venerdì 21 maggio 2021

Dimensioni medie

 

Dimensioni medie

 

 Nei gruppi con la maggiore intimità di relazioni,  come accade in una famiglia, cambiare è difficile.

  Nei grandi gruppi le relazioni tra le persone sono superficiali, ma la struttura sociale è resa rigida dal diritto e dai miti che gli sono collegati.

  I processi di riforma sono possibili solo a partire da gruppi di medie dimensioni con relazioni non totalizzanti e  non troppo rigide nei ruoli. Il piccolo gruppo che, secondo i racconti evangelici, si muoveva agli inizi con il Maestro, seguendolo nel suo peregrinare tra la gente, mi sembra fosse di quel tipo.

  Se si vuole innescare una riforma sociale, non bisogna pretendere che le relazioni interpersonali si rafforzino oltre un certo limite. E il gruppo di riferimento deve poter avere una certa libertà di liberarsi da vincoli formali e anche di poter ripensare creativamente la mitologia  sociale di riferimento. Nella comunità che si formò intorno a Francesco d’Assisi all’inizio del suo innovativo ministero, troviamo qualcosa di simile.

  Un gruppo di riformatori deve mantenere la capacità di avere legami interpersonali verso l’esterno. Questo gli è precluso se costituisce legami troppo forti verso l’interno. Difficilmente una comunità in cui si cerca di instaurare reali rapporti fraterni, non limitandosi a “chiamarsi” fratelli e sorelle, riuscirà a sperimentare processi di riforma.

  Noi, per ragioni fisiologiche, abbiamo limitatissime capacità di legami forti, e ciò significa anche che, nonostante le buone intenzioni, più ci prendiamo cura delle altre persone meno saranno le persone di cui riusciremo a prenderci cura. Chi è stato genitore o ha dovuto occuparsi di un anziano non autosufficiente lo sa bene. Riformare una società significa prendersi cura di un gran numero di persone contemporaneamente.

 Questo comporta che il diventare più buoni non serve per la riforma sociale, se si va troppo in là nel cercare di diventarlo. Un riformatore sociale non potrà essere, quindi, veramente un santo, come si immagina che un santo debba essere. Ma è necessario, in fondo, che non lo sia, o altrimenti la sua riforma fallirà. La memoria delle figure dei santi riformatori, tra i quali alcuni Papi, è  in gran parte di natura mitologica.

  Una parrocchia, in quanto istituzione rigidamente regolata dal diritto, non può essere di per sé catalizzatrice di riforme. Ma, in quanto organizzazione di gruppi intermedi, al suo interno possono manifestarsi esperienze sociali di riforma, delle dimensioni giuste e  con la giusta forza dei legami interpersonali, né troppo intensa né troppo labile. La nostra parrocchia negli scorsi anni Settanta fu percorsa da moti di questo tipo.

  D’altra parte, per come lavora la nostra mente a causa delle strutture organiche che la manifestano, siamo confinati non solo in piccoli gruppi ma anche in gruppi di coetanei per trovare ciò che si può indicare come “senso della vita”.  Questo  perché solo tra coetanei è possibile l’intimità che serve. Ma nessun processo di riforma può espandersi se non riesce a coinvolgere generazioni diverse. Un bel problema, che viene di solito presentato come quello del ricambio generazionale, ma che è meglio definire come quello dell’integrazione generazionale.

  Le generazioni sono separate da confini piuttosto rigidi, che variano di cultura in cultura.

  Un confine si varca con la pubertà ed ha una certa universalità, essendo collegato a modifiche fisiologiche fondamentali. Nella nostra cultura ce n’è uno intorno ai 25 anni e un altro intorno ai 45. Ce n’è uno, piuttosto evidente, intorno ai 70 e un altro verso gli 80. Crescendo si passa dall’uno all’altro dei gruppi generazionali. Chi cresce nella nostra Chiesa trova spesso il vuoto dopo i 25 e fino ai 45/50 e allora non cresce nella fede.

  Al nostro gruppo, dagli anni ’90 circa è stata negata in parrocchia la possibilità di integrazione generazionale. Si volle puntare su altre esperienze sociali caratterizzate da legami di tipo familiare, con un marcato orientamento patriarcale, che naturalmente persero la capacità  di coinvolgere chi si trovava all’esterno. Questo aggravò  la frattura con il quartiere, che aveva anche altre cause, in particolare nel fatto che i giovani giunti tra noi apparivano meno acculturati alla religione o addirittura per nulla. Una questione più che altro di obsolescenza dei modelli religiosi del passato, per cui essere religiosi sembra non servire più a nulla. L’integrazione generazionale richiede mediatori culturali, ma nell’attuale situazione non è facile esserlo. La fascia d’età tra i trenta e i quaranta è cruciale. È lì che si manifestano i mediatori culturali intergenerazionali più validi. È gente molto impegnata con famiglia e lavoro, che non perde tempo su ciò di cui non vede utilità o possibilità di sviluppo. Con essa i nostri anacronistici modelli religiosi non funzionano bene. Essi tuttavia vengono pervicacemente e inutilmente riproposti.

  Fin dall’antichità la riforma sociale venne presentata come un lavoro di tessitura. Qualche volta però la si presenta come un rattoppo. Come insegnò il Maestro, così non può funzionare [Lc 5,36].

 Ne processo sinodale che lentamente dovrebbe iniziare Italia, la parrocchia potrebbe fare la sua parte inducendo gruppi di tirocini riformatori di medie dimensioni, caratterizzati da una certa libertà e informalità di programmazione, da legami interpersonali non totalizzanti e da capacità di integrazione intergenerazionale. A volta si punta su comunità-famiglie, ma non vanno bene, perché in famiglia c’è poca libertà e infatti i giovani devono distaccarsene. Non servono in tempi di riforma, ma solo in quelli di conservazione. I giovani, giustamente, le temono e i meno giovani cercano di collocarsi sempre nel ruolo di padri e madri, suscitando la repulsione negli altri.

Mario Ardigó – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli