mercoledì 31 marzo 2021

Dalla Pasqua del 2008

 

Dalla Pasqua del 2008

 

  In questo Venerdì Santo del 2008, quando si va a visitare i “sepolcri”, mi ricordo di quando, qualche giorno fa, si è discusso della pillola dell’immortalità. Se la inventassero, il mondo non sarebbe migliore né la vita più piacevole, è stato detto autorevolmente. Perché ci sarebbero troppi vecchi. Sul momento mi sono detto d’accordo, poi mi sono posto dei problemi.

  Tra me e i vecchi c’è una certa competizione. Loro hanno tante malattie, poi la vecchiaia stessa è una malattia, come dicevano gli antichi; io però sono quasi sempre più malato di loro. Così in certe circostanze, tendo a sgomitare. Ma loro pure. E’ fatale che io ci rimetta sempre, perché chi potrebbe dire di no alla povera vecchina? Io invece appaio ben restaurato. Però in qualche occasione mi è venuto da desiderare che ce ne fossero di meno, di vecchi, almeno lì dove dobbiamo spartirci la pietà pubblica. Eppure non sono lontano dalla terza età, così, in definitiva, vado contro i miei interessi prossimi.

 Probabilmente la fantascientifica pillola dell’immortalità non si limiterebbe a mantenerci in vita, ma ci rigenererebbe. La materia di cui siamo fatti ha i suoi limiti, tende a disfarsi e a corrompersi, se tessuti nuovi non prendono il posto di quelli non più efficienti. Sicuramente l’industria farmaceutica troverebbe il modo di mantenerci in forma, mettendo in quel farmaco i necessari componenti aggiuntivi. Così magari non avremmo neanche più l’aspetto da vecchi. Un po’ come certi personaggi pubblici dello spettacolo o della politica, ma meglio; non solo non sembreremmo vecchi finché regge il trucco, ma saremmo anche meno vecchi, nel profondo della nostra struttura corporea. Ma anche così, a ragionarci bene, si capisce che non funzionerebbe. Perché comunque il peso delle esperienze passate graverebbe sulle cariatidi rinvigorite, che nel giro di pochi decenni diventerebbero la maggioranza assoluta della popolazione e assumerebbero il controllo di tutto. E naturalmente il principale loro interesse sarebbe la produzione della pillola dell’immortalità, per perpetuare sé stesse. Attività che consentirebbe di mantenere stabile il numero dei viventi, senza che costituisse un problema la denatalità. Di modo che, alla fine, ci si ritroverebbe sempre tra le stesse persone, le stesse facce, nei secoli dei secoli. Senza però più reale interesse gli uni per gli altri, tutto quello che è implicato nella faccenda della generazione  e della cura della prole, insomma quello che in modo riassuntivo comprendiamo nella parola “amore”.  Un universo umano in raffreddamento, che probabilmente ad un certo punto invocherebbe l’eutanasia. Richiesta che forse sarebbe accolta dall’industria, con il risultato di porre in commercio anche la pillola della mortalità.

 Eppure è duro rassegnarsi al succedersi delle generazioni, al fatto che ognuno di noi ha un inizio e quindi una fine. Finché se ne parla in generale è un conto, ma quando la cosa ci riguarda personalmente è diverso.  Ma, in definitiva, la morte non è un nemico? “L’ultimo nemico a essere distrutto sarà la morte”, è scritto nella prima lettera di Paolo ai cristiani di Corinto. E allora com’è che invece non se ne può fare a meno, che il mondo morirebbe senza la morte? Che  è come dire che l’ordine naturale che fa bella la vita è quello stesso che ad un certo punto la distrugge, proprio per consentire la prosecuzione della vita. Una necessità per così dire “provvidenziale”, nel senso di volta al bene; per cui ad un certo  punto dovremmo proprio chiamarla “sorella”, questa nostra morte corporale. Non è cosa da poco. Sono state escogitate nei secoli passati varie “prove” dell’esistenza di Dio, ma questa può essere considerata da alcuni come una delle prove più convincenti dell’inesistenza del Dio cristiano, del Dio che è amore.

 Certo, c’è questa storia del “peccato” originale. Una teologia che, se uno approfondisce un po’, fa acqua da tutte le parti. E che contraddice l’idea di un Dio buono, anzi sommamente buono, che è centrale nella nostra fede. Perché, insomma, come è stato osservato, qui si metterebbero al mondo delle persone solo per punirle per colpe non loro, per una colpa mitica, narrata con toni fiabeschi, con quel contorno di angeli con spade fiammeggianti ecc.

  Il Venerdì Santo è l’unico momento dell’anno liturgico in cui mi pare che la teologia taccia. Di fronte al ricordo della morte del fondatore. Di colui che era stato capace di riportare provvisoriamente alla vita della gente, di risanare per un po’ un mucchio di persone, un po’ come fanno oggi i medici, duemila anni dopo. E’ una cesura, un taglio netto. La ragione deve arrendersi. Non si va più avanti. Eppure ci sono stati altri duemila anni di storia cristiana! Con molti ulteriori ragionamenti e persone che ci hanno speso  e ci spendono la vita. E’ solo questione di emozioni? Di quel fuoco nel cuore che ci coglie quando, in certi momenti, sentiamo fare discorsi come quelli che ci sono stati tramandati con cura? O di qualcos’altro, o meglio di qualcun altro che  ci accompagna nella nostra vita e che ci fa ancora  riconoscere e ripetere, contro ogni evidenza, “E’ risorto, è veramente risorto”? Che questa Pasqua, come tutte le altre della nostra vita, ci aiuti a scoprirlo. Buona Pasqua!

 Mario Ardigò (21-3-08)