venerdì 26 marzo 2021

Non solo preghiera e riti liturgici!

 

Non solo preghiera  e riti liturgici!

 

  Siamo persuasi che un disegno provvidenziale soprannaturale governi la storia umana e addirittura l’intero universo. Questo non ci autorizza a confidare di poter cambiare il mondo solo con la preghiera e i riti liturgici, insomma dandoci alla sola spiritualità. Poiché, laici, preti e monaci, abbiamo tutti un dovere di carità operosa, se pratichiamo la religione solo come spiritualità non abbiamo fatto abbastanza. Chierici e monaci in genere pensano alla carità più che altro come buona creanza in società, sottomissione ai superiori, elemosina e assistenza ai bisognosi e sofferenti. Questo dipende da carenza formative  degli ultimi quarant’anni da ascrivere ad orientamenti della gerarchia. I laici, allora, potrebbero dare una mano con profitto, in particolare in quell’azione di carità che consiste nella costruzione e riforma sociale, in cui potrebbero e essere tanto più utili in quanto liberi da impedimenti gerarchici. In particolare, nell’azione politica fatta in democrazia un laico ha il dovere  di ripudiarli. Non deve consentire, infatti, che la politica democratica cada nelle mani, o comunque subisca gli influssi, di poteri non organizzati democraticamente. Oggi questo può sembrare strano, ma era l’abc  nella formazione politica che si faceva nella Democrazia cristiana, il partito politico che, come si diceva, aveva ispirazione  cristiana, per il suo programmatico fare riferimento nelle questioni più importanti alla dottrina sociale.

  L’agire sociale richiede, poi, di comprendere e argomentare.

  Il prevalere dello spiritualismo anche negli ambienti dei laici di fede, spesso per quieto vivere, per non impegnarsi in defatiganti problemi con il clero,  ha portato alla loro irrilevanza politica ed ora la gerarchia se ne  lamenta, senza però manifestare una qualche seria autocritica.

  Ma se noi crediamo,  ed è tutto scritto, che c’è d’altro da fare? Basta vivere  la fede, senza tanto pensarci sopra! Vado in chiesa, mi comporto bene con il coniuge, i figli, gli avi, gli altri parenti, sono docile verso i preti,  prego, faccio l’elemosina, accorro agli eventi organizzati dalla gerarchia, mi tengo lontano da vizi e cattive compagnie: c’è bisogno d’altro? Certo che c’è bisogno d’altro! Perché il mondo va come va, e come  va non va bene. Aspetti che scenda dal Cielo la Nuova Gerusalemme? Preghi, preghi e preghi, aspettando che alla fine, con tutto quel pregare, scendano gli angeli dall’alto a rimettere a posto le cose? Ti illudi! Non accadrà, se non alla fine dei tempi, è scritto, e nel frattempo ci sarà tanta sofferenza per la quale avresti potuto fare qualcosa, qui ed ora. Imparate dal Samaritano, ci ha esortato il Papa nell’ultima enciclica, ma ci ha anche spinto a cambiare le società del mondo, e questo il Samaritano non lo fece.  Si deve farlo? E dove è scritto? Non basta obbedire? Non basta.

  E’ un discorso antico, che però bisogna riprendere, di generazione in generazione. Ed è un lavoro difficile, perché chi cerca di modificare la società del suo tempo rischia sempre. Se lo fa da cristiano e lo dice, troverà sempre chi gli rinfaccia di essere troppo poco spirituale e di non occuparsi del Cielo, come dovrebbe, e invece di impicciarsi delle faccende terrene e chissà con quali secondi fini. Il mondo va come va perché è nelle mani del demonio, dicono, ma che ci si può fare?, l’uomo  è peccatore, ce l’ha nell’animo il male, e tentare di cambiare le cose significa usurpare il posto dell’Altissimo, che farà quello che vorrà a tempo debito, alla fine della storia, mentre ora vuole solo che ci si penta a posteriori e si preghi. I giusti se ne stiano allora nelle loro tribù a pregare e lascino che le potenze della Terra facciano il loro corso. Naturalmente la teologia cristiana di sempre ha sostenuto costantemente l’opposto. Le  nostre Chiese sono state infatti,  sempre,  delle potenze sociali e hanno cercato di riformare le società in cui vivevano. La teologia ha poi spiegato perché facevano bene a fare così e come fare, anche se molto spesso i risultati sono stati piuttosto discutibili e anche pessimi, con punte di orrido.  Questo non ci esime dal ritentare.

  Tommaso D’Aquino, frate domenicano vissuto nel Duecento tra l’Italia e Parigi, filosofo e teologo, spiegò molto efficacemente perché si debba farlo e in questo è sempre attuale. Grandi anime come Jacques Maritain e Lorenzo Milani trassero insegnamento dal suo pensiero. Naturalmente la filosofia è molto progredita dal Medioevo, ma le argomentazioni di Tommaso D’Aquino, sviluppate poi dalla corrente di pensiero detta tomismo, sono ancora molto utili in particolare per mettere ordine tra spiritualità e impegno sociale dei fedeli.

  La teologia di Tommaso d’Aquino ha qualcosa che la rende unica nella nostra confessione religiosa, oltre naturalmente al suo valore argomentativo, perché con l’enciclica Dell’Eterno Padre [dalla frase iniziale «Il Figlio Unigenito dell’Eterno Padre, che apparve in terra a portare salute e luce di divina sapienza al genere umano, recò al mondo un beneficio grande e stupendo quando, sul punto di risalire al cielo, ordinò agli Apostoli che "andando ammaestrassero tutte le genti" (Mt 28,19), e lasciò la Chiesa, da Lui stesso fondata, maestra universale e suprema dei popoli.»],  diffusa nel 1879 dal papa Leone 13°, colui che con l’enciclica Delle Novità del 1891 avrebbe dato inizio alla dottrina sociale contemporanea, fu dichiarata ufficialmente come veridica dal punto di vista religioso, e molto utile nelle attività di studio e di formazione, in particolare per contrastare gli errori del pensiero dei tempi correnti. Lo spiritualismo estremo è tra questi, anche se di solito non se ne ha consapevolezza negli ambienti religiosi, dove è apprezzata l’atletica mistica e spiritualistica.  Ho trovato sempre utile rifarmi al pensiero tomistico, per quel poco a cui ho potuto avere accesso da ignorante colto, perché, data la facilità con cui negli ambienti ecclesiali si distribuiscono scomuniche e anatemi, chi se la fosse presa con me dopo che avessi fatto riferimento al D’Aquino avrebbe dovuto fare i conti con Leone 13° e i suoi successori, che sul tomismo non cambiarono mai idea.

  In un certo senso la dottrina sociale è costruita sull’ordine di idee del tomismo.

 A scuola ne ricevetti una informazione piuttosto sommaria, ma completa nell’essenziale, ma l’appresi distrattamente. Solo più tardi, crescendo, mi resi conto dell’importanza di quel pensiero.

  Mio padre negli anni Settanta era amico di un professore dell’Angelicum, l’università romana dei Domenicani, padre Benedetto d’Amore, il quale stava portando a termine un  grandioso lavoro di catalogazione di tutte le parole usate da Tommaso d’Aquino nel suo lavoro maggiore, la Somma Teologica, in cui il filosofo cercò di discutere, argomentando con ordine, tutti i problemi, da lui definiti quaestiones, questioni che interrogavano le coscienze, che si ponevano mettendo in relazione la fede cristiana e il mondo del suo tempo, interpretato in particolare prendendo spunto dalle opere del grande filosofo dell’antica Grecia Aristotele (vissuto nel Quarto secolo dell’era antica), del quale nel Duecento cominciarono a circolare delle traduzioni il latino, la lingua degli scienziati dell’epoca (lo rimase fino a metà Ottocento), rendendolo più accessibile. Sentendo parlare quel padre domenicano, mi convinsi dell’importanza del tomismo.

 Certo: Tommaso d’Aquino scriveva in latino, anche se un latino molto più vicino all’attuale italiano di quello, ad esempio,  sintatticamente molto complesso, di Cicerone. Ma pur sempre latino. Un tempo il latino rientrava nella formazione di tutte le persone colte, preti, religiosi e laici (e rimase lingua della scienza fino a metà Ottocento). Ora molto meno. Però sul Web sono disponibili molti testi di D’Aquino in traduzione italiana, ad esempio su:

http://www.thomasinternational.org/it/projects/step/treatiseonlaw/delege090.htm

  Insegnano la via che, in particolare tra i laici, bisognerebbe seguire. Non basta pregare  e partecipare alle liturgie, occorre anche rendere ragione  della fede, non limitandosi ad additare il Cielo. E’ anche scritto nella Lettera di Pietro [1Pt 3,15-16]:

 

[15]Piuttosto riconoscete nel vostro cuore che Cristo è il Signore. Siate sempre pronti a rispondere a quelli che vi chiedono spiegazioni sulla speranza che avete in voi, [16] ma rispondete con gentilezza e rispetto, con la coscienza pulita. 

 

 Questo è, appunto, tomismo.

  Tommaso d’Aquino argomentò per problemi, quaestio, non per partiti presi, come se in religione si avesse la risposta a tutto senza dover fare la fatica del raziocinio e, comunque, avendo come argomento di chiusura quello della fede come mistero, che esonererebbe dalla fatica di risolvere i dubbi sulle vie da prendere in società semplicemente rimandando al Cielo.

  Un esempio del modo di argomentare di Tommaso D’Aquino lo possiamo vedere nel trattato Sulla legge della Somma teologica  che potete leggere in italiano andando al sito WEB di cui al link  qui sopra.

  Nella Qaestio 90 si espone il pensiero sull’essenza della legge, una  questione attualissima.

  Il ragionamento è diviso ordinatamente in articoli  e ogni articolo ha come rubrica una domanda, ad esempio «La legge è qualcosa che appartiene alla ragione?». Problema.  Questo è un buon metodo, perché impegna ad esaminare  senza pregiudizi e partiti presi, argomentando in modo ragionevole, vale a dire cercando di ottenere il consenso altrui non solo su base fideistica, prendendo in esame ogni orientamento sul tema trattato. Noi in genere, negli ambienti ecclesiali, ne siamo insofferenti e ne diffidiamo. La fede non sarebbe tale senza certezza. Tu credi, quindi sai che fare in ogni occasione, semplicemente rifacendomi alla tua fede. Eh, ma non funziona mica così! Su un tema come quello dell’essenza della legge, vale a dire dei comandi sociali secondo i quali una società è ordinata e procede, saremmo tentati di intitolare, in modo assertivo, “La legge è qualcosa che non  appartiene alla ragione”, in questo modo cercando di farci belli della nostra fede, per cui ci è stato insegnato che la legge ci è stata data  e comprende valori non negoziabili di fondamento soprannaturale, la legge scritta nei cuori. La ragione… se mischiamo la fede alla ragione sempre la fede ci scapita, pensiamo. Ecco che vogliono mettere di mezzo la ragione: noi siamo credenti! La ragione se ne stia al suo posto! Pregando, la fede entra nei cuori e ci dice che fare.

 Ma questo modo di fare serve a poco sulla questione della legge, che serve ad ordinare la società e quindi deve ottenere consenso, produrre una sintesi sociale, e innanzi tutto essere fatta per  un società, per quella determinata  società che deve essere ordinata e diretta, che quindi va anche conosciuta bene, e non solo presupposta. Tre sono le vie per ottenere il consenso: argomentando, la forza bruta, la suggestione, che è vicina alla forza bruta e sostanzialmente è un inganno.  Senza argomentazioni, rimangono le altre due vie. Nei secoli passati, appunto, la via dell’affermazione sociale della fede è stata anche forza bruta e inganno. Non sto ad argomentare su questo perché mi riporto al magistero del papa Giovanni Paolo 2°, proclamato santo, il quale, durante il Grande Giubileo dell’anno 2000 ci guidò appunto a chiedere perdono per quello.

 Sul problema  dell’essenza della legge, e in particolare se abbia qualcosa a che fare con la ragione,  dunque, Tommaso D’Aquino inizia ad esaminare un brano della Lettera ai Romani  di Paolo di Tarso [Rm 7,23] che fa

 

[22] Nel mio intimo io sono d’accordo con la legge di Dio, [23] ma vedo in me un’altra Legge: quella che contrasta fortemente la Legge che la mia mente approva, e che mi rende schiavo della legge del peccato che abita in me.

 

 e sembra che escluda la ragione dalla questione della legge,  perché la legge di Dio  è in noi e quella della società rende schiavi operando dall’esterno,  e poi osserva che la legge, in società,  serve a muovere la gente e quindi è volontà, mentre la forza della ragione si basa su altro e produce altro.

  Su queste basi argomenta chi ritiene che la legge non sia qualcosa che appartenga alla ragione. La legge è la volontà di chi comanda, in particolare del principe, il capo politico. Ma, possiamo dire, in democrazia anche del  popolo che voglia essere  sovrano al modo degli antichi principi.

  Però, osserva il filosofo, la legge è regola ed esiste in ciò che è misurato e regolato: ma, come ha dimostrato in altra questione, è la ragione che regola e misura l’agire umano. In particolare è la ragione  pratica  che spiega come applicare in concreto i principi universali. Dunque la legge è qualcosa che appartiene la ragione.

 E, che succede, se la legge non si lascia guidare dalla ragione? Succede che sarebbe più un’iniquità che una legge, perché è la ragione che indica il fine della legge, che è l’agire retto:

 

«Infatti a partire dal fatto che qualcuno vuole un fine, la ragione comanda circa quelle cose che sono in vista del fine. Ma affinché la volontà delle cose che sono comandate, abbia natura di legge [rationem legis], è necessario che sia regolata da una qualche ragione. E in questo modo si comprende che la volontà del principe ha vigore di legge: altrimenti la volontà del principe sarebbe un’iniquità più che una legge.»

 

  Qui troviamo la base della teoria contemporanea dei diritti umani fondamentali, definiti  inviolabili, ai quali nessuna autorità politica, pena il diventar iniqua, può derogare; quei diritti di fronte ai quali, dunque, nessuna autorità può più rivendicare una propria sovranità  per esentarsene: nessuna legge vale se comanda il male e per valutare se accada occorre far uso della ragione.

 In quell’ottica, dunque, anche in una prospettiva di fede è necessario l’uso della ragione e non ci si può limitarsi a voler credere, bensì occorre argomentare e  capire i fatti della vita, per comprendere dov’è il bene e che fare e dove andare nel concreto della nostra realtà storica.

 Un’abilità che si deve apprendere e che dunque dovrebbe essere insegnata fin dalla formazione di base. Al primo ingresso in società, che si ha quando si comincia, dall’età delle elementari, a far vita di società fuori della famiglia, bisognerebbe cominciare a impararla.

 In genere però non lo si fa, perché si teme di perdere il controllo del gregge autorizzando il raziocinio. Tommaso d’Aquino è l’esempio di come, invece, al cristiano il raziocinio serva, eccome se serve.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in san  Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.