giovedì 22 aprile 2021

Pensieri troppo veloci

 

Pensieri troppo veloci

 

 

«Per il sistema 1 [la mente emotiva e intuitiva che funziona sulla base di veloci associazioni in base a precedenti esperienze di vita] la misura del successo è la coerenza della storia che si riesce a costruire. La quantità e la qualità dei dati sono irrilevanti. Quando le informazioni sono scarse, cosa che accade spesso, il sistema 1 funziona come una macchina per saltare alle conclusioni.

[…]

 La combinazione di un sistema 1 in cerca di coerenza con un sistema 2 [la mente raziocinante, che analizza i dati disponibili, vagliandone l’attendibilità e per questo è più lenta] fa sì che il sistema 2 avalli molte credenze intuitive che rispecchiano fedelmente le impressioni del sistema 1.

[…]

né la quantità né la qualità delle prove contano molto per la sicurezza di sé. La sicurezza con cui gli individui si affidano alle loro credenze dipende perlopiù dalla qualità della storia che essi raccontano in merito a ciò che vedono anche se vedono pochissimo.

[…]

 Il nostro sistema associativo tende a stabilire un modello coerente di  attivazione e a reprimere il dubbio e l’ambiguità.

[…]

 Sebbene i dati statistici producano molte osservazioni che paiono richiede una spiegazione causale, esse in realtà non si prestano a tale genere di interpretazione.  Molti eventi del mondo […] sono casuali. E le spiegazioni causali di eventi casuali sono irrimediabilmente sbagliate.»

[da Daniel Kahneman, Pensieri lenti e veloci, 2011, edizione italiana Mondadori 2012 e 2015, anche in ebook]

 

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  Daniel Kahneman vinse nel 2002 il premio Nobel per aver spiegato come funziona la nostra mente per decidere nelle condizioni di incertezza.  E’ portata a decidere velocemente sulla base di intuizioni basate su associazioni emotive di precedenti esperienze; in questo modo però può sbagliare gravemente senza rendersene conto e può anche essere ingannata piuttosto facilmente. Se ne parla nel libro da cui ho tratto la citazione che precede. Dalla sua lettura ne ho ricavato molti scrupoli di coscienza in materia di apostolato: infatti in quell’ambito si è abituati ad utilizzare, del tutto inconsapevolmente in genere e con le migliori intenzioni, diverse delle tecniche che servono ad ingannare, seducendola,  la mente altrui, inducendola a veloci, quanto fallaci, conclusioni.

   La nostra mente: un prodigio, si dice, e lo è veramente. E’ un sofisticato elaboratore di dati che funziona a pastasciutta, è stato osservato. Ma si basa su tessuti e su una fisiologia che hanno avuto una lunga evoluzione  e che ne recano ancora traccia. La psicologia cognitiva ci avverte anche che questa base biologica è rimasta più o meno la stessa da duecentomila anni e ci possiamo fare poco. L’immagine della realtà che ci circonda e la nostra comprensione sui suoi movimenti, in particolare sulle dinamiche causa-effetto, sono prodotti da quella antica mente, con la sua particolare fisiologia. Nei ragionamenti che facciamo cerchiamo di affrancarci dall’emotività dei processi mentali, quelli che a volte ci fanno sbagliare tirandoci verso conclusioni veloci ma non sempre esatte o  non del tutto esatte, le stesse, ad esempio, che però a volte ci salvano la vita facendoci intuire, da pochi tratti del volto e da qualche movimento, le intenzioni ostili altrui. Quell’attività raziocinante è necessaria, ad esempio, se vogliamo mandare un automa su Marte, ma anche se vogliamo costruire e pilotare un aereo o mettere in commercio un’automobile. Che cosa hanno di diverso questi esempi? Solo nel primo caso, quello di uno strumento governato da un’intelligenza artificiale, il pilotaggio si è affrancato dalla nostra mente. Sappiamo bene, è esperienza comune, quanto l’emotività dei nostri processi mentali incide negativamente sulla conduzione dei veicoli. E tuttavia guidare un’automobile o una moto ci sarebbe impossibile senza i processi mentali velocissimi consentiti dalla mente emotiva, quella di tipo 1 di cui scrive Kahneman, quella che, ad esempio, sfruttando la memoria procedurale ci fa guidare, dopo un po’, senza che dobbiamo sempre pensare  a ciò che facciamo, reagendo d’istinto e in una frazione di secondo a certe situazioni. Nel credere  religioso questi processi mentali sono naturalmente potentemente coinvolti: ci troviamo davanti l’ignoto e cerchiamo di interpretarlo sulla base di ciò che abbiamo, e in genere è poco. Ci riusciamo benissimo sfruttando le potenzialità della mente 1, costruendo una narrazione coerente, piena di elementi emotivi e quindi verosimile. Così acquisiamo istintivamente certezze che gli esperti nel loro campo, ragionando, non hanno: è esperienza comune. Lo abbiamo sperimentato in questi mesi  nell’affrontare la pandemia di Covid 19, ad esempio nello stimare i rischi di una vaccinazione. La nostra mente, per l’interferenza dei processi intuitivi, non riesce a comparare correttamente i rischi della vaccinazione con quelli della malattia, per cui ci sono persone che rifiutano di vaccinarsi accettando il rischio enormemente più grave della malattia. E si infuriano quando si cerca di esporre argomentazioni razionali in merito. Inutile tentare di farlo. Perché ragionano sulla base del poco che sanno, però integrato in una narrazione coerente che lo rende credibile. E’ in fondo lo stesso quando si espongono obiezioni alle convinzioni religiose. Si crede  anche se si ammette di non aver mai visto. Beati quelli che lo fanno, si dice. Il punto è che l’esperienza dice che lo sono veramente! Come può accadere? Per quanto riguarda la nostra fede, c’entra l’agàpe, che è al centro del vangelo.

  Nel mio apostolato cerco di utilizzare meno che posso la mitologia religiosa e di servirmi di un linguaggio comune, senza infarcirlo di inutili teologismi. Cerco in particolare di essere sincero su ciò che la fede può dare a una persona. Il cristianesimo non è un teismo, anche se la teologia spesso lo ricopre di teismo per renderlo più comprensibile alla gente. Non condivido questa via, che tuttavia è ancora seguita anche dalla grande teologia, ma io, per mia buona sorte, non sono un teologo e non sono tenuto a seguire quella disciplina. Il teismo è la religione centrata sulla convinzione di poter cambiare il mondo e la natura influendo in qualche modo, con riti, sacrifici, atteggiamenti personali o collettivi, sulle potenze soprannaturali che lo dominano. Noi non possiamo, in tutta onestà, promettere questo quando evangelizziamo. Non è sicuro che una vita possa migliorare, da qualsiasi punto di vista, se accetta di seguire la nostra fede, così come non ritengo onesto prospettare che la fede possa risanarci  nel fisico o nella psiche. Non ritengo credibile che la natura manifesti un qualche senso soprannaturale, anche se noi, nella fede, possiamo vedervelo. Solo con molta approssimazione  la natura può essere considerata ordinata, vedendo intuitivamente  causa  dove razionalmente si comprenderebbe che c’è solo il caso,  anche se certamente essa è soggetta alle leggi della fisica e della chimica. L’esperienza delle comete sconvolse la mentalità degli europei del Seicento, perché rivelava un certo disordine rispetto alla perfezione immaginata,  e oggi sappiamo che il cosmo è ricco di immani catastrofi, non è dunque il congegno perfetto idealizzato dagli antichi filosofi. La vita delle specie biologiche è travagliata da continui conflitti e dalla minaccia dell’estinzione: l’ecologia della natura così come appare all’osservazione scientifica è spietata; l’idea di un’ecologia virtuosa dipende da idee nuove connesse specificamente con la nostra esperienza spirituale, che è il vero elemento nuovo nell’universo.

  Di solito, quando parlo di fede, e lo faccio spesso anche se questo mio parlare non sempre viene riconosciuto come religioso, mi riferisco molto al vangelo, che è appunto ciò di cui penso si debba essenzialmente parlare quando si evangelizza. C’è chi lo fa nell’esercizio del suo ministero o con la cultura del dottore, quindi anche tenendo conto di una lunga e complicata tradizione culturale,   e rispetto questi ministeri: la nostra lunga storia  religiosa dimostra infatti che non se ne può fare a meno. Teniamone  conto ora che ci avviamo a un processo sinodale diffuso. Non pretendiamo presuntuosamente di poterne prescindere. Ma l’essenziale nel vangelo è la predicazione dell’agàpe, e quest’ultima è un’esperienza profondamente umana che si può vivere e capire anche senza essere dottori, senza far ricorso alla mitologia religiosa, senza pasticciare con una teologia raffazzonata. Nell’agàpe  c’è l’incontro, ciò che costruisce la comunità, la quale a sua volta costituisce il nostro modello di società virtuosa.  E’ su questo che dovremmo concentrarci incontrandoci. Di solito invece si arriva ad incontrarsi incapsulati nelle proprie fissazioni mitologiche e allora ci si guarda in cagnesco, diffidando, sospettando, e si preferirebbe certamente che gli altri, che la pensano diversamente, non ci fossero o prendessero la via dell’uscita. Non ci dobbiamo avvilire: è stato così fin dalle origini. Ecco che, dunque, Paolo scrisse ai Galati che almeno non si ammazzassero:

 

Ma se vi mordete e vi divorate a vicenda, badate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri! [dalla lettera di Paolo ai Galati, capitolo 5, versetto 16 - Gal 5,16 - CEI 2008]

 

  Cerchiamo dunque, in questo inizio di processo sinodale, di iniziare a incontrarci dello spirito dell’agàpe  evangelica, senza cercare reciprocamente di sedurci  con effetti speciali mitologici, cercando di parlarci con onestà, cercando di costruire un’amicizia.  L’amicizia franca dà indubbiamente gioia. Questo ve  lo posso promettere per averlo sperimentato. Per questo si parla di gioia del vangelo. Non pensate che sia già abbastanza? Vorreste avere qualche prova  più stupefacente del soprannaturale (e già l’agàpe comunque lo è perché non c’è in natura)? Bene, temo che anche questa  generazione non avrà nulla di simile, come già quella alla quale il  Maestro rivolse questo pesante monito:

 

Allora alcuni scribi e farisei gli dissero: "Maestro, da te vogliamo vedere un segno".  Ed egli rispose loro: "Una generazione malvagia e adultera pretende un segno! Ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona il profeta. [dal Vangelo secondo Matteo, capitolo 12, versetto 38 - Mt 12, 38 - CEI 2008]

 

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli