davanti a un potente corrotto, a un criminale o a qualcuno che degrada la nostra dignità. Siamo chiamati ad amare tutti, senza eccezioni, però amare un oppressore non significa consentire che continui ad essere tale; e neppure fargli pensare che ciò che fa è accettabile.

  Perdonare non vuol dire permettere che continuino a calpestare la dignità propria e altrui, o lasciare che un criminale continui a delinquere. Chi patisce ingiustizia deve difendere con forza i diritti suoi e della sua famiglia, proprio perché deve custodire la dignità che gli è stata data, una dignità che Dio ama. Ciò che conta è non farlo per alimentare un’ira che fa male all’anima della persona e all’anima del nostro popolo, o per un bisogno malsano di distruggere l’altro scatenando una trafila di vendette.   

  Ci sono silenzi che possono significare il rendersi complici di gravi errori e peccati. Invece la vera riconciliazione non rifugge dal conflitto, bensì si ottiene nel conflitto, superandolo attraverso il dialogo e la trattativa trasparente, sincera e paziente.

  Da chi ha sofferto molto in modo ingiusto e crudele, non si deve esigere una specie di “perdono sociale”. La riconciliazione è un fatto personale, e nessuno può imporla all’insieme di una società, anche quando abbia il compito di promuoverla.

  Non è possibile decretare una “riconciliazione generale”, pretendendo di chiudere le ferite per decreto o di coprire le ingiustizie con un manto di oblio. Chi può arrogarsi il diritto di perdonare in nome degli altri?  

3.  Non possiamo permettere che le attuali e le nuove generazioni perdano la memoria di quanto accaduto di male nel passato: quella memoria che è garanzia e stimolo per costruire un futuro più giusto e fraterno. 

  Quando vi sono state ingiustizie da ambo le parti, va riconosciuto con chiarezza che possono non aver avuto la stessa gravità o non essere comparabili. La violenza esercitata da parte delle strutture e del potere dello Stato non sta allo stesso livello della violenza di gruppi particolari.

 E’ facile oggi cadere nella tentazione di voltare pagina dicendo che ormai è passato molto tempo e che bisogna guardare avanti. No, per amor di Dio! Senza memoria non si va mai avanti, non si cresce senza una memoria integra e luminosa.

 Quando c’è qualcosa che per nessuna ragione dobbiamo permetterci di dimenticare, tuttavia, possiamo perdonare.

  Se il perdono è gratuito, allora si può perdonare anche a chi stenta a pentirsi ed è incapace di chiedere perdono.

  Quanti perdonano davvero non dimenticano, ma rinunciano ad essere dominati dalla stessa forza distruttiva che ha fatto loro del male. Spezzano il circolo vizioso.

  Il perdono non ammette l’impunità, ma  è quello che permette di cercare la giustizia senza cadere nel circolo vizioso della vendetta né nell’ingiustizia di dimenticare.

4. La guerra è la negazione di tutti i diritti e una drammatica aggressione all’ambiente.

  Per impedirla  bisogna assicurare il dominio incontrastato del diritto e l’infaticabile ricorso al negoziato, ai buoni uffici e all’arbitrato.

  Ma ciò esige di non mascherare intenzioni illegittime e di non porre gli interessi particolari di un Paese o di un gruppo al di sopra del bene comune mondiale. Se la norma viene considerata uno strumento a cui ricorrere quando risulta favorevole e da eludere quando non lo è, si scatenano forze incontrollabili che danneggiano gravemente le società.

  Facilmente si opta per la guerra avanzando ogni tipo di scuse apparentemente umanitarie, difensive o preventive, ricorrendo anche alla manipolazione dell’informazione.

  Non possiamo più pensare alla guerra come soluzione, dato che i rischi che comporta probabilmente saranno sempre superiori all’ipotetica utilità che le si attribuisce, a causa dello sviluppo delle armi nucleari, chimiche e biologiche e delle enormi e crescenti possibilità offerte dalle nuove tecnologie con le quali  si è dato alla guerra un potere distruttivo incontrollabile. Davanti a tale realtà, oggi è molto difficile sostenere i criteri razionali maturati in altri secoli per parlare di una possibile “guerra giusta”.

  La guerra  non può essere utilizzata come strumento di giustizia.

 Dobbiamo anche chiederci quanto sia sostenibile un equilibro basato sulla paura, quando esso tende di fatto ad aumentare la paura e a minare le relazioni di fiducia fra i popoli. La pace e la stabilità internazionali non possono essere fondate su un falso senso di sicurezza, sulla minaccia di una distruzione reciproca o di totale annientamento, sul semplice mantenimento di un equilibrio di potere.

5. Oggi affermiamo con chiarezza che la pena di morte è inammissibile e la Chiesa si impegna con determinazione a proporre che sia abolita in tutto il mondo. Tutti i cristiani e gli uomini di buona volontà sono dunque chiamati oggi a lottare non solo per l’abolizione della pena di morte, legale o illegale che sia, e in tutte le sue forme, ma anche al fine di migliorare le condizioni carcerarie, nel rispetto della dignità umana delle persone private della libertà. E questo, io lo collego con l’ergastolo.  L’ergastolo è una pena di morte nascosta.

   Le paure e i rancori facilmente portano a intendere le pene in modo vendicativo, quando non crudele, invece di considerarle come parte di un processo di guarigione e di reinserimento sociale. C’è la tendenza a costruire deliberatamente dei nemici.

  Il fermo rifiuto della pena di morte mostra fino a che punto è possibile riconoscere l’inalienabile dignità di ogni essere umano e ammettere che abbia un suo posto in questo mondo. Poiché, se non lo nego al peggiore dei criminali, non lo negherò a nessuno, darò a tutti la possibilità di condividere con me questo pianeta malgrado ciò che possa separarci.

 

 

 

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Sintesi estesa

 

1. C’è bisogno di artigiani della pace per rimarginare le ferite sociali e avviare processi di guarigione. Secondo il Papa, per ottenere questo risultato sono necessari nuovi incontri, per risolvere i precedenti conflitti. Di questi ultimi occorre fare memoria penitenziale [purificazione della memoria  la chiamava Giovanni Paolo 2°], vale a dire veritiera: la verità storica  chiara e nuda. Altrimenti gli accordi di pace non saranno mai sufficienti e si ripresenterà la tentazione della vendetta.

  Non ci possono essere giustizia e misericordia senza la verità storica sui conflitti. La verità storica significa la narrazione nuda di ciò che è successo.

2. Fare pace significa lavorare insieme, pur senza pretendere di omogeneizzare la società.

  Nell’identificare problemi sociali bisogna riconoscere che gli altri apportino una prospettiva legittima, senza pregiudizi su ciò che consideriamo loro passati errori: occorrono considerarli per la promessa che portano in sé, fonte di speranza.

  La base della pace è il desiderio di condividere invece di dominare per accaparrarsi la maggior ricchezza possibile.

 La pace è possibile dove ciascuno si sente veramente a casa, come in una famiglia, dove tutti contribuiscono al progetto comune, tutti lavorano per il bene comune, ma senza annullare l’individuo; al contrario, lo sostengono, lo promuovono. La società, invece, rimane qualcosa di anonimo, che non coinvolge, non impegna.

  Costruire la pace è un processo, un percorso verso la pace. Ma non può essere progettato intellettualmente, né basta deliberare nuove norme: è un lavoro artigianale, che proprio perché tale può coinvolgere tutti. Esso deve essere condotto senza tregua, non ha un punto finale. Al suo centro vi deve persona umana, la sua altissima dignità e il rispetto del bene comune. La violenza sociale non è una via d’uscita e quel processo è esposto alla manipolazione politica.

 La pace non è solo assenza di guerra, ma l’impegno continuo a riconoscere, garantire e ricostruire concretamente la dignità, spesso dimenticata o ignorata, dei nostri fratelli, perché possano sentirsi protagonisti del destino della propria nazione, comprendendo anche coloro che stanno peggio, gli ultimi, i poveri, gli scartati. Anch’essi devono essere coinvolti in un processo di pace basato sull’amicizia sociale. Questo richiede di avvicinarli, perché solo la vicinanza consente l’amicizia.

3. In ogni gruppo umano vi sono lotte di potere.

  Mai Gesù Cristo ha invitato a fomentare la violenza o l’intolleranza. Egli stesso condannava apertamente l’uso della forza per imporsi agli altri: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così» (Mt 20,25-26). Nel vangelo ci è comandato di perdonare.

    Tuttavia, quando riflettiamo sul perdono, sulla pace e sulla concordia sociale, ci imbattiamo in un’espressione di Cristo che ci sorprende: «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada. Sono infatti venuto a separare l’uomo da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera; e nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa» (Mt 10,34-36). Non si tratta di proporre un perdono rinunciando ai propri diritti davanti a un potente corrotto, a un criminale o a qualcuno che degrada la nostra dignità. Siamo chiamati ad amare tutti, senza eccezioni, però amare un oppressore non significa consentire che continui ad essere tale; e neppure fargli pensare che ciò che fa è accettabile. Al contrario, il modo buono di amarlo è cercare in vari modi di farlo smettere di opprimere, è togliergli quel potere che non sa usare e che lo deforma come essere umano. Perdonare non vuol dire permettere che continuino a calpestare la dignità propria e altrui, o lasciare che un criminale continui a delinquere. Chi patisce ingiustizia deve difendere con forza i diritti suoi e della sua famiglia, proprio perché deve custodire la dignità che gli è stata data, una dignità che Dio ama. Ciò che conta è non farlo per alimentare un’ira che fa male all’anima della persona e all’anima del nostro popolo, o per un bisogno malsano di distruggere l’altro scatenando una trafila di vendette. Nessuno raggiunge la pace interiore né si riconcilia con la vita in questa maniera.

 Quando i conflitti non si risolvono ma si nascondono o si seppelliscono nel passato, ci sono silenzi che possono significare il rendersi complici di gravi errori e peccati. Invece la vera riconciliazione non rifugge dal conflitto, bensì si ottiene nel conflitto, superandolo attraverso il dialogo e la trattativa trasparente, sincera e paziente. La lotta tra diversi settori, quando si astenga dagli atti di inimicizia e dall’odio vicendevole, si trasforma a poco a poco in una onesta discussione, fondata nella ricerca della giustizia.

  San Giovanni Paolo II ha affermato che la Chiesa «non intende condannare ogni e qualsiasi forma di conflittualità sociale: la Chiesa sa bene che nella storia i conflitti di interessi tra diversi gruppi sociali insorgono inevitabilmente e che di fronte ad essi il cristiano deve spesso prender posizione con decisione e coerenza»[ dall’enciclica Il Centenario - Centesimus annus - 1991- n.14].

  Da chi ha sofferto molto in modo ingiusto e crudele, non si deve esigere una specie di “perdono sociale”. La riconciliazione è un fatto personale, e nessuno può imporla all’insieme di una società, anche quando abbia il compito di promuoverla. Nell’ambito strettamente personale, con una decisione libera e generosa, qualcuno può rinunciare ad esigere un castigo (cfr Mt 5,44-46), benché la società e la sua giustizia legittimamente tendano ad esso. Tuttavia non è possibile decretare una “riconciliazione generale”, pretendendo di chiudere le ferite per decreto o di coprire le ingiustizie con un manto di oblio. Chi può arrogarsi il diritto di perdonare in nome degli altri?  

4. Non va dimenticata la Shoah, il tentativo attuato durante la Germania nazista di annientare l’ebraismo europeo; non vanno dimenticati i bombardamenti atomici attuati dagli statunitensi contro le città giapponesi Hiroshima e Nagasaki.

 Non possiamo permettere che le attuali e le nuove generazioni perdano la memoria di quanto accaduto, quella memoria che è garanzia e stimolo per costruire un futuro più giusto e fraterno. E nemmeno vanno dimenticati le persecuzioni, il traffico di schiavi e i massacri etnici che sono avvenuti e avvengono in diversi Paesi, e tanti altri fatti storici che ci fanno vergognare di essere umani. Vanno ricordati sempre, sempre nuovamente, senza stancarci e senza anestetizzarci.

  Quando vi sono state ingiustizie da ambo le parti, va riconosciuto con chiarezza che possono non aver avuto la stessa gravità o non essere comparabili. La violenza esercitata da parte delle strutture e del potere dello Stato non sta allo stesso livello della violenza di gruppi particolari.

 E’ facile oggi cadere nella tentazione di voltare pagina dicendo che ormai è passato molto tempo e che bisogna guardare avanti. No, per amor di Dio! Senza memoria non si va mai avanti, non si cresce senza una memoria integra e luminosa.

  Non mi riferisco solo alla memoria degli orrori, ma anche al ricordo di quanti, in mezzo a un contesto avvelenato e corrotto, sono stati capaci di recuperare la dignità e con piccoli o grandi gesti hanno scelto la solidarietà, il perdono, la fraternità. Fa molto bene fare memoria del bene.

  Il perdono non implica il dimenticare. Diciamo piuttosto che quando c’è qualcosa che in nessun modo può essere negato, relativizzato o dissimulato, tuttavia, possiamo perdonare. Quando c’è qualcosa che mai dev’essere tollerato, giustificato o scusato, tuttavia, possiamo perdonare. Quando c’è qualcosa che per nessuna ragione dobbiamo permetterci di dimenticare, tuttavia, possiamo perdonare. Il perdono libero e sincero è una grandezza che riflette l’immensità del perdono divino. Se il perdono è gratuito, allora si può perdonare anche a chi stenta a pentirsi ed è incapace di chiedere perdono.

  Quanti perdonano davvero non dimenticano, ma rinunciano ad essere dominati dalla stessa forza distruttiva che ha fatto loro del male. Spezzano il circolo vizioso, frenano l’avanzare delle forze della distruzione.

 Il perdono, non ammette l’impunità, ma  è quello che permette di cercare la giustizia senza cadere nel circolo vizioso della vendetta né nell’ingiustizia di dimenticare.

5. La guerra è la negazione di tutti i diritti e una drammatica aggressione all’ambiente. Se si vuole un autentico sviluppo umano integrale per tutti, occorre proseguire senza stancarsi nell’impegno di evitare la guerra tra le nazioni e tra i popoli.

 A  tal fine bisogna assicurare il dominio incontrastato del diritto e l’infaticabile ricorso al negoziato, ai buoni uffici e all’arbitrato, come proposto dalla Carta delle Nazioni Unite, vera norma giuridica fondamentale.

  Ma ciò esige di non mascherare intenzioni illegittime e di non porre gli interessi particolari di un Paese o di un gruppo al di sopra del bene comune mondiale. Se la norma viene considerata uno strumento a cui ricorrere quando risulta favorevole e da eludere quando non lo è, si scatenano forze incontrollabili che danneggiano gravemente le società, i più deboli, la fraternità, l’ambiente e i beni culturali, con perdite irrecuperabili per la comunità globale.

