martedì 27 aprile 2021

Creare una nuova cultura per la riforma sociale

 

Creare una nuova cultura per la riforma sociale

 

  Pensiamo alla società come a qualcosa di naturale, quindi come a una nostra funzione fisiologica, la relazione sociale un po’ come il mangiare e il bere, ma in questo modo ce ne facciamo un’immagine sbagliata. Ciò che è effettivamente naturale, in quel senso, è la socialità, perché, come si divenne consapevoli fin dalla nostra antichità, noi siamo viventi che costruiscono e governano società, le quali, però, sono un prodotto culturale e, in particolare, politico.

  La politica è il governo della società, ma, ancor prima, la sua costruzione. Essa viene sempre  costituita secondo una certa cultura, che è l’insieme delle concezioni sul mondo e delle prassi sociali che ognuno di noi ha interiorizzato nella sua epoca per sapere qual è il suo posto tra le altre persone, come entrare in relazione con loro senza esserne travolto, e anche il suo destino.

  La cultura è, a sua volta, un prodotto sociale: cultura e società evolvono insieme.

  L’evoluzione si ha quando un cambiamento non abbatte ciò che c’era prima, sostituendolo integralmente, ma produce modifiche più limitate, in modo da mantenere le caratteristiche fondamentali di una certa struttura.

  In questo senso, l’italiano che parliamo è l’evoluzione dell’antico latino e quest’ultimo era l’evoluzione di lingue più antiche.

  A volte non è facile quando ci sia stata una evoluzione e quando invece una rottura totale con ciò che c’era prima, ciò che nelle dinamiche sociali viene definito come rivoluzione.

  Ad esempio se ne discute a proposito delle transizione dalla monarchia alla repubblica che si ebbe nella nostra storia nazionale nel 1946.

 Una evoluzione prodotta con una decisione consapevole riconosciuta da una certa collettività e formalizzata in precise deliberazioni è ciò che indichiamo con la parola riforma.  Di solito l’atto formale giunge dopo un processo più o meno lungo di sviluppo culturale.

  Fu questo il caso del complesso di riforme deliberate durante il Concilio Vaticano 2° (1962-1965), preparate da una lunga evoluzione teologica e, più in generale, culturale che iniziò a manifestarsi dagli anni Trenta dal Novecento nell’Europa occidentale.

  Ogni società umana evolve per vari fattori e, in quelle maggiori, dove la convivenza è regolata da un sistema di norma formali, deve anche essere riformata, perché quelle regole siano adattate a quella sua evoluzione.

  Una società in capace di riformarsi muore per consunzione   o viene abbattuta da processi rivoluzionari o per conquista di società più forti (una società incapace di riformarsi si indebolisce).

  Una società in cui non si osserva una evoluzione è già morta. Ciò può avvenire, ad esempio, quando si è arrestato il suo ricambio generazionale, e quindi se ne è arrestata la tradizione. Il ricambio generazionale può essere considerato un fenomeno che rientra nella fisiologia delle società umane, a partire da quelle elementari di tipo familiare.

  Le nuove generazioni, portate dalla società in cui nascono ad assimilare la cultura delle generazioni precedenti, vi apportano sempre dei cambiamenti: questo è un potente fattore di evoluzione sociale. Un altro di questi fattori è l’evoluzione tecnologica nei processi di produzione e di scambio con i conseguenti riflessi organizzativi. Così come lo sono le tecnologie della comunicazione sociale, ad esempio la rivoluzione culturale portata dall’invenzione della stampa a caratteri mobili e ora le relazioni telematiche mediante potenti elaboratori elettronici.  Una evoluzione epocale si prospetta con gli sviluppi delle tecnologie dell’intelligenza artificiale, che in una ventina d’anni rivoluzionerà tutte le nostre società, in un modo che sfugge in genere ai più, che considerano superficialmente l’intelligenza artificiale una  macchina.

  Processi evolutivi di quei tipi sono osservabili molto chiaramente anche nella storia della  nostra Chiesa, anche se, ideologicamente, cerchiamo di rappresentarcela come immutata dalle origini.

  In realtà, sotto certi aspetti, le Chiese dei cristianesimi delle origini stanno alle Chiese dei nostri cristianesimi un po’ come il latino sta al nostro attuale italiano.

  Possiamo individuare processi evolutivi e di riforma anche in una realtà di prossimità come la nostra parrocchia.

  Nei primi dieci anni circa dalla sua fondazione, nella nostra parrocchia prevalsero costumi di devozione sacrale ricevuti dalla tradizione. I successivi quindici anni furono caratterizzati dal manifestarsi dell’effervescenza sociale che seguì le nuove idee deliberate nel Concilio Vaticano 2°: questa fu l’epoca in cui vi fu il maggior afflusso di giovani, anche perché nel quartiere c’erano molti più giovani di oggi ed essi consideravano ancora utile e piacevole abitare la parrocchia. Fu un’epoca nella società cambiò profondamente il ruolo dei giovani che acquistarono molta più autonomia di un tempo e anche stili sociali che li caratterizzavano marcatamente. La riforma del Concilio si unì ai risultati dell’evoluzione sociale di tipo generazionale e culturale.  Poi ci fu un lunghissimo periodo, durato oltre trent’anni, nel quale si cercò, nel quadro di un processo di riforma, di trasformare profondamente la parrocchia in senso comunitario, cercando di radicarvi confraternite molto coese e partecipate, che adottarono miti sociali basati sui racconti biblici delle antiche tribù israelitiche, per costituire, come capitò a quelle dopo l’uscita dall’Egitto, un popolo nuovo, capace di resistere alle insidie della società intorno.

  Constatato il sostanziale insuccesso di quel modello, e quindi della riforma che l’aveva con molta determinazione sostenuto, segnalato anche da un brusco calo del numero dei bambini che ci venivano affidati per la formazione religiosa di base, dall’autunno del 2015 iniziò il ciclo attuale, nel quale la diocesi impegnò molto giovani valenti preti, guidati da un parroco di grande esperienza. In qualche modo anche questo tempo partì da una riforma, volta sostanzialmente a ripristinare un certo pluralismo nella vita sociale della parrocchia,  ma non ha trovato ancora una evoluzione sociale corrispondente e, naturalmente, molti dei progressi che si erano fatti per quella via sono stati posti in pericolo dalle limitazioni conseguenti alla pandemia da Covid 19. In questo lavoro che ormai da quasi sei anni si  è iniziato e che richiede la collaborazione più ampia per essere efficace, può costituire un tempo propizio il processo sinodale che quest’anno la Chiesa italiana ha intrapreso, rispondendo all’esortazione del Papa.

  Esso è esplicitamente finalizzato ad una riforma, però non calata dall’alto da ingegneri sociali, bensì studiata a partire dal concreto modo di vivere la fede nelle comunità locali, e dai problemi che in quell’ambito i fedeli incontrano.

 L’Azione cattolica e le altre realtà associative ad essa federate, in particolare gli universitari della FUCI e il Movimento Ecclesiale di Impegno Cultura, hanno posto l’accento sui temi di una maggiore reale corresponsabilità dei fedeli laici nel governo delle comunità ecclesiali e, in particolare, delle donne, che appaiono tuttora gravemente emarginate  dalle sedi dove si decidono gli indirizzi ecclesiali. 

 Posta questa base per contribuire  al processo di riforma in corso, si tratta di iniziare a operare una costruzione sociale per vedere sperimentalmente come potrebbe procedersi a riformare, e questo richiede anche di formare, a partire dalle realtà di base, una nuova cultura della riforma. Questa è una parte molto difficile del processo, perché si tratta di confrontarsi con la società viva su cui si vuole incidere, non solo su una qualche immagine che se ne ha. Per i nostri limiti cognitivi di specie le immagini e i miti che ne abbiamo di solito non sono molto precisi, per cui, nel concreto, le dinamiche sociali sorprendono sempre. E c’è anche la riottosità naturale  ad abbandonare  il come s’è fatto sempre, perché quest’ultimo, anche se come accade oggi si vede bene che non funziona più, è rassicurante. E’ come quando sperduti in un  bosco (a me accadde più volte da scout) ci si imbatte in un sentiero e allora ci si tranquillizza, perché è una pista già battuta da altri e quindi si prevede che porterà pur da qualche parte.

  Di una cosa bisognerebbe essere convinti, per comprendere l’importanza del lavoro che si fa nelle realtà di prossimità: ogni riforma è sempre  stata pensata e sperimentata a partire da piccoli gruppi e lo vediamo, ad esempio, nelle prassi della piccola società dei discepoli radunati intorno al Maestro, che ora prendiamo come riferimento anche per l’organizzazione di Chiese che coinvolgono oltre un miliardo di persone.

  In ciò la grande utilità delle sperimentazioni ecclesiali che possono farsi in una parrocchia come la nostra, sfruttando i margini di autonomia organizzativa e di indirizzo concessi ai Consigli pastorali, rispetto ad analoghe esperienze vissute in altri ambiti, in genere più vasti e gerarchizzati.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli