mercoledì 17 febbraio 2021

Predicazione del pastore Raffaele Volpe sulla libertà

 

 Oggi, 17 febbraio,  i protestanti italiani celebrano  la festa della libertà.

 Il 17 febbraio 1848 il re Carlo Alberto, sovrano del regno di Sardegna, concesse i diritti civili, di cui fino a quel momento erano privi, ai suoi sudditi valdesi.

 Domenica scorsa, nella trasmissione radiofonica Culto evangelico, è stata trasmessa una bellissima predicazione sulla libertà, del pastore Raffaele Volpe. In vita mia non mi era mai accaduto di sentir predicare sulla libertà presentandola in positivo, non solo come una tentazione a cui resistere o da cui, dopo esservi caduti, risollevarsi tornando tra braccia paterne. Eccovi la trascrizione del testo della predicazione.

  Come ho osservato in altre occasioni, a volte interpretiamo l’ecumenismo più che altro come un ascoltare solo chi ci viene incontro e mostra di concordare in qualcosa, sperando poi di poterlo assimilare. Invece credo che lo spirito giusto sia quello di ascoltare, puramente e semplicemente, cercando di rimanere amici.  Perché, quando si rimane amici, non c’è più separazione, il comandamento dell’unità è adempiuto senza che occorra che qualcuno si lasci assimilare da qualcun altro, sottomettendosi, e questo anche se d’abitudine si prega in posti diversi e guidati da diversi pastori. In Cristo non c’è più divisione. E’ solo questo che conta.

 

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 Cara ascoltatrice e caro ascoltatore,

nel mese di febbraio, il 17, le Chiese evangeliche festeggiano la libertà religiosa.

 Qualcuno definì la libertà religiosa la madre di tutte le libertà. Oggi ci accontenteremmo se fosse una sorella  con eguale dignità delle altre libertà e che ogni confessione religiosa potesse liberamente professare la propria fede. E’ per questo che le Chiese evangeliche festeggiano  la libertà religiosa non come la propria  libertà, ma come la libertà di tutti.

 Preghiamo.

 Signore, la libertà è tra i doni più belli che tu ci hai donato. Noi siamo creature libere, tuttavia spesso facciamo della nostra libertà un mezzo per renderci schiavi. Insegnaci a coltivare la libertà, a difenderla, a farla crescere. Insegnaci a comprendere che non siamo veramente liberi, se qualcun altro non lo è.

  Amen.

   Ora ascolteremo alcuni passi dal Vangelo di Matteo, capitolo 13, i versetti da 31 a 32. E’ una parabola di Gesù sul piccolo seme di senape. Ascoltiamo.

 

 Egli propose loro un’altra parabola, dicendo: «Il Regno dei cieli è simile ad un granel di senape che un uomo prende e semina nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi, ma, quand’è cresciuto, è maggiore degli ortaggi e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a ripararsi tra i suoi rami.»

 

   La libertà è come il più piccolo dei semi: un granello di senape. Ma, se viene seminata, la libertà cresce e diventa simile a un albero che può dare ospitalità a chi ne ha bisogno. Se invece si pretende di conservare  la libertà senza seminarla, la libertà resta piccola e pian piano ammuffisce o si secca.

 La libertà è il dono di Dio. Un dono prezioso che Dio ha fatto  agli essere umani. E’ tanto prezioso che potrebbe essere paragonato al Regno di Dio, perché lì dove Dio regna, regna anche la libertà, la piena libertà di ogni essere umano.

  Certo la libertà nelle mani umane ha i suoi limiti e i suoi difetti, ma può crescere. E, se diventa come un albero, può ospitare e accogliere  chi ha bisogno di un luogo per ripararsi.

  La libertà, per essere seminata, ha bisogno di contadini, di donne, uomini, che non stiano a casa a guardare il seme della libertà, e semmai a lamentarsi perché è troppo piccolo, semmai per colpa degli altri che vengono qui da noi a rubarci la nostra libertà. La libertà ha bisogno di contadini che lavorino per la libertà. Escano nel campo per scavare e seminare la libertà. E ogni volta che la libertà è seminata, la libertà cresce.

  Fra tre giorni, il diciassette febbraio, gli evangelici italiani celebrano la festa della libertà. Il 17 febbraio 1848, il re Carlo Alberto emanò quel che oggi chiameremmo un dcpm, un decreto  conosciuto come Lettere patenti, il quale riconosceva ai valdesi tutti i diritti civili e politici. In altre parole, la propria identità di fede non era più motivo di discriminazione civile e politica. Certo, non era ancora la libertà religiosa e anche lo Statuto Albertino  che seguirà da lì a poco in merito agli altri culti non cattolici non andrà oltre al “sono tollerati conformemente alle leggi”. Tuttavia fu un’opera di inclusione e di accoglienza. Perché la forza della libertà è di ospitare chi è escluso.

  La libertà è un piccolo seme, e una volta seminata cresce. E la sua crescita è inarrestabile. Tuttavia il seme bisogna seminarlo. Allora, nel 1848, il vento di libertà che soffiava in tutta l’Europa non bastò. Il conte Cavour si lasciò andare a un facile ottimismo nel dire che da lì a poco nella Magna Charta  italiana «si leggerà che ogni coscienza è un santuario inviolabile e che si debba accordare a tutti i culti un’intera libertà». Così non fu e ancora oggi, nonostante gli straordinari passi avanti che abbiamo fatto, manca ancora in Italia una legge sulla libertà religiosa.

  La libertà è un piccolo seme che deve essere seminato.

  Viviamo un tempo in cui le più straordinarie libertà che i nostri antenati hanno conquistato combattendo rischiano di non essere più così ovvie e naturali.

  La libertà di parola, che non è la libertà di sbraitare, ma di parlare pensando. La libertà di stampa, che non è la libertà di insultare liberamente chi non può difendersi, ma il coraggio di informare. La libertà di coscienza, che non è la libertà di rinchiudersi nel fortino dei propri interessi, ma avere una coscienza per chi è nel bisogno. La libertà di lavorare non è la libertà di morire sul posto di lavoro. La libertà di essere difesi sotto l’albero della libertà non è un privilegio riservato soltanto ai proprietari degli alberi.

  La libertà è un piccolo seme che va seminato e ha bisogno di contadini e contadine. Tuttavia la libertà non è un fine in sé, ma è un mezzo. Se si ha la libertà senza aggiungere niente è come non essere liberi. Liberi senza libertà: è il rischio che stiamo correndo in questo tempo, se ci manca una visione di mondo, un’idea di umanità, delle forti convinzioni per cui batterci. La libertà, dice la nostra parabola, è finalizzata ad accogliere e a ospitare. Il piccolo seme che cresce grazie al lavoro del contadino diventa un albero che ospita gli uccelli del cielo.

  Oggi la nostra libertà è messa in pericolo non dai flussi migratori, ma dalla nostra incapacità di fare della nostra  libertà un mezzo di accoglienza. E il rischio non è soltanto quello di perdere le nostre libertà civili  e sociali, ma di non comprendere la grande libertà che Dio ci ha donato: la libertà della Grazia che ha accolto persone come noi, che non avevamo alcun documento in regola per essere accolti. La Grazia di Dio che ci ha amati mentre noi eravamo nemici di Dio. La Grazia di Dio che non è stata in Cielo a guardare sulla Terra, ma si è fatta carne in Gesù Cristo e Cristo si è fatto servo per la nostra libertà, si è fatto crocifiggere affinché noi fossimo liberi dal potere della morte. La Grazia di Dio, la sua libertà di amarci, è la nostra libertà di amare.

Amen

 Preghiamo.

 Signore, rendimi un coltivatore di libertà, di una libertà che non si nutra di paura, che non abbia bisogno di muri per difendersi, di una libertà come generosa accoglienza dell’altro, di una libertà che abbiamo ricevuto in dono da te anche se non l’abbiamo meritata.

Amen