martedì 16 marzo 2021

Miti e tiranni

 

Miti e tiranni

 

 Tiranno è colui che pretende di non avere limiti al proprio potere sociale. Di solito, quando pensiamo al tiranno, ci viene in mente il dittatore, che è chi è riuscito a imporre un proprio potere politico tirannico, ma il concetto è molto più vasto, perché ogni persona, nelle sue relazioni sociali, tende alla tirannia, se non trova limiti. Un campo sociale in cui questo è molto sensibile è la famiglia. I figli crescono liberandosi dalla tirannia dei genitori. Per questo la famiglia è un modello sociale tendenzialmente instabile  e certo le sue dinamiche non vanno bene come modello dell’organizzazione di società più vaste. La sua principale controindicazione è che si basa, appunto, su gerarchie tiranniche. Però ci si può costruire sopra un mito, una bella narrazione sociale che mette in luce la sua principale virtù: quella dell’altruismo, in particolare per prendersi cura dei deboli e di chi si è messo nei guai. Il mito della famiglia funziona come catalizzatore sociale di buoni sentimenti e anche di buone azioni, anche se i modelli sociali basati sulla famiglia, ve ne sono diversi, tendono a creare società tiranniche.

  Le religioni, anche la nostra, sono piene di miti e senza miti non possono esistere. Questo perché cercano di spiegare il senso di ciò che accade e in particolare quello della nostra vita e ragionandoci semplicemente sopra ciò che se ne ricava non soddisfa. Occorrono le emozioni e i miti sono narrazioni emotive.  I miti però hanno una loro verità, perché non sono del tutto avulsi dalla realtà, ma cercano di interpretarla in modo che abbia un senso per chi ci vive dentro. L’importante è mantenere la capacità di distinguere tra il mito e la realtà. In religione vi sono momenti nei quali si vive come in un sogno, immersi nei miti, ma nella costruzione sociale occorre risvegliarsene, così come anche quando si cerca di manipolare la natura intorno a noi per ricavarne ciò che ci serve per tirare avanti.

  Una filosofia come il tomismo, il pensiero costruito sulle opere del frate domenicano Tommaso d’Aquino, vissuto nel Duecento, ha insegnato proprio a distinguere tra mito e realtà in modo da mantenere il mito senza pregiudicare la comprensione della realtà  quando ci si propone di intervenirvi sopra. Per molti versi esso è obsoleto, ma per altri  no, in particolare nel suo pensiero politico e sul tema del rapporto tra fede religiosa e pensiero razionale.

 Nell’antica Grecia nacquero scuole di pensiero che insegnarono a organizzare razionalmente le argomentazioni e  a studiare con questo metodo la natura e le società. Uno dei vertici di ciò si ebbe nel filosofo Aristotele, vissuto nel Quarto secolo dell’era antica. Con Platone, vissuto tra il Quinto e il Quarto secolo, praticò una forma di studio collettivo che possiamo considerare come la prima forma di università.  Praticò anche ciò che ora chiamiamo mediazione culturale, quando fu chiamato alla corte del macedone Filippo, i macedoni erano considerati barbari  dai greci, per fare da precettore al figlio Alessandro, probabilmente insegnandogli anche l’arte del governo, la politica. Alessandro divenne poi tiranno di un grandissimo impero al cui interno diffuse la cultura greca e questo movimento culturale fu cruciale, circa quattro  secoli dopo, per lo sviluppo del cristianesimo a partire dall’antico giudaismo. E' fondamentalmente per questo che abbiamo ricevuto scritto nel greco antico il Nuovo Testamento. 

  All’epoca di Tommaso d’Aquino cominciarono ad essere disponibili nuove traduzioni delle opere di Aristotele che presentavano un pensiero e un metodo divergenti rispetto alla teologia di allora, che era impegnata ad assecondare la fondazione di un impero religioso voluta dal Papato dall’Undicesimo secolo.  Quindi inizialmente, come di solito capita nella teologia cristiana, l’aristotelismo venne condannato e bandito. Nella nostra religione, quando si scopre qualcosa che non torna con la teologia corrente, la prima reazione è quella di vietare di parlarne e scriverne. Tommaso d’Aquino insegnò come conciliare l’aristotelismo, e in genere il pensiero razionale, con la teologia corrente e i suoi miti. Trattò anche di politica e di tirannie, condannandole. Consigliava, per abbattere le tirannie, di seguire delle procedure comunitarie, di non affidarsi alla violenza, perché con quest’ultima può accadere che abbattuto un tiranno ne sorga un altro peggiore. Ho trovato sul WEB un brano di questi ragionamenti:

https://www.sursumcorda.cloud/articoli/de-regimine-principum/1438-san-tommaso-come-il-popolo-deve-comportarsi-per-evitare-che-il-monarca-diventi-tiranno.html

  Tutto ciò che è mitizzato  diviene non riformabile: questa è la ragione per la quale ogni potere sociale insofferente di limiti, che quindi tenda alla tirannia, si costruisce addosso dei miti. Lo ha fatto, ad esempio, il Papato dall’Undicesimo secolo.  La democrazia contemporanea è invece un complesso di valori, concezioni e procedure profondamente demitizzanti, o, come si dice in religione e in sociologia, secolarizzanti. La secolarizzazione è l’antidoto al mito. Nell’Ottocento si costruirono miti che riguardarono anche le scienze della natura: furono alla base dell’ideologia del positivismo. Nel Novecento furono demitizzati. La natura come somma delle perfezioni  è, ad esempio, un mito. Rendersene conto rende ormai obsolete anche certe teologie cristiane che, volendo conciliare una concezione evoluzionistica della natura con la fede,  quindi la realtà della natura con i miti della fede, mitizzarono la natura assimilandola alla fede. Tommaso D’Aquino insegnò a tenerle distinte, anche se non separate. La natura è quella che è, tutt’altro che perfetta secondo la nostra idea di perfezione, ma, certo, molto complessa, e questa sua complessità meraviglia, tanto che ci si immagina dietro, mitologicamente, un disegno intelligente. Nel mito va bene, ma quando, ad esempio, bisogna capire come creare un farmaco che contrasti il contagio da un certo agente virale, occorre demitizzare e comprendere realisticamente come funziona quell’agente virale.

 Per intenderci: quando voglio mettere in moto la mia automobile, giro la chiave di accensione, non mi metto a pregare aspettandomi che, per quella mia preghiera, parta,  e questo anche se, all’inizio di un viaggio un po’ più lungo in macchina,  nella mia famiglia c’è l’abitudine di recitare una preghiera.

 E' lo stesso anche nell'azione sociale, quando ci si deve occupare di tiranni e tirannie. 

Mario Ardigò - Azione cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli