sabato 5 dicembre 2020

Scheda di lettura - ANNI Gioele, LANCELLOTTI Roberta (a cura di), Serve ancora la politica - Dieci interviste di protagonisti d’oggi - introduzione di Marco Damilano, Ave, 2020 - prima parte

 

Scheda di lettura - ANNI Gioele, LANCELLOTTI Roberta (a cura di), Serve ancora la politica - Dieci interviste di protagonisti d’oggi - introduzione di Marco Damilano, Ave, 2020

 

1. L’introduzione di Marco Damilano ricorda i convegni Riamare la politica, tenuto a Pisa nel 1980, e sul futuro della politica, svolto a Mazzin di Fassa nel 1981, del gruppo Rosa Bianca, ai quali anch’io partecipai. Ero in FUCI e frequentavo, su indicazione di mio zio Achille, il gruppo animato a Roma dal giornalista Paolo Giuntella. Lì fui coinvolto nella costituzione della Rosa Bianca, di cui Michele Nicoletti, una delle persone intervistate nel libro, scrisse il Decalogo degli impegni etici.

 Le brigate rosse  nel ’78 avevano sequestrato e assassinato Aldo Moro, mentre stava mediante un governo di solidarietà nazionale  con l’appoggio anche del PCI, e nel febbraio dell’80 Vittorio Bachelet, all’epoca vice Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura e, prima, Presidente dell’Azione Cattolica al tempo della sua riorganizzazione per adeguarla ai principi dell’apostolato dei laici deliberati durante il Concilio Vaticano 2°. Damilano osserva che a quell’epoca la violenza del terrorismo colpì contro gli uomini del dialogo e della mediazione.

 Gli anni ’70 erano stati caratterizzati da un’intensa partecipazione politica, nel decennio che seguì l’Occidente sembrò fascinato dalle idee di benessere e di arricchimento personali veicolate dalle politiche delle amministrazioni del presidente statunitense Ronald Reagan e dalla prima ministra britannica Margaret Thatcher. Si pensò, allora, che la politica non fosse la soluzione, ma il problema e ci si propose di agire fuori  dalla politica, senza la politica, ma anche contro  la politica e i soggetti che l’impersonavano: partiti, sindacati, associazioni.

 Come mantenere viva la speranza di un miglioramento sociale non solo individuale ma collettivo, mediante la politica? Quello il tema del convegno di Pisa. Ricercare il senso di fare politica.

 C’erano stati i partiti. Erano stati scuola di democrazia. Anche le organizzazioni del laicato cattolico si muovevano nello stesso modo. Per i cattolici si era trattato di una doppia scuola: per la vita civile e per la Chiesa. Era stata la Repubblica dei partiti, come l’aveva chiamata lo storico cattolici Pietro Scoppola. Si era pensato di passare a una repubblica dei cittadini, in cui i partiti fossero ricondotti al ruolo di strumento. Poi ci fu la crisi di rappresentanza, nella fiducia, che si è rivelata malriposta, in una società di individui dediti al proprio tornaconto ma in grado di trovare equilibri senza necessità di essere governata, con una minima incidenza dei poteri di governo. La politica è appunto, il governo della società. Ma, osserva, Damilano, non si ricuce il paese senza politica. Viviamo così, scrive, nell’età dell’abbandono, ognuno lasciato a sé.

  Si è detto che la politica era ingerenza indebita nelle sfere private delle persone e, per di più, a fini predatori: una cosa sporca, dunque, inutile e addirittura controproducente. Meglio, allora, l’uomo forte al comando, in grado di interpretare le esigenze del popolo, anche di quelli marginali. I cittadini: comparse atomizzate e anonime, indifesi nella loro solitudine esistenziale. Questa è l’antipolitica populista.

  Con la pandemia da Covid 19 si è riscoperta l’utilità del governo, dello Stato. Sono rispuntati corpi intermedi, associazioni, comitati e movimenti, che erano stati calpestati ai tempi in cui i legami vennero spezzati. Ed è rispuntata la domanda:serve ancora la politica?

  Ci si è però accorti che, finito il decennio delle  scuole di politica, negli anni ’80, si è rimasti senza idee, e i cattolici anche senza casa. Ai tempi nostri si fanno ancora scuole, ma spesso solo solo istituzioni per l’indottrinamento e il reclutamento di propagandisti e funzionari in organizzazioni elettorali, non servono a formare alla partecipazione democratica.

  La casa, scrive Damilano, “era quell’insieme di riviste, convegni, scuole, incontri, amicizie che facevano parte del bagaglio di formazione di un giovane attratto dalla politica, e di un giovane cattolico in particolare.

  Un elemento comune nelle dieci interviste di cui è fatto il libro, osserva Damilano, è la solitudine di chi fa politica, l’assenza di mondi di riferimento.

 Inoltre si oscilla tra il potere politico come tentazione da respingere e il potere assoluto invocato come condizione per governare. E nessuna scuola, fatta eccezione ad esempio per l’Azione cattolica osservo io, insegna a gestire il potere in un modo che non sia narcisistico, divisivo, strumentalizzante. Un’assenza che pesa,

  Il consenso spesso è conquistato con metodi manipolativi, con le stesse tecniche di psicologia applicata impiegata nella pubblicità commerciale. Ma la democrazia, poiché si fonda sulla partecipazione, è organizzata come un meccanismo di pesi e contrappesi, in modo da ostacolare l’arbitrio.

  In tempi difficili dalle popolazioni sale una richiesta di governo nell’interesse pubblico, quindi propriamente di politica. Ma il Parlamento è stato privato del suo ruolo. Le istituzioni vivono ancora una crisi di sfiducia. Una sfida, in particolare per le giovani generazioni.

 

  Per chi vuole fare politica da credente c’è una responsabilità in più, data dal senso del limite determinato dalla coscienza, che è insieme spazio di solitudine e di comunità e che quindi si custodisce, insieme, nella libertà e nell’autonomia della singola persona e nel confronto con gli altri.

 Il Papa invoca una migliore politica, con la P maiuscola, che miri al vero bene comune di un popolo, senza tentarlo solleticandone gli istinti predatori, al modo dei fascismi e dei populismi. In politica, scrive Damilano, non si può prescindere dal popolo. In conclusione Damilano, per rendere l’idea del suo modo di intendere il senso dell’agire politico popolare, cita Jacques Maritain: “Non significa che voglia vivere fisicamente con un essere e allo stesso suo modo, e nemmeno che ami un essere nel senso di volergli bene. Significa, invece, che lo amo nel senso di fare unità con lui, di portare il suo peso, di vivere in convivenza morale con lui, di sentire con lui e di soffrire con lui.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli.