lunedì 8 marzo 2021

Michela Murgia, Stai zitta e altre nove frasi che non vogliamo più sentire - Scheda di lettura

 

Michela Murgia, Stai zitta e altre nove frasi che non vogliamo più sentire

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Scheda di lettura

 

«Andrea non dice ‘Non sono maschilista’, dice ‘vivo in un sistema maschilista, ma voglio cambiarlo”. Se qualcuno si chiedesse che aspetto abbia un femminista, io credo sia fatto così.»

 

 Questa è una frase che potrete leggere nell’utilissimo libro di Michela Murgia, Stai zitta e altre nove frasi che non vogliamo più sentire, Einaudi, 2021, €12,35, disponibile anche in e-book ad €7,99. Spiega la differenza tra colpa e responsabilità. Ho letto che l’autrice è stata animatrice e dirigente in Azione Cattolica: è quindi una di noi.

  Un uomo può non avere abitualmente atteggiamenti sessisti verso le donne e non sentirsi quindi maschilista, ma vive in una società ancora fortemente maschilista e se ne avvantaggia:  quindi deve sentirsene responsabile, altrimenti ne è complice.

 Noi maschi nasciamo con un bagaglio di privilegi che possiamo far finta di non vedere. In questo bisogna distinguere, dice Murgia, tra colpa e responsabilità. La colpa è un carico morale esclusivamente personale e, a meno che non si sia praticata deliberatamente l’ingiustizia o una violenza, se ne è esenti. La responsabilità è invece un carico etico collettivo che cir riguarda tutti e tutte, perché le regole che seguiamo ogni giorno reggono la diseguaglianza che viviamo. La colpa ce l’hai o non ce l’hai. La responsabilità invece ce l’assumiamo se pensiamo che quella diseguaglianza ci riguardi e che possiamo fare qualcosa per rimediarvi.

 Non sono maschilista”,  aggiunge l’autrice, significa in fondo dire “Le conseguenze del maschilismo non sono un mio problema e non lo devo risolvere io”. E’ diverso, appunto, dire invece:”‘vivo in un sistema maschilista, ma voglio cambiarlo”.

 Quando ho letto la recensione del libro, mi ha incuriosito e l’ho subito comprato, pensando che parlasse degli altri maschi, non di me, che non mi ritengo maschilista. Mi sono dovuto ricredere: parla proprio anche di me! Me l’ha fatto notare mia moglie, quando gliene ho parlato: “stai zitta”, me lo dici sempre, mi ha rinfacciato. E devo ammettere che è così.

 Praticamente ho pensato o detto tutto ciò che viene condannato nel libro, compreso il “Non sono maschilista!”, e non ho nemmeno la scusa di non essermi reso conto della sua ingiustizia. Semplicemente ho considerato normale che le altre lo accettassero come normale.

 Cercherò di correggermi perché non sopporto più di essere così. Il mondo non è bello così. Divenendo anziano mi sta divenendo sempre più penoso trovarmi tra maschi, i quali in genere la pensano così e fanno e dicono così: sono noiosi, prevedibili, scontati, insopportabili. Dico così di loro, ma è perché anch’io mi comincio a vedermi brutto  in quel modo. E come faccio, allora, in una Chiesa che è una delle centrali mondiali del sessismo? Ci sto, ma protestando e cercando di persuadere, spingere, anche lottare perché si sia diversi. Altrimenti mi riuscirebbe insopportabile rimanere anche lì.

  In qualcosa mi pare di  stare cambiando: nell’empatia. Sento come mia l’umiliazione delle donne. Ad esempio quando alcune teologhe hanno detto di sentirsi in fondo umiliate per la recente concessione dell’accolitato e del lettorato femminile, ministeri che da almeno cinquant’anni sono di fatto pratica corrente in chiesa. Di quanti tesori di sapienza siamo stati privati nella predicazione per esserne stare mantenute pretestuosamente escluse le donne nella nostra Chiesa!

 Il linguaggio è un’infrastruttura culturale che riproduce i rapporti di potere: è vero. E nella nostra Chiesa è proprio a quel fine che viene utilizzato contro le donne. E nemmeno si può reagire quando lo si infila nelle omelie. Quanto spesso in quel contesto le donne sono diffamate!

 Il sessismo, scrive Murgia, come il razzismo è una cultura aggressiva: pensare che basti viverci dentro passivamente per non averci niente a che fare è un’illusone che nessuno può permettersi di coltivare. E, allora, ben vengano norme che ce lo ricordano.

  In un incontro recente mi è stato chiesto se la legge contro le discriminazioni di genere,  che a novembre è stata approvata alla Camera ed è ora all’esame del Senato,  potrebbe colpire nella nostra Chiesa:  certamente,  ho risposto,  pur in presenza di questa esimente

                                      Art. 4.

          (Pluralismo delle idee e libertà delle scelte)

Ai fini della presente legge, sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti.

 

perché è molto frequente negli ambienti ecclesiali un linguaggio che porta immediatamente alla discriminazione. E io non avrei remore a chiedere la condanna di chi lo pratica. In genere però non solo è un modo di esprimersi che si considera ovvio, ma addirittura ortodosso. Ciò sebbene il Maestro non l’abbia mai usato, stando a quello che si legge nei Vangeli. E si sa quali acrobazie si fanno nella predicazione quando, ad esempio, si affronta a messa l’episodio di Marta e Maria, nel quale è scritto che Maria scelse  la parte migliore trascurando le faccende domestiche per ascoltare il Maestro, per precisare però, contrariamente alla lettera del Vangelo, che anche Marta  non sbagliavache insomma il posto delle donne è in fondo quello di Marta. E invece con quanto compiacimento si ricama sopra quel brano biblico del libro della Sapienza, inflitto ogni anno alle fedeli, in cui si ricordano le virtù casalinghe delle donne!

  Per non parlare dell’elogio di quella che Murgia chiama mammitudine, contrapposta ad esempio alla criminalizzazione della donna che si fa praticare l’aborto, presentata come l’apice della malvagità, peggio degli stragisti,  invece che come una persona rimasta incastrata in un ingranaggio sociale oggettivamente contro la donna madre, che in certe condizioni disperate nondimeno condanna  la donna alla maternità. Per nostra consolazione, alla spietatezza dei teologi dogmatici, corrisponde invece la misericordia della pastorale di prossimità, che soccorre e solleva, e talvolta con quello riesce anche a salvare le vite dei nascituri.

 Non è vero che ci si meraviglia quando una donna ha un successo in qualche campo e allora  si cerca di sapere se è anche una mamma, per poter dire “è pensare che è anche mamma”? Di un uomo di successo non si va mai a vedere subito se è anche papà.

  E poi quello che l’autrice definisce uno dei peggiori pregiudizi sessisti: quello secondo il quale gli uomini sono esseri razionali e le donne relazionali. Un maschio fa le cose per un perché, mentre una femmina solo se ha un per chi. Se non c’è l’ha bisogna temerla.

 L’attitudine dolce delle donne dipenderebbe dalla loro mammitudine, mentre, osserva Murgia, in natura in realtà le madri diventano più aggressive.

  E le donne che scelgono di non essere madri son presentate come disumane ed egoiste. Un motivo ricorrente nella predicazione. E i preti allora?

  La donna potente, scrive l’autrice, se è madre, sembra far meno paura a chi il potere lo ha visto solo in mano agli uomini. Questi ultimi sembrano spaventarsi delle donne che non si mostrano  docili  e piene di mammitudine.

  Avere figli per gli uomini sembra non avere niente a che fare con la loro dimensione pubblica, al contrario delle donne che devono  mostrare di saper e potere  conciliare maternità e professione.

 Se la donna non accetta un ruolo di tipo accudente  e  accogliente  si fa la fama di durezza che viene valutata negativamente, mentre per gli uomini viene considerata una virtù, quella della determinazione.

 Un uomo che dissente è una voce coraggiosa, una donna che lo fa è una rompipalle che ha da ridire su tutto, osserva Murgia. Aggiunge che il patriarcato non tollera il dissenso e ha metodi violenti per combatterlo. Dire che la discriminazione non va bene è un passaggio faticoso, ma, osserva l’autrice, è per merito di quelle che hanno avuto il coraggio di farlo che ora ci si può salvare da un matrimonio finito male, scegliere di diventare madri o no, fare le magistrate, non essere costrette a sposare il proprio stupratore e avere altri piccoli diritti.

 Infine, ricorda Murgia, lo spettro della zittellagine. L’orrore degli orrori secondo la cultura patriarcale: queste creature spaventabili che sono gli uomini si terrorizzeranno talmente della donna che dissente e protesta a tal punto che nessuno la vorrà mai. Nella concezione patriarcale la peggiore sventura che possa accadere a una donna è restare senza un uomo.

 Scrive Murgia:

«E’ una leggenda e bisogna gridarlo forte. Gli unici uomini che si spaventano se una donna protesta contro un’ingiustizia sono quelli  che hanno la responsabilità deliberata o tacita di quell’ingiustizia. Gli altri non solo non hanno alcun problema con le donne che protestano, ma sempre più spesso si attrezzano per aiutarle».

 Così, d’ora in avanti, mi propongo di fare io, dovunque in società, in particolare nella Chiesa e sul lavoro.

 Vi consiglio caldamente il libro di cui ho scritto.

  Grazia Michela Murgia!

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli