giovedì 20 maggio 2021

Aspetti spirituali del processo sinodale

 

Aspetti spirituali del processo sinodale

 

  Nella nostra pratica religiosa si comincia ad evocare l’effetto spirituale in quattro contesti:

1)Quando non si vorrebbero approfondimenti su come si sia arrivati a certe decisioni;

2)Quando intorno si manifesta l’esigenza di cambiamenti organizzativi, ma si preferirebbe che la gente continuasse a sopportare quello che c’è;

3)Quando si propongono o si fanno, presentandole come religiosamente doverose, o anche solo accettabili, delle stranezze, come si dice in pensieri, parole, azioni od omissioni;

4)Quando si vorrebbe suscitare o vivere l’agápe, che è quando le persone decidono di vivere collaborando pacificamente costruendo una società benigna e solidale.

 Solo nell’ultimo senso il riferimento “spirituale” ha basi veramente evangeliche. Ed è così che dovrebbe essere inteso trattando di un processo sinodale finalizzato a riforme organizzative. Ma raramente accade. Gli usi più frequenti sono quegli altri. In fondo si vorrebbe convincere la gente, in particolare quella delle persone laiche che ha scarsissima voce in capitolo, che quel camminare insieme in cui si fa consistere l’atteggiamento sinodale può farsi cambiando poco o nulla. Il camminare insieme ce se lo figura, poi, come un muoversi di un gregge dietro dei pastori, quando invece la metafora pastorale evangelica non voleva tanto descrivere un assetto gerarchico, secondo il quale la maggior parte delle persone sono ridotte appunto a gregge, ma l’idea che in ogni cosa bisogna seguire anzitutto il Pastore celeste, e questo è ciò che si definisce anche con il celebre detto dare a Dio ciò che è di Dio e a Cesare ciò che è di Cesare. Così posto, il principio ha addirittura portata rivoluzionaria, e così fu inteso ai tempi del Maestro. Certamente i suoi discepoli del tempo non se ne sentirono spinti a seguire docilmente il Sommo Sacerdote, che nella Giudea di allora certamente era pastore in senso spirituale.

  Ma, continuando come si fa ora, probabilmente la nostra Chiesa tenderà a dissolversi, in un processo che in Europa è stato piuttosto veloce negli ultimi cinquant’anni, e forse rimarrà ancora, forse, la strumentalizzazione politica della religione, quella che il Papa, nell’enciclica Fratelli tutti su cui abbiamo dialogato quest’anno, ha scritto di temere molto.

 Questa dissoluzione è già storicamente avvenuta, ad esempio in Asia Minore, nel Vicino Oriente e nel Nord Africa dal Settimo secolo, tra popoli che sembravano saldamente radicati nella nostra fede, la cui culla, possiamo dire,  fu nella Siria del 1^ secolo, profondamente ellenizzata, in particolare tra Damasco e Antiochia. È appunto a Damasco che Saulo di Tarso (antica città dell’Asia minore) fu mandato da una visione soprannaturale per recuperare la vista, in una comunità di discepoli che là vi era (At 9,3-25).

  La struttura organizzativa della nostra Chiesa è divenuta anacronistica e obsoleta, essendo stata pensata in gran parte  tra l’Undicesimo e il Tredicesimo secolo. Serve fondamentalmente ad amministrare gli ingenti patrimoni ecclesiastici che ci sono in molte parti del mondo e il personale ecclesiastico, a organizzare liturgie sacre per celebrare solennemente  le stagioni dell’anno e gli eventi principali della vita delle persone (nascita, ingresso nel mondo adulto, matrimonio, morte), a curare la formazione etica dei più giovani. A quest’ultima ci si sottopone e si viene mandati  con la riserva mentale che ad un certo punto, più o meno dalla stagione dei primi amori, la si abbandonerà in massima parte, e che, anzi, deve andare così, altrimenti la piena integrazione sociale non si conseguirebbe mai.

   Con tutte le ragioni, il Papa pensa che tutto questo sia troppo poco e spinge quindi per un processo di riforma che consenta un’azione ecclesiale più incisiva. Spesso però questi appelli vengono intesi come esortazioni a migliorare l’efficacia della propaganda religiosa, il proselitismo, per portare più gente in Chiesa. Così si risponde immaginando predicazioni più coinvolgenti dal punto di vista emotivo e liturgie artisticamente più belle. Non volendo cambiare nulla nell’organizzazione che vede la maggior parte delle persone coinvolte come spettatrici o al più come comparse, si insiste molto sul sacro, diciamo sugli effetti speciali, del quale sono espressioni la spiritualità delle personalità e dei santuari miracolanti e la cosiddetta religiosità popolare. Ed è a questo punto che si rampognano i dissidenti accusandoli di scarsa spiritualità e invitandoli ad una maggiore passività nei confronti dei supposti prodigi spirituali. L’attivismo viene scoraggiato solo se pretende maggiore partecipazione, o meglio, visto che raramente partecipazione vi è ma al più consulenza, l’introduzione di vere procedure partecipate di decisione.

  Nonostante quello spiritualismo le cose vanno male, la gente non si sente coinvolta e, tutto sommato, non sente nemmeno più il bisogno di esserlo, che invece era molto forte negli scorsi anni Settanta.

 Perché il sacro cristiano non funzione più come un tempo, nonostante che la gente sia, in genere,  tutt’altro che razionale nelle sue credenze, in particolare sia tuttora atterrita da potenze superne, con prevalente tendenza superstiziosa o magica?

  C’entra la secolarizzazione?

  C’entra sicuramente.

  La secolarizzazione non consiste nel fatto che la gente non creda  più al soprannaturale che agisce nel nostro mondo. La gente ci crede tuttora, eccome se ci crede, anche se non proprio nel soprannaturale descritto dalla nostra teologia. Sotto questo profilo la nostra società è purtroppo assai poco secolarizzata. Dico purtroppo perché la gran parte delle credenze soprannaturali correnti sono del tutto infondate e sorreggono la convinzione di poter cambiare gli eventi sociali e della natura con riti, e, in particolare, riti sacrificali.

  Si ha secolarizzazione, che è il contrario della sacralizzazione, solo quando un’organizzazione di un potere sociale viene imposta come voluta da un dio, o comunque da una potenza soprannaturale. La sacralizzazione viene imposta per sottrarre il potere sacralizzato alla critica sociale. L’assetto del potere sacralizzato  e le sue decisioni divengono quindi non negoziabili, pena l’ira della potenza soprannaturale che li patrocina.

  Ciò che non è sacralizzato, o non lo è più essendolo stato (essendo stato quindi secolarizzato), può invece essere messo in discussione. I processi democratici moderni sono stati potentemente secolarizzanti. E tuttavia anch’essi hanno comportato sacralizzazioni. Il principio di uguaglianza in dignità tra tutte le persone umane è una di esse, in particolare riconoscendo quella dignità,  senza distinzione di etnia, cultura, religione, lingua, orientamento sessuale, opinioni politiche, condizioni sociali ed economiche, quindi in modo assoluto Quel principio ha però una singolare natura di sacralizzazione  secolarizzante, perché limita, rispetto alle persone,ogni potere sociale e le sue sacralizzazioni.

  La sacralizzazione della gerarchia cattolica nel suo attuale assetto non è più socialmente credibile e confligge con il principio di pari dignità delle persone che è alla base delle democrazie avanzate europee contemporanee. Si rivendica quindi da parte delle persone religiose emarginate  dalla partecipazione la possibilità di metterlo in discussione in un processo realmente partecipativo.

  La storia degli assetti gerarchici della nostra Chiesa, che sono mutati moltissimo nei duemila anni della nostra fede è in particolare dall’Undicesimo secolo, dimostra che essi sono costruzione sociale che può farsi risalire alle origini solo nel mito, perché nulla del genere ci fu nei primi decenni, nelle magmatiche prime esperienze comunitarie della nostra fede. Ciò che è costruzione sociale richiede sempre riforma, per renderlo adatto a confrontarsi con le metamorfosi sociali, che sono incessanti, per il susseguirsi delle generazioni, nessuna delle quali è l’esatta copia delle precedenti, e l’evoluzione delle culture, anche per il loro intersecarsi.

  Oggi il problema sociale con cui ci si deve confrontare è quello della reale partecipazione di tutte le persone religiose alle decisioni ecclesiali. Questo richiama l’aspetto spirituale che ho ricondotto all’agàpe. In particolare, il pervicace patriarcalismo che denota ancora  la nostra gerarchia ecclesiale umilia le donne in un modo che sempre più è sentito come intollerabile dagli stessi laici uomini. Tuttavia, con rampogne di natura spiritualistica si vorrebbe mettere tutto e tutti a tacere. Eppure il nostro vangelo ci spinge a far nuove tutte le cose.

  Per alcuni, spiritualizzanti, la religione può funzionare soli in assetti di potere sacralizzato, insomma dove ci si convince che, assoggettandosi completamente ad un certo potere religioso, le cose, personali e sociali, volgeranno al meglio. Non era questo, naturalmente, lo spirito della riforma religiosa promossa negli anni Sessanta, durante il Concilio Vaticano 2^. Sostanzialmente essa è fallita per le resistenze opposte dalla gerarchia nei vent’anni che seguirono. Anche il minimo cambiamento sembrò troppo. Si fecero un passo avanti e due indietro e, ad un certo punto, il processo di riforma fu addirittura sospeso temendo di non riuscire più a controllarlo. Un grido di allarme venne realisticamente lanciato dai vescovi italiani nel 2005, prevedendo ciò che poteva seguire, l’inaridimento. Da allora sono passati sedici anni in cui ancora, in Italia, s’è riusciti a fare poco. La stessa nuova struttura normativa sul Sinodo dei Vescovi appare inadatta a suscitare quel moto di riforma dal basso a cui sembra pensare il Papa. Tanto è vero che per il Cammino sinodale della Chiesa tedesca si è scelto di innovare sfruttando in maniera creativa i poteri di autorganizzazione.

 Certo, il processo sinodale deve essere svolto con ordine.  Stranezze avventate possono sempre manifestarsi in religione, secondo una di quelle concezioni di spiritualità di cui scrivevo all’inizio. Ma tra questo lavorare con ordine e il non far nulla con pretesti spiritualistici ce ne corre.

  Purtroppo noi persone religiose siamo poco abituati a costruire società decidendo insieme. Bisogna imparare facendone tirocinio.

Mario Ardigó – Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma