lunedì 26 aprile 2021

Noi e il popolo

Noi e il popolo

 

  Sto leggendo in e-book l’ultimo libro dell’antropologo inglese Robin Dunbar, Friends [amici] - Capire la forza delle nostre più importanti relazioni con le altre persone, Little, Brown Book Group, Londra 2021. Inizia con il racconto di una giornalista che decise di lasciare la convulsa megalopoli londinese per trasferirsi in un paesino nella campagna del Surrey, per vivere più tranquillamente. Si accorse che non era così semplice. Non conosceva nessuno e non era facile farsi amiche le persone del luogo, perché erano giù impegnate nel loro giri di conoscenze. Ogni persona è confinata in un numero limitato di relazioni veramente significative.

  Farsi amiche le persone intorno  è importante non solo per la nostra felicità psicologica, ma anche per il nostro benessere; tuttavia l’amicizia è una relazione e richiede che anche gli altri siano desiderosi di esserci amici, di passare del tempo con noi. Questo non è ovvio nelle nostre società. Così, anche in società ritenute favorevoli per la socialità, potremmo scoprirci oppressi dalla solitudine.

  Nei piccoli posti le relazioni sociali sono più umane, ma potrebbe non esserci abbastanza gente che abbia ancora spazio nelle sue relazioni intime per  esserci amica, mentre in una grande città, in cui c’è più gente, quei rapporti sembrano più formali e meno intimi in genere, ma in quanto c’è più gente, ci sono più occasioni per farsi amici.  Dal punto di vista cognitivo, che incide sulla nostra capacità di stabilire relazioni significative con le altre persone, siamo molto limitati, nel farci amici, per questioni fisiologiche di come il nostro encefalo funziona. Non solo: nessuna relazione personale  è per sempre. Nel corso della nostra vita sostituiamo le relazioni significative ed ecco che certe persone sono spinte verso un tipo di rapporto meno stretto ed altre sono ammesse nella cerchia più intima. Questo causa spesso un’intensa sofferenza nelle persone che sono respinte verso i margini. Ne scrisse il sociologo Francesco Alberoni, nel suo Innamoramento  e amore, Garzanti 1979, tuttora in commercio, anche in e-book.

 Ecco lo schema della cerchia delle conoscenze  secondo Dunbar. Procedendo verso i cerchi più interni si va verso relazioni personali più strette e significative.

pubblicato su Venerdì di Repubblica del 23-4-21

Secondo Dunbar, dunque, la cerchia dell’amicizia non va oltre, per ognuno, le 150 altre persone. Eppure, certamente, siamo capaci di pensare  molto più in grande di così, ad esempio quando parliamo di popolo.

  Nella nostra fede, che diciamo monoteistica, pensiamo come attributo della divinità anche la capacità di entrare in intimità con ciascuno di noi. Questo ci consente di esserle amici  e di concepirla come  amica.  La pensiamo come una e intimamente in relazione in tre, comunque un numero limitato che consente di conoscere per nome.

  L’assistente ecclesiastico del mio antico gruppo FUCI è un professore di antropologia teologica, la disciplina teologica che ragiona su che tipo di persona umana emerge dalla fede. Ha scritto un libro che si intitola Chiamati per nome. Spiega che noi, nella nostra fede,  siamo, appunto, coloro che pensano di  chiamati per nome. Conosciuti  e anche  sempre connessi  al loro Creatore, Fondamento, Padre, orizzonte verso cui si è diretti, connessi in ogni istante della loro vita ed anche oltre di essa. Questa relazione la riusciamo a pensare perché è del tipo  a tu per tu, quella che Dunbar  definisce intima.

  La relazione che abbiamo con il popolo  a cui pensiamo di appartenere  non può essere di quel tipo. Ci  è infatti impossibile pensare il popolo  nella sua realtà effettiva. Anche su una scala relativamente piccola, come quella della nostra parrocchia, che è fatta di circa quindicimila persone.

  Oltre le cinquecento persone intorno a noi fatichiamo a ricordare un volto, un nome, tutto sfuma nell’indistinto, e oltre le centocinquanta non si può parlare, secondo Dunbar, di amicizia. Eppure siamo in genere convinti che l’identità del nostro popolo, fatto di decine di milioni di persone che non conosciamo e non riusciremo mai a conoscere,  sia importante per la nostra, per sapere chi siamo e anche che fare. Questo perché pensiamo il popolo aiutandoci con dei miti. Su questi poi costruiamo molte prassi sociali e, in particolare, una certa etica, per cui, ad esempio, pensiamo che gli italiani siano fatti in un certo modo per qualcosa che hanno dentro ed è per questo che, ad un certo punto, possiamo anche dire  “prima gli italiani” comprendendo noi, le nostre relazioni significative e un enorme altro numero di persone che non conosciamo realmente ma che confidiamo siano più o meno corrispondenti ad un certo modello, ad esempio italofone (sappiamo però che moltissime persone che vivono in Italia, nate cittadine italiane ecc., non lo sono o non lo sono del tutto) o mangiatori di pastasciutta o, ad esempio, secondo le statistiche mondiali, cristiane (salvo poi avere consapevolezza, per altri versi,  che i cristiani in Italia sono una minoranza, più o meno piccola, a seconda che si considerino quelli che si dichiarano tali, quelli che qualche volta partecipano al culto, quelli che seguono una certa etica e, infine, quelli che ricordano con una certa precisione il catechismo appreso in gioventù).

 Il problema attuale della popolarità  in religione sta  tutto lì. Se ne sta trattando nel corso dell’Assemblea Nazionale dell’Azione Cattolica che è iniziata ieri. Per certi versi esso si manifestò anche negli scorsi anni ’80, in particolare nella durissima polemica tra Azione Cattolica e Comunione e Liberazione.

  Spendiamo molta emotività nell’affrontare il tema del popolo, ma senza una cultura  popolare  adeguata, comprendente conoscenze, un’etica, una sufficiente apertura alle altre persone, il popolo ci sfugge. E’ vero che, nascendo, ci troviamo inseriti in una popolazione che esprime una certa cultura e anche un’organizzazione politica, per cui in questo senso il popolo ci  preesiste. Ma è anche vero che il popolo  va continuamente costruito effettuando una manutenzione delle relazioni sociali in esso praticate e della corrispondente cultura. In quanto costruzione  esso è in qualche modo anche opinabile ed effettivamente questo emerge con chiarezza dalla nostra storia nazionale: la cultura  politica di un popolo italiano, originata fondamentalmente dal pensiero di Giuseppe Mazzini, il cui motto fu  Dio e popolo,  è stata costruita nel corso dell’Ottocento e a lungo non fu condivisa nella stessa Italia. Ad esempio il Papato romano ne aveva all’epoca un’altra idea e questo motivò la sua strenua, irriducibile,  opposizione contro il nazionalismo italiano irredentista. Ed effettivamente a quel tempo l’Italia poteva apparire abitata da tanti popoli, molto diversi, per lingua, costumi e altri ordinamenti, unificati più o meno solo dalla soggezione religiosa e politica al Papa.

  Ci stiamo confrontando da qualche anno con la concezione popolare  di papa Francesco, che scaturisce dalla sua specifica esperienza latino-americana. Essa differisce marcatamente dalla nostra, ancora fondamentalmente di origine mazziniana, con forti connotati politici, ma anche da quella religiosa di popolo di Dio  che ha preso molto piede negli anni Sessanta, che come tale viene pensata in genere priva di caratterizzazioni etniche, nel senso che la si concepisce come originata da un’iniziativa divina non come qualcosa che scaturisce da carne, sangue, generazione e tradizione locale delle persone, insomma un  po’ come la faccia che ciascuno ha.

  Nel popolarismo di papa Francesco, il popolo è composto da quelle parti di popolazione che negli ordinamenti politici hanno avuto la peggio, rispetto ad esempio alle concezioni irreligiose liberali e  per effetto colonizzazione dura contro  i popoli originari americani, quelli che in America Latina sono sopravvissuti al genocidio perpetrato dagli europei dal Cinquecento.

  Il processo di formazione del mito e dell’ideologia del popolo italiano,  e quindi di quello stesso popolo, è stato profondamente diverso da quelli vissuti nell’America Latina. Per dirne una: noi non abbiamo vissuto l’esperienza del colonialismo, benché nell’Ottocento vaste parti del territorio italiano siano cadute in dominio di dinastie di altre parti d’Europa. Ad esempio: il Lombardo-Veneto, al tempo in cui fu parte dell’Impero d’Austria non fu una colonia  austriaca. Lo stesso dicasi per le dominazioni spagnola o francese. Senza gli elementi politici introdotti dal mazzinianesimo nell’Ottocento, con un irredentismo che era in linea con la cultura romantica dell’epoca, non è concepibile un popolo italiano, ad esempio sulla base di altri elementi culturali, linguistici o etnici. La prima Repubblica italiana, l’archetipo di quella costruita dopo la Seconda guerra mondiale, fu la mazziniana Repubblica romana  del 1849, contro la quale il Papa Pio 9° invocò e ottenne l’intervento militare di francesi, austriaci, spagnoli, fuggendo nella fortezza di Gaeta, del re delle due Sicilie. Ne adottammo la bandiera, i principi costituzionali, la mitologia ideologica, e il nostro inno nazionale è tutto mazziniano. Su questo quadro  si è inserito l’influsso dei processi democratici avanzati che hanno caratterizzato nostro processo costituzionale nel post-fascismo, ai quali l’attuale popolarismo papale appare poco acculturato e anche piuttosto diffidente, sospettandoli di liberalismo, dal quale per altro certamente dipendono culturalmente.

  Nel post-fascismo i partiti popolari  italiani presero effettivamente il potere e trasformarono la nostra società. Quei partiti furono un potente fattore unitivo e quindi costitutivo di un nuovo essere popolo della popolazione italiana. La nostra nuova democrazia fu la vera lingua che permetteva la costruzione sociale, l’intendersi tra  moltitudini e il familiarizzare su quella grande scala. La loro crisi fu anche crisi della nostra democrazia popolare, con la conseguente crescente difficoltà a pensarsi come popolo  di una medesima nazione (da cui la mitologia neo-secessionista che si cercò, senza successo, di inculturare nel Settentrione).

  Senza una nuova cultura popolare  ciascuno è relegato nella sua prigione relazionale di circa centocinquanta relazioni forti, ma essa non può avere  in Italia le medesime basi sulla quali è stato costruito il popolarismo latino americano, quello, ad esempio, che emerge con forti elementi di novità dai documenti finali approvati dalle assemblee plenarie del Consiglio episcopale latino-americano da Medellin (1968)  in avanti.

Mario Ardigò - Azione  Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli