mercoledì 17 marzo 2021

Ancora su comunità e istituzione

 

Ancora su comunità e istituzione

 

  Per nostri limiti biologici di specie, per com’è fatta la nostra mente, noi non facciamo comunità quando siamo oltre una quarantina di persone. Intendiamo per comunità il gruppo in cui un essere umano possa avere relazioni profonde, significative, di quelle che sorreggono nel trovare il senso della propria vita. Se ne è parlato come di mondi vitali.

  Ma noi siamo otto miliardi sulla Terra e le nostre vite sono possibili perché collegate in un fitto e molto complesso intreccio di relazioni sociali che ci consente di superare la dimensione comunitaria. Questo rende possibile non solo la convivenza di moltitudini umane, ma anche la produzione e lo scambio dei beni materiali che ci servono. Di tutto questo abbiamo un’immagine semplificata nel mito, che non è solo cosa per gli antichi. Quando parliamo di mondo e di umanità siamo già nel mito. Così anche quando parliamo di natura  e, a proposito di questa, diciamo che la natura fa, la natura crea, la natura distrugge, la natura è ferita. Anche quando parliamo di Italia nel senso di nazione siamo nel mito: Italia  e  nazione  sono concezioni mitiche. Il mito è una narrazione a cui è impresso un senso  e che per questo dice qualcosa alla nostra emotività. Al di fuori del mito ci sono solo processi, interrelazioni tra forze che, considerate sotto certe prospettive, possono anche apparirci  ordinate a finalità, ma che non hanno un senso  come a noi serve. All’origine delle comunità ci sono queste forze che ne sono anche fattore di coesione.

  E la Chiesa che cos’è?

  Dai tempi del Concilio Vaticano 2° si parla delle famiglie come Chiese domestiche. Una famiglia è un gruppo di persone legate da relazioni di particolare intimità e queste relazioni sono determinate da forze fisiologiche che spingono le persone a vivere insieme. Se a questa realtà che possiamo riconoscere naturale si aggiunge la condivisione di miti religiosi, quindi di quest’elemento culturale, e in particolare di miti cristiani, allora ecco, sì, la famiglia diventa Chiesa. Sappiamo che la teologia morale cattolica vuole fare distinzioni tra famiglie come si deve ed altre aggregazioni che in qualche modo usurperebbero il nome di famiglia, ma esse hanno veramente poco senso, appunto perché la famiglia  è basata su forze naturali, su quell’attrazione fisiologica che determina un’intimità e  che senz’altro si produce anche al di fuori dei modelli approvati dai censori della teologia normativa, come anch’essi sanno bene ma non vogliono riconoscere. Di modo che anche se costoro negano benedizioni e minacciano sanzioni a chi le vuole impartire, il risultato sarà che le famiglie invocheranno da sé la benedizione negata dai gerarchi, rivolgendosi più in alto.

  Ma lo stare insieme nella Chiesa non è determinato solo dai fattori che ci uniscono nelle famiglie o in altre comunità in senso proprio. E’ come nelle società nel loro complesso, il mondo di oggi sopravvive perché ci si organizza in grande. Per questo la Chiesa può, e deve anche,  andare molto oltre il piccolo gruppo comunitario. C’è in più il mito, e questo però non basterebbe, e ci sono le istituzioni, vale a dire delle regole organizzative che assegnano a ciascuna persona il proprio posto e il proprio ruolo, ma sulla base di miti, altrimenti  non funzionano. E’ così che si riesce a sopravvivere in otto miliardi. Il sacerdozio ministeriale è una di queste istituzioni: esso venne strutturandosi nei primi tre secoli della nostra era, e certamente non era individuabile nel primo gruppo di discepoli del Maestro, il quale non ordinò sacerdoti, né uomini né donne, ed egli stesso, naturalmente, non si presentò come sacerdote, ma come il Cristo, il Figlio del Dio vivente. Già negli scritti biblici attribuiti a Paolo di Tarso notiamo però  l’evoluzione dell’idea di un nuovo sacerdozio, che poi nei secoli successivi sarà ripresa sulla base anche delle narrazioni dell’Antico Testamento sul sacerdozio giudaico. Ora abbiamo sacerdoti che celebrano un sacrificio  nella Messa, secondo la particolare concezione cristiana però, che implica anche un fare memoria.

  Fino agli anni Sessanta, la nostra Chiesa si è sviluppata fondamentalmente intorno ai miti sacerdotali, uno dei più importanti dei quali è quello del Papa come Vicario di Cristo. Il mito-istituzione sacerdotale ha iniziato però a rivelarsi insufficiente per mantenere la coesione ecclesiale occorrente. Questo è dipeso essenzialmente per l’affermarsi dei processi democratici dall’Ottocento e di un nuovo mito sull’autorità, il mito del popolo sovrano. Quest’ultimo sta iniziando anch’esso a manifestarsi desueto per il dispotismo che spesso ne è conseguito, che schiaccia le persone. Quando, nel Concilio Vaticano 2°, si è data tanta importanza alla coscienza personale, ribaltando idee che avevano prevalso solo fino a pochi decenni addietro, si sono  poste le basi di una riforma epocale. Una volta infatti che si ammette la liceità che il fedele abbia una coscienza libera, necessariamente gli si deve trovare un posto e un ruolo diversi da quelli del passato, quando i fedeli li si volevano docili nello stato di gregge, rispetto ai pastori, vale a dire ai sacerdoti ministeriali. Ancora questo non è riuscito. Nel frattempo le società in cui siamo immersi stanno ancora cambiando e paradossalmente stanno ripudiando il valore della coscienza a favore di un neo-populismo, in cui si scambi consenso contro protezione. In questa prospettiva l’individuo è di nuovo spinto nel gregge.

 Quindi, passando a una dimensione locale come quella parrocchiale, abbiamo questi problemi:

-un’istituzione obsoleta che lavora con miti inadeguati;

-comunità che non riescono a superare i loro ristretti confini per così dire naturali e che quindi rimangono piccoli gruppi, senza  fare società;

-una società intorno che spinge verso il neo-populismo e pretende di assimilare a sé la Chiesa-istituzione e la Chiesa nella sua dimensione comunitaria, avendo però perso dimestichezza con le cose della Chiesa, con la sua cultura e i suoi miti, limitandosi più che altro ad agitarne, brandendoli, i suoi simboli, riti, locuzioni, quindi concentrandosi su aspetti tutto sommato marginali, inessenziali.

 In passato, il ritorno alla pratica del vangelo, a ciò che invece è essenziale, si è rivelata una buona via. Già, perché il vangelo  è molto più un libro, come è stato osservato, è vita vissuta, e quando mi danno del seguace di una religione del libro non è che me ne senta molto soddisfatto.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli