mercoledì 24 marzo 2021

È possibile fare comunità in parrocchia?

 

È possibile fare comunità in parrocchia?

 

 1. È possibile fare comunità in parrocchia o addirittura fare della parrocchia una comunità?  In base all’esperienza della nostra parrocchia, bisogna concludere che nel primo caso la risposta è affermativa, mentre nel secondo può essere affermativa o negativa a seconda del tipo di modello comunitario prescelto ma anche delle istituzioni di partecipazione comunitaria che si affiancano all’istituzione canonica della parrocchia.

 Dal 1983 al 2015 la nostra parrocchia è stata la sede di un tentativo di riforma in senso comunitario. Si è avuto successo nell’insediare comunità molto coese nella parrocchia, ma non in quello di fare della parrocchia una comunità. In più, poiché le neo-comunità erano fatte di molte persone non residenti nel quartiere, quest’ultimo è apparso disaffezionarsi alla parrocchia.

 Il metodo seguito per costituire le neo-comunità è stato determinante nel produrre quel risultato. Infatti, secondo una strategia studiata a fondo fin dalla sociologia degli anni ’60, la coesione si è ottenuta immergendo totalmente le persone nel nuovo comunitario in modo da produrre una ristrutturazione della loro identità, nell’intento di ottenere una specie di risocializzazione primaria (la socializzazione primaria è quella che il bambino acquisisce nelle relazioni con i genitori ed è molto resistente perché carica di affettività e totalizzante: per un bimbo il mondo che i genitori gli presentano è l’unico che c’è). Ciò comporta il distacco da tutto ciò che non è coerente con la neo-ideologia comunitaria e da tutte le altre persone che non la praticano. Questo ha creato tensioni, che si sono rivelate incomponibili, con le altre realtà comunitarie della parrocchia. Non è stata vissuta serenamente, da parte di chi credeva nell’orientamento neo-comunitario, l’ostinazione degli altri gruppi nel voler continuare ad essere diversi da come le nuove idee volevano che si fosse e nel manifestarsi insofferenti delle proposte che giungevano loro nel nuovo corso. Ai ragazzi, dopo la formazione di base veniva proposta sostanzialmente un’unica spiritualità e un unico modello di impegno neo-comunitario. L’Azione cattolica, molto fiorente negli anni ’70, fu progressivamente considerata come non più adatta ai tempi nuovi e la si pensò sostanzialmente come ambiente per gli adulti che vi si erano già acculturati, ad esaurimento.

  Dall’ottobre  2015 ci fu un cambio di rotta, ma la tensione è rimasta, anche se un certo pluralismo è stato ripristinato. Rimangono le cause dell’insuccesso dell’esperimento neocomunitario a livello di parrocchia, vale a dire la compresenza di comunità che fanno vita separata, trovando solo un modo di convivenza per così dire condominiale. Ciascuna pensa di rischiare la dispersione aprendosi. Nel frattempo il quartiere si mostra meno acculturato alla vita parrocchiale, della quale non manifesta un bisogno costante, ma solo per la prima formazione etica dei più giovani e per le grandi celebrazioni dei fatti della vita e per le feste maggiori.

  Della religione si ha talvolta una idea approssimativa e si teme di doversi sottoporre a prediche bigotte, in particolare sui problemi sessuali, accostandovisi. Non si è mantenuta consapevolezza del senso delle liturgie e della simbologia religiosa. Per molti, il catechismo fatto nell’infanzia è praticamente l’unica fonte di memoria dei fatti religiosi ed è ormai molto lontano nel tempo. Il Papa e i prodigi miracolosi sono l’immagine più comune che si ha della religione. Tutto questo dipende anche dalla superficialità con cui la mentalità consumista spinge ad affrontare la vita, che comunque fondamentalmente rimane quella di sempre, con dentro i fatti dolorosi e soprattutto sottomessa al trascorrere del tempo, eventi di fronte ai quali la persona non religiosa è spesso impreparata.

  Le carenze maggiori della nostra come di altre parrocchie è la mancanza di un nutrito gruppo di laici adulti che sia veramente coinvolto nella sua gestione, non solo in ruoli ausiliari, e di un gruppo di giovani adulti che  possa occuparsi dell’animazione degli adolescenti nell’interesse della parrocchia, perché poi siano pronti, crescendo, ad assumervi responsabilità, senza indirizzarli verso metodi o spiritualità propri di associazioni o movimenti particolari.

  Nessun gruppo dovrebbe cercare di assimilare a sé la parrocchia e tutti i gruppi dovrebbero lasciare i propri aderenti liberi di collaborare alle iniziative e istituzioni parrocchiali insieme ad altre persone di orientamenti diversi, senza temere di esserne come contaminati. Infine i gruppi parrocchiali dovrebbero evitare di richiamare persone da altri quartieri: l’adesione di non residenti dovrebbe essere sottoposta ad una approvazione, con il criterio che i gruppi parrocchiali non dovrebbero esser composti in prevalenza da non residenti.

  In passato, nel vecchio corso, sentivo ripetere la frase “La parrocchia è di chi ci va”, intendendo così che vi ci si potevano insediare da tutta Roma, per affiliarsi a quella certa esperienza neo-comunitaria di cui dicevo,  ma io non ero tanto d’accordo. Innanzi tutto perché esprimeva una concezione proprietaria della parrocchia, che, in quanto istituzione e comunità non può essere posseduta da nessuno, e poi perché sottovalutava il fatto che la parrocchia è un ente territoriale, istituito per la popolazione delle Valli. A volte maneggiare l’Antico Testamento con troppa disinvoltura gioca brutti scherzi e capita, ad esempio, di immaginarsi come un popolo chiamato a soppiantare un altro popolo, pagano, dalle nostre parti, abbattendo idoli ecc. ecc. Invece sì è tutti popolo di Dio e quindi non c’è nessuno da soppiantare. Certo, non si  vuole negare ospitalità religiosa, ma, quando si tratta di partecipare alle decisioni sulla vita della parrocchia, i parrocchiani devono prevalere, altrimenti la parrocchia viene percepita come abitata da colonizzatori e la gente se ne disamora.

 Con queste premesse si può poi pensare anche a riprendere la costruzione sociale in senso comunitario della parrocchia.

2. La costruzione sociale non riguarda solo lo stato e le altre istituzioni comunitarie maggiori, come il comune, ma ogni ambito sociale a cui si voglia dare continuità e finalità più impegnative. Dunque può farsi anche per programmare la vita di una parrocchia.

 Ai tempi nostri concepiamo la parrocchia come istituzione e comunità. In passato se ne parlava come di una istituzione con un suo “popolo” e quest’ultimo consisteva nella popolazione soggetta all’istituzione. A sua volta la popolazione era individuata da confini territoriali. Per questo la parrocchia era ed è ancora un’ente territoriale, in quel senso.

 Quando parliamo di comunità  intendiamo un popolo che  abbia una certa possibilità di partecipare alle decisioni che lo riguardano. La possibilità di partecipare dipende da come è organizzata la comunità, vale a dire dal suo aspetto istituzionale, che c’è sempre, anche se minimo.

 La parrocchia ci giunse negli anni Sessanta del secolo scorso come ente istituzionale senza possibilità di vera partecipazione, sottoposta al governo monarchico del parroco aiutato dai preti suoi collaboratori. Progressivamente vi furono introdotte forme di collaborazione, solo consultiva, per i fedeli laici.  A parte il Consiglio per gli affari economici non sono però elementi necessari nell’istituzione. Questo è un grave problema per l’integrazione tra istituzione e parrocchia, perché senza partecipazione non c’è comunità  e l’assetto istituzionale la ostacola. Non si è comunità se si mette in comune solo la soggezione ad un’autorità. Da ciò però deriva una certa debolezza dell’istituzione, che, non sorretta veramente da una comunità, è tentata dal trasformarsi in una organizzazione di servizio pubblico, in una specie di ASL dello spirito, con un pubblico di utenti che la frequentano al bisogno, quando  è nella misura in cui ne avvertono la necessità e dunque è indifferente chi ci va.

 In questa situazione la vita comunitaria, che inevitabilmente si anima quando le persone si frequentano, finisce per organizzarsi a margine delle istituzioni parrocchiali, in associazioni, movimenti, confraternite, anche articolazioni locali di movimenti maggiori, che vivono le loro occasioni di incontro ciascuno per conto proprio e si incontrano con gli altri gruppi solo in persona dei capi e, allora, con spirito condominiale. Il parroco diventa quindi una specie di amministratore di condominio e si cerca di accattivarsene il favore per avere spazi maggiori. In senso fisico, di disponibilità di locali e attrezzature, o ideologico, per cercare di connotare la parrocchia secondo la propria particolare impostazione comunitaria o spirituale,

 Come ho osservato, i problemi della nostra Azione Cattolica sono derivati dall’essere stata a lungo sfavorita, nell’era passata, da questo modo di trattare le questioni comunitarie.

 I più anziani ne hanno risentito meno, perché formati a dare prevalente importanza alla liturgia.

 Chi si è formato a partire dagli anni Sessanta, invece, non si accontenta di questo, perché gli è stata insegnata l’importanza dell’elemento comunitario e, dunque, se vede che la vita ecclesiale parrocchiale si limita a liturgia e a una monocultura comunitaria che richiede di isolarsi dal contesto sociale, disprezzato come pagano, va altrove o non va proprio.

  Per i più giovani, per ciò che posso capire, è diverso: per loro la religione che si fa in parrocchia in quel modo è inutile per inserirsi in società, il loro principale problema. La religione in quel modo è una consolazione di cui, forse, sentiranno la necessità più avanti negli anni, in particolare di fronte ai rovesci della vita e alla vecchiaia.

3. Dall’ottobre 2015 si è cercato di correggere quell’impostazione.

  Innanzi tutto si è ripristinato un certo pluralismo e, nella formazione di base, di è cercato di riferirsi maggiormente agli indirizzi catechistici della Diocesi e nazionali. Ma ancora la via è lunga e da un anno ci si è messa di mezzo pure la pandemia da Covid 19.

  Nell’affidarci al nuovo parroco, il vescovo fu chiaro: nove anni, avremmo dovuto cambiare in nove anni, poi ce l’avrebbe tolto affidandogli un’altra missione, e ne sono già passati cinque. De resto è un processo che non è favorito dalle tendenze generali della società italiana, che negli ultimi anni ha visto affermarsi l’ideologia del “Prima io!”, del corporativismo sociale egoistico che è insofferente delle esigenze comunitarie. Ognuno è spinto a fare comunità con chi gli pare e prevalentemente nel proprio interesse o in quello dei propri soci.

  Occorrerebbe costituire un’articolazione laicale che funga da gruppo di spinta per iniziative comunitarie, i cui membri siano liberati dall’influenza dei capi dei rispettivi movimenti, che non dovrebbero farne parte.

 Si potrebbe iniziare dal Consiglio pastorale, di cui si sa poco.

  Chi vuole farne parte o continuare a farne parte dovrebbe impegnarsi a seguire un percorso formativo sul senso comunitario della Chiesa e sui problemi organizzativi che si presentano nella crescita comunitaria, che dovrebbe farsi in parrocchia con continuità e con la partecipazione di esperti della Diocesi o, ad esempio, di esperti del Dipartimento Scienze dell’educazione della vicina Università salesiana.

 Una scuola di politica, come quelle che in ambienti cattolici fiorirono negli anni Ottanta, potrebbe consentire di acculturarsi ai processi partecipativi e democratici. Ciò sia per preparare all’assunzione di responsabilità nella vita parrocchiale sia alla partecipazione alla società civile nel senso indicato dalla dottrina sociale.

 Il Consiglio pastorale dovrebbe darsi norme più precise per organizzare una reale partecipazione dei laici alle decisioni sulla vita parrocchiale e regole per l’elezione di propri membri da parte dell’assemblea parrocchiale, fermo restando che i candidati dovrebbero aver seguito il percorso formativo a cui ho sopra accennato.

  Mediante l’inserimento di membri eletti bisognerebbe cercare di liberare le attività del Consiglio pastorale dall’impostazione condominiale di cui dicevo. Nelle elezioni per il Consiglio parrocchiale dovrebbero potersi candidare solo persone residenti nella parrocchia, per evitare l’effetto colonizzazione, e dare diritto di voto ai cresimati residenti dai quattordici anni in su. Stando alle attuali norme il parroco può nominare altri membri a sua discrezione, ma sarebbe bene stabilire un numero massimo di membri.

  Le attività e decisioni della parrocchia dovrebbero poter essere conosciute dai parrocchiani. Senza di questo non è possibile partecipazione. Se nessuno ti dice nulla di ciò che si decide e si fa, significa che non conti nulla: se ci si convince che è così, non si partecipa.

  Il processo comunitario di una parrocchia trova limiti nella natura dell’istituzione e nell’ordinamento ecclesiale: la comunità che si riesca a suscitare non potrebbe mai avere il potere di sovvertirlo. Ma c’è comunque molto spazio per innovare, sempre che si sia convinti che occorra farlo. In ogni cosa bisognerebbe favorire la partecipazione collaborativa rimuovendo gli ostacoli che derivano da un certo dispotismo comunitario, per il quale le persone sono spinte a darsi totalmente a una certa comunità senza che rimanga tempo per altro.

  Chi ha fatto vita parrocchiale sa che un ostacolo deriva dal fatto che in religione, a parte un nucleo condiviso definito dal Credo, si professano le credenze collaterali più strane e anche francamente bizzarre. Se uno, per dire, immagina di essere su Marte, può non essere facile riportarlo sulla Terra. O se pensa di rivivere l’epopea degli antichi Isrseliti nella conquista di Canaan E la nostra sofisticata teologia non aiuta, perché quando finisce in mani non esperte crea seri problemi. Ecco quindi che facilmente ci si immagina come gli antichi bellicosi patriarchi delle chiese delle origini e si distribuiscono a destra e a manca anatemi, scomuniche ed epiteti di pagàni. Chi vi ha partecipato mi ha riferito che l’esperienza dei Consigli pastorali può essere di quelle forti. Ci vuole tanta pazienza e perseveranza.

Mario Ardigó – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli.