giovedì 21 gennaio 2021

Osservazioni sul Messaggio per la Giornata mondiale della pace 2021 di papa Francesco

 

Osservazioni sul Messaggio per la Giornata mondiale della pace 2021 di papa Francesco

 

 

 Nel pensiero di papa Francesco svolto nell’enciclica Fratelli tutti (3-10-20)  e richiamato nel Messaggio per la giornata mondiale della pace 2021 (8-12-20), la mentalità di cura è descritta facendo riferimento alla parabola del Buon Samaritano (la trascrivo qui in fondo).  In essa di narra dell’estraneo che  si fa prossimo di un viandante assalito dai banditi sulla via per Gerico, rapinato e lasciato malconcio per strada. Qui viene in rilievo la  comune umanità dei due, a prescindere da legami comunitari - essi erano, anzi, nemici dal punto di vista religioso.

  Il Samaritano  si muove a compassione e non rimane indifferente, come invece altri che erano passati sulla scena del crimine, un sacerdote e un levita [*], entrambi appartenenti allo stessa comunità della vittima.

  Il prendersi cura  si manifesta, in quella storia, nel  medicare il ferito, nel condurlo ad una locanda, nel fare il possibile per aiutarlo e, il giorno dopo, allontanandosi, nel pagare perché fosse ancora assistito, impegnandosi a ritornare e a pagare quant’altro si fosse speso a quel fine.

  Come può questa mentalità promuovere la pace, risolvendo le situazioni di crisi e di conflitto?

  Il ragionamento è che esse sono il risultato di assetti sociali avvertiti come gravemente ingiusti e che quindi motivano ad una reazione a cui segue la repressione: da qui i conflitti. Non è il caso, però, della parabola, in cui il ferito era stato vittima di una rapina di strada senza potersi difendere validamente. In questo caso l’atteggiamento di cura fu comunque un rimedio all’ingiustizia del delitto ed esso fu determinato da solidarietà umana attivata dal sentimento di compassione.

 La giustizia  di un ordine sociale nel Messaggio viene definita facendo ricorso alla nozione   di  bene comune, costruita e attualizzata  dalla dottrina sociale sulla base di un’antica teologia e su fondamento biblico, integrata da quelle della fraternità  tra tutti gli esseri umani, alla quale consegue il dovere di solidarietà, e da quella della dignità umana, anch’esse aventi le stesse origini culturali.

 Nel Messaggio  si dichiara una connessione tra le idee di  pace, giustizia e solidarietà, nel senso la pace è il risultato di giustizia e solidarietà, che non vi è giustizia sociale senza pace e solidarietà e che la solidarietà implica pace e giustizia. Questo implica lo sviluppo di istituzioni pubbliche come quelle che la Chiesa ha storicamente organizzato in favore di malati e bisognosi e che vengono ricordate nel documento.

  Naturalmente, riportandoci al caso esemplare della parabola del Buon Samaritano, possiamo chiederci che cosa sarebbe successo  se il Samaritano fosse arrivato nel mentre i banditi assalivano il viandante, e non dopo, quando gli aggressori si erano già allontanati. Questo esula dall’insegnamento evangelico proposto in quella storia, ma certo quella diversa situazione descrive un’altra delle cause dei conflitti: le azioni di conquista, sottomissione e rapina contro chi è travolto dalla violenza altrui. L’espansione degli europei negli altri continenti ebbe questo carattere, fino agli anni ’50 del Novecento, quando iniziò la  decolonizzazione.

 Il metodo della lotta nonviolenta, teorizzato e praticato dall’indiano Mohandas Karamchand Ghandi, detto Mahātmā (parola in sanscrito che significa  "grande anima") [1869-1948] fino al 1948 contro l’occupazione britannica dell’India, e poi da suoi seguaci in altre parti del mondo, ad esempio dal pastore battista statunitense Martin Luther King negli scorsi anni ’50 e ’60, costituisce certamente un’alternativa al conflitto armato. Tuttavia esso si è mostrato efficace, finora, solo per opporsi, anche in modo molto intenso,  a violenze sociali e di stato attuate in ordinamenti statali di impostazione liberale, in cui quindi erano in vigore leggi ispirate ad alti principi di umanità, che nella pratica veniva disattesi, in cui c’erano tribunali liberi a cui appellarsi e soprattutto in cui era presente e attiva un’opinione pubblica libera che quei principi sosteneva. In questo caso la lotta nonviolenta, basata sulla non collaborazione, sulla disobbedienza civile e sul rifiuto della nonverità, fa emergere le contraddizioni tra principi e pratica sociale, genera una resistenza sociale diffusa che si espande per solidarietà, e quindi provvedimenti pubblici per rimuovere le cause di ingiustizia e discriminazione. In altre situazioni politiche quel metodo non appare poter avere la stessa efficacia, soprattutto all’interno di stati totalitari nei quali venga represso duramente il dissenso senza possibilità di un vaglio giudiziario libero. Lo stesso deve dirsi in situazioni sociali controllate da organizzazioni criminali in cui il controllo delle istituzioni pubbliche sulla violenza privata risulti inefficace, come in alcuni stati dell’America Centrale.

  Il Messaggio  appare rivolto in primo luogo ai governanti, come di solito avviene in quel tipo di letteratura pontificia. Però si insiste anche sulla formazione, attraverso la scuola, i mezzi di comunicazione sociale. Qui, allora, vengono in rilievo anche le popolazioni. Il discorso però non viene sviluppato e, tutto sommato, spetta a noi laici farlo. Si parla di un ruolo importante che dovrebbero avere le donne, di un loro protagonismo,  senza specificare ulteriormente. Anche qui noi laici dovremmo proseguire, e innanzi tutto praticare  la non discriminazione contro le donne, dalla quale la nostra Chiesa è ancora molto lontana, per quanto ora cominci ad avvertire l’incongruenza del suo atteggiamento verso le donne, imparando dalle democrazie avanzate contemporanee.

  Lavorando sulle popolazioni per elevarle alla capacità politica,  quindi di collaborazione attiva al governo della società, si possono creare, e mantenere efficaci dove già sono state istituite,  strutture sociali di contrasto della violenza in atto, oltre che finalizzate a porre rimedio alle ferite da essa inferte, capaci quindi di incidere sull’evoluzione sociale per costruire situazioni di pace in ogni condizione politica e sociale, intervenendo nelle situazioni attive di conflitte in ogni tipo di ordinamento politico. I metodi di lotta dovranno essere adattati alle situazioni sociali in cui la violenza è praticata e naturalmente in un'ottica cristiana si cercherà di valersi, fin dove possibile, di quelli che non implicano combattere il male con il male. La costruzione della pace, in questo senso, richiede anche lo sviluppo e l'affermazione di una cultura appropriata nella società di riferimento. La pace, infatti, è una conquista culturale personale e collettiva, ma è quella collettiva che conta per la costruzione di situazioni sociali di pace,  e, aggiungo, una conquista culturale recente, anche per la nostra Chiesa, perché essa non era considerata un obiettivo realistico fino al Secondo dopoguerra, vale a dire fino al termine della Seconda guerra mondiale (1939-1945). Naturalmente la teologia la auspicava, ma più che altro come dono soprannaturale alla fine dei tempi. La guerra cominciò ad essere avvertita come uno scandalo anche religioso dal Papato nel corso della Prima guerra mondiale (1914-1918). Si ricorda in merito un appello del papa Benedetto 15°, diffuso nel 1917 e rivolto ai Capi dei popoli in guerra, in cui, a proposito della guerra allora in corso, si parlò di inutile strage.

 L’unico strumento politico per influire in quel senso sulle popolazioni e promuovere in esse la pace è la cultura democratica, ma in questo campo la dottrina sociale ci aiuta poco, perché  è considerata una parte della teologia morale e, almeno nella nostra Chiesa, non è stata ancora sviluppata una teologia della democrazia. Più in là è indubbiamente andato il pensiero sociale cristiano che però dagli anni ’90, per varie ragioni, si è andato inaridendo.

 Infine: il Messaggio  è rivolto al mondo intero, in cui vi sono anche società afflitte da guerre e insicurezza civile, ma per un cittadino dell’Europa di oggi, nella quale si sono affermate democrazie avanzate, la scelta non è tra subire l’oppressione violenta, praticare la lotta violenta o la nonviolenza, ma tra il partecipare  e l’essere trascinati, tra  indifferenza  e impegno civile, tra il capire  e il  subire inconsapevolmente, tra la  democrazia effettiva, quella che si inscena unendosi ad altri nell’azione civile consapevole, e quella solo  rituale, in cui ci si limita a tracciare segni su schede di voto di tanto in tanto sulla base dell’emotività suscitata dagli specialisti del consenso di massa.

 

[*] Nell’Antico Testamento, sono così chiamati gli appartenenti a una tribù ebraica che aveva mansioni relative al culto, e derivava il suo nome da quello di Levi (lat. Levi, gr. Λευεί o Λευί, ebr. Lēwī), terzo figlio di Giacobbe e di Lia. [da Treccani vocabolario on line]

 

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

 

 

 

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La parabola del Buon Samaritano (dal Vangelo secondo Luca, capitolo 10, versetti dal 25 al 37 - Lc 10,25-37 - versione in italiano TILC - Traduzione interconfessionale in lingua corrente)

 

(25) Un maestro della Legge voleva tendere un tranello a Gesù. Si alzò e disse: — Maestro, che cosa devo fare per avere la vita eterna? (26) Gesù gli disse: — Che cosa c’è scritto nella legge di Mosè? Che cosa vi leggi? (27) Quell’uomo rispose: — C’è scritto: Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze e con tutta la tua mente, e ama il prossimo tuo come te stesso. (28) Gesù gli disse: — Hai risposto bene! Fa’ questo e vivrai! (29) Ma quel maestro della Legge per giustificare la sua domanda chiese ancora a Gesù: — Ma chi è il mio prossimo? (30) Gesù rispose: «Un uomo scendeva da Gerusalemme verso Gèrico, quando incontrò i briganti. Gli portarono via tutto, lo presero a bastonate e poi se ne andarono lasciandolo mezzo morto. (31) Per caso passò di là un sacerdote; vide l’uomo ferito, passò dall’altra parte della strada e proseguì. (32) Anche un levita [*] del Tempio passò per quella strada; lo vide, lo scansò e proseguì. (33) Invece un uomo della Samaria, che era in viaggio, gli passò accanto, lo vide e ne ebbe compassione. (34) Gli andò vicino, versò olio e vino sulle sue ferite e gliele fasciò. Poi lo caricò sul suo asino, lo portò a una locanda e fece tutto il possibile per aiutarlo. (35) Il giorno dopo tirò fuori due monete d’argento, le diede al padrone dell’albergo e gli disse: “Abbi cura di lui e se spenderai di più pagherò io quando ritorno”». (36) A questo punto Gesù domandò: — Secondo te, chi di questi tre si è comportato come prossimo per quell’uomo che aveva incontrato i briganti? (37) Il maestro della Legge rispose: — Quello che ha avuto compassione di lui. Gesù allora gli disse: — Va’ e comportati allo stesso modo.  

[*] Nell’Antico Testamento, sono così chiamati gli appartenenti a una tribù ebraica che aveva mansioni relative al culto, e derivava il suo nome da quello di Levi (lat. Levi, gr. Λευεί o Λευί, ebr. Lēwī), terzo figlio di Giacobbe e di Lia. [da Treccani vocabolario on line]