sabato 2 gennaio 2021

Scheda di lettura - ANNI Gioele, LANCELLOTTI Roberta (a cura di), Serve ancora la politica - Dieci interviste di protagonisti d’oggi - introduzione di Marco Damilano, Ave, 2020 - parte sesta

 

Scheda di lettura - ANNI Gioele, LANCELLOTTI Roberta (a cura di), Serve ancora la politica - Dieci interviste di protagonisti d’oggi - introduzione di Marco Damilano, Ave, 2020 - parte sesta

 

12. Elena Bonetti, di quarantacinque anni, professoressa associata di matematica all’Università statale di Milano, è Ministra delle Pari opportunità e la famiglia. A lungo fu impegnate nell’Agesci, l’associazione degli scout cattolici.

 Lo scoutismo, dice, le ha insegnato  a interpretare il servizio come un’esperienza a tempo pieno; siamo chiamati a ricevere qualcosa che non ci appartiene, a trattarlo con cura e a passare il testimone nelle mani di chi verrà dopo.

 Iniziò lo scoutismo in quarta elementare, sull’esempio dei genitori e delle cugine più grandi. Il mondi associativo ha una caratteristica preziosa: ti porta ad aderire ad una dimensione comunitaria, secondo due dimensioni: una orizzontale, perché si costruiscono azioni  insieme ad altre persone; un’altra immersa nel divenire del tempo, perché entri a far parte di una storia che è nata prima di te e proseguirà anche dopo di te. Lo scoutismo è un servizio che ha a che fare con il rischio e il coraggio: due valori importanti tra gli scout. L’esperienza in Agesci la portò a dare priorità alla dimensione educativa. La gestione delle responsabilità è condivisa tra uomini e donne: le decisioni sono sempre collegiali e nessuno fa niente per se stesso.  Ogni mandato è a tempo, così ci si mette nell’ottica di custodire qualcosa che si deve poi restituire.

 Iniziò l’esperienza nel Governo con la consapevolezza di dover imparare. L’attitudine matematica la aiuta: in quella disciplina, infatti, prima di scrivere bisogna conoscere, prima di decidere si deve avere le idee ben chiare sulle ipotesi in campo.

  Si sforza di semplificare i processi. Si è resa conto che molto pasa dai rapporti umani che si stringono con le persone.

 Ritiene che si debbano riattivare le energie di umanità che sono diffuse nel paese. Serve che le famiglie si sentano accompagnate nel loro ruolo educativo.

  E’ importante ritrovare la capacità di proiettare se stessi nel futuro, anche con scelte irreversibili come quella di diventare genitore.

  Si ritiene fortunata  per aver frequentato luoghi  che hanno fatto crescere la sua consapevolezza del suo valore di donna senza entrare in una logica rivendicativa.

  Prima di andare al Quirinale, per giurare da ministra nelle mani del Presidente della Repubblica, ha rinnovato la promessa scout, la scelta di servizio fondamentale della sua vita.

  Pensa che non ci sia un unico modo di fare politica, ognuno deve guardare alla sua vita e capire dove può mettersi in gioco. Consiglia di iniziare a fare esperienza, ma non da soli, cercando altri con cui camminare, un luogo dove servire; poi di dedicare del tempo a studiare, ascoltare, imparare; infine di impegnarsi avendo un sogno da inseguire, non per realizzarsi personalmente come politico.

  Il buon politico, secondo il motto degli scout, dovrebbe saper lasciare il mondo migliore di come l’ha trovato.

  Le sue figure di riferimento in politica sono Giorgio La Pira, Tina Anselmi, Primo Mazzolari, Lorenzo Milani e, infine, padre Fabrizio Valletti, che a Scampia sta facendo un lavoro straordinario.

 In politica si ha bisogno di non sentirsi soli. Una politica deve nutrirsi e trovare impulso in una comunità condivisa.

13. Michele Nicoletti, di sessantaquattro anni, trentino, si formò nel cattolicesimo democratico degli ani Settanta e Ottanta fra Trento, Bologna e Roma. Lavrò nella FUCI, l’organizzazione degli universitari cattolici.

  Ha insegnato  prima nei licei e poi nelle università di Padova e  Trento. Nel 2013 fu eletto deputato. Tra gennaio e giugno 2018 fu presidente dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa, organizzazione con sede a Strasburgo, in Alsazia -  Francia,   fondata il 5 maggio 1949 con il Trattato di Londra, firmato da dieci paesi tra cui l'Italia. Il suo obiettivo è assicurare il rispetto di tre principi fondamentali: la democrazia pluralista, il rispetto dei diritti umani e la preminenza del diritto.

  Ricorda che gli anni Settanta, dopo il Concilio Vaticano 2° e i movimenti sociali del Sessantotto, furono un’epoca di grande attivismo.

  Entrò nella Democrazia Cristiana nel 1976, a vent’anni, dopo l’appello del segretario riformatore Benigno Zaccagnini per una rifondazione del partito.

  Ritiene che per la formazione alla politica sia importante la trama di amicizie e relazioni, come fu in FUCI, grande scuola di alta formazione cristiana e politica.

  Fara politica oggi è molto più semplice che negli anni Settanta. A quell’epoca il confronto  era più aspro, la politica impregnava la vita degli attivisti in ogni sua dimensione. Tuttavia a quell’epoca in genere chi aveva un ruolo pubblico comunicava in modo molto rispettoso, formale e formalizzato. Questo costringeva a ricordarsi di esercitare una funzione pubblica. Ora invece si è indebolito il senso istituzionale dell’incarico pubblico.

  Dagli anni Ottanta si è iniziato a diffondere un certo cinismo. L’esplosione delle inchieste sulla corruzione in politica denominate Tangentopoli,  all’inizio degli anni Novanta,  segnò uno spartiacque. Alcuni dei politici accusati si difesero con la scusa “Così fanno tutti” e questo segnò una rottura di un’etica pubblica.

  Dalla metà degli anni Novanta, poi, personalizzazione e spettacolarizzazione presero il sopravvento.

  La proposta della FUCI l’aiutò a capire che spiritualità cristiana e libertà interiore potevano convivere.

   Negli anni Settanta/Ottanta si teorizzava che le associazioni dovessero occuparsi della formazione cristiana, mentre chi sentiva il desiderio di impegnarsi direttamente in politica era invitato a iscriversi a un partito. La FUCI, dunque, fu una scuola politica in senso lato, perché aiutava  a sviluppare un metodo per affrontare  le questioni con uno studio rigoroso, con il confronto  con maestri e professori e la scrittura di documenti puntuali e approfonditi.

  Ricorda la lettura dell’enciclica Populorum progressio (diffusa sotto l’autorità del papa Paolo 6° nel 1967) come una boccata d’aria fresca. Il mondo cattolico che all’epoca frequentò  era sensibile alle istanze di giustizia sociale e aperto ai temi del pacifismo in un’ottica globale. Il Sessantotto  fu per i cattolici  la traduzione politica di valori come la solidarietà internazionale e la giustizia che il Concilio Vaticano 2° (1962-1965) aveva affermato con anni di anticipo. Il mondo cattolico aveva proposto una riflessione avanzata ssul tema della nonviolenza.

  I cattolici, seguendo l’insegnamento di Lorenzo Milani e Aldo Capitini non facevano alcuna concessione sull’esercizio della violenza anche in alcune situazioni estreme. Ciò portò molti della sua generazione all’obiezione di coscienza al servizio militare.

  Dopo la fine della Democrazia Cristiana, i cattolici democratici si sentirono senza casa, ma avevano il desiderio di un partito dei progressisti italiani.

  La politica, osserva, è un’impresa comunitaria, non solitaria. Il suo compito è tentare di risolvere assieme i problemi comuni attraverso un’interpretazione della società. Dunque i partiti servono ancora, perché sono contenitori utili a elaborare quel pensiero.

  Oggi le sfide politiche si sono spostate ad un livello più alto, internazionale. La possibilità di incidere nel servizio politico nei Parlamenti nazionali è più limitata di un tempo.

  I partiti, ai nostri tempi, sono diventati un po’ come squadre di calcio. Non ci si aspetta che risolvano problemi, ma che si facciano sentire nel dibattito pubblico. C’è quindi una tendenza alla spettacolarizzazione nella loro azione.

  La gente teme che tutto ciò che aveva conquistato possa essere a rischio: è quello che Nicoletti definisce “paura dello spossessamento di sé”. Così una parte della politica finisce per idealizzare il passato in cui si aveva, anche a livello personale, il controllo degli eventi. Ma il compito di una politica progressista dovrebbe essere quello di immaginare il futuro verso cui stiamo andando e di mobilitare  i cittadini verso un domani migliore.  Questo sforzo, però, finora non sta riuscendo, così risulta più convincente chi propone un ritorno al passato.

  Osserva che nelle realtà internazionali c’è un metodo di lavoro più rigoroso che nel parlamento italiano: i politici di altri paesi sono più specializzati dei nostri e acquisiscono maggiore competenza.

 Durante il suo servizio parlamentare ha partecipato ad incontri ad altissimo livello a livello internazionale.  L’ideale europeo di unità nella diversità si realizza solo attraverso un grande rispetto per i paesi e le culture. I politici devono fare uno sforzo di mettersi continuamente nei panni dei loro interlocutori. Il declino del nostro continente è iniziato con i nazionalismi, poi sfociati nel dramma della Seconda Guerra mondiale: il peggior nemico dell’Europa è la divisione.

  Gli orientamenti dei paese dell’Europa orientale del cosiddetto Blocco di Visegràdi sono un problema. Dopo il crollo del regime sovietico che li dominava, si sono buttati dapprima in un capitalismo spietato; ora c’è stata una reazione nazionalistica.

  Pensa che dobbiamo tenerci stretto il valore della laicità della politica: i sentimenti religiosi non devono essere strumentalizzati. E tuttavia l’Unione Europea nasce dallo spirito dei valori cristiani; europeismo e tradizioni spirituali  non sono affatto in contraddizione. Il progetto dell’Unione ha sempre favorito la pace tra le nazioni.  Osserva che se il nostro contenitore non sarà l’Unione Europea, sarà qualche forma di impero: preferirebbe l’Unione perché, con tutti i suoi limiti, gli sembra più democratica.

 Il contributo  più significativo dei grandi cattolici democratici alla politica ha riguardato la cultura giuridica: Dossetti, Moro, Mortati, La Pira, Bachelet, furono tutti giuristi di prim’ordine.  Purtroppo la tradizione dei giuristi cattolici si è indebolita.

 Chiesa e associazioni dovrebbero essere più attrezzate riguardo alle dinamiche tecniche della politica, bisognerebbe creare scuole  di formazione alla politica capaci di andare in profondità. Ricorda che lo storico Pietro Scoppola sosteneva che la politica è una forma di lotta, per cui serve anche oggi ritrovare una spiritualità del combattimento, per discernere con sapienza tra il bene e il male,   che spesso si annidano nelle sfumature delle varie vicende.  Per questo serve una preparazione anche spirituale e bisogna istituire spazi di confronto tra cristiani che seguono strade politiche diverse.

  La storia del cattolicesimo democratico insegna il rispetto: c’è bisogno di imparare  a discutere di poliica  senza mettere in dubbio la fede e le scelte cristiane dell’altro.

  La Dottrina sociale, poi, non va letta come una sorta di vadecum, ma imparare a confrontarsi con le Scritture, il pensiero dei Padri della Chiesa, i grandi orizzonti del pensiero filosofico e teologico che ci sono dietro quei testi.