  Facilmente si opta per la guerra avanzando ogni tipo di scuse apparentemente umanitarie, difensive o preventive, ricorrendo anche alla manipolazione dell’informazione. Di fatto, negli ultimi decenni tutte le guerre hanno preteso di avere una “giustificazione”. Il Catechismo della Chiesa Cattolica parla della possibilità di una legittima difesa mediante la forza militare, con il presupposto di dimostrare che vi siano alcune «rigorose condizioni di legittimità morale». Tuttavia si cade facilmente in una interpretazione troppo larga di questo possibile diritto.

  Non possiamo più pensare alla guerra come soluzione, dato che i rischi che comporta probabilmente saranno sempre superiori all’ipotetica utilità che le si attribuisce, a causa dello sviluppo delle armi nucleari, chimiche e biologiche e delle enormi e crescenti possibilità offerte dalle nuove tecnologie con le quali  si è dato alla guerra un potere distruttivo incontrollabile. Davanti a tale realtà, oggi è molto difficile sostenere i criteri razionali maturati in altri secoli per parlare di una possibile “guerra giusta”. Ogni guerra lascia il mondo peggiore di come lo ha trovato, è un fallimento della politica e dell’umanità. La guerra  non può essere utilizzata come strumento di giustizia. Nel nostro mondo ormai non ci sono solo “pezzi” di guerra in un Paese o nell’altro, ma si vive una “guerra mondiale a pezzi”, perché le sorti dei Paesi sono tra loro fortemente connesse nello scenario mondiale. Mai più la guerra!

 Dobbiamo anche chiederci quanto sia sostenibile un equilibro basato sulla paura, quando esso tende di fatto ad aumentare la paura e a minare le relazioni di fiducia fra i popoli. La pace e la stabilità internazionali non possono essere fondate su un falso senso di sicurezza, sulla minaccia di una distruzione reciproca o di totale annientamento, sul semplice mantenimento di un equilibrio di potere.

 Gesù Cristo, che di fronte a un discepolo eccitato dalla violenza disse con fermezza: «Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno» (Mt 26,52). Questa reazione di Gesù, che uscì spontanea dal suo cuore, supera la distanza dei secoli e giunge fino a oggi come un costante richiamo.

5. Oggi affermiamo con chiarezza che la pena di morte è inammissibile e la Chiesa si impegna con determinazione a proporre che sia abolita in tutto il mondo. Tutti i cristiani e gli uomini di buona volontà sono dunque chiamati oggi a lottare non solo per l’abolizione della pena di morte, legale o illegale che sia, e in tutte le sue forme, ma anche al fine di migliorare le condizioni carcerarie, nel rispetto della dignità umana delle persone private della libertà. E questo, io lo collego con l’ergastolo.  L’ergastolo è una pena di morte nascosta.

  Fin dai primi secoli della Chiesa, alcuni si mostrarono chiaramente contrari alla pena capitale.

 Le paure e i rancori facilmente portano a intendere le pene in modo vendicativo, quando non crudele, invece di considerarle come parte di un processo di guarigione e di reinserimento sociale. C’è la tendenza a costruire deliberatamente dei nemici: figure stereotipate, che concentrano in sé stesse tutte le caratteristiche che la società percepisce o interpreta come minacciose.

  E’ impossibile immaginare che oggi gli Stati non possano disporre di un altro mezzo che non sia la pena capitale per difendere dall’aggressore ingiusto la vita di altre persone. Particolare gravità rivestono le cosiddette esecuzioni extragiudiziarie o extralegali, che sono omicidi deliberati commessi da alcuni Stati e dai loro agenti, spesso fatti passare come scontri con delinquenti o presentati come conseguenze indesiderate dell’uso ragionevole, necessario e proporzionato della forza per far applicare la legge.

  Il fermo rifiuto della pena di morte mostra fino a che punto è possibile riconoscere l’inalienabile dignità di ogni essere umano e ammettere che abbia un suo posto in questo mondo. Poiché, se non lo nego al peggiore dei criminali, non lo negherò a nessuno, darò a tutti la possibilità di condividere con me questo pianeta malgrado ciò che possa separarci.