venerdì 18 dicembre 2020

Politica, amministrazione, governo

 

Politica, amministrazione, governo

 

 Nei discorsi che si fanno nei nostri ambienti ecclesiali spesso sento confondere politica  e  amministrazione pubblica: non sono la stessa cosa.

  Un politico può essere anche  un amministratore pubblico, ma, in genere, sovrintende solo, dando direttive ad una amministrazione pubblica e, quando parliamo in quel contest di amministrazione  intendiamo una organizzazione che opera nell’interesse generale, su scale nazionale, locale o settoriale.

 In particolare, vedo che colpiscono molto le amministrazioni pubbliche locali che forniscono servizi, come manutenzione delle strade, illuminazione pubblica, trasporti pubblici, disciplina del traffico, erogazione di gas, energia elettrica, acqua potabile e simili. Ma si apprezzano molto i servizi sociali, che consistono in vari interventi a favore di persone e famiglie in difficoltà, che la previdenza sociale pubblica non riesce a sollevare, o non abbastanza.

  Il problema della politica viene quindi visto essenzialmente  come quello di collocare nei posti dirigenziali dei servizi pubblici delle persone, competenti, dotate di spirito altruistico, non ossessionate dalle prospettive di carriera e di arricchimento, che sappiano resistere alle tentazioni della corruzione, sempre potenti in chi controlla settori di erogazioni pubbliche, insomma quello di accreditare amministratori  buoni,  che poi organizzino qui servizi, secondo criteri di efficienza, imparzialità e giustizia. 

  Questa impostazione, che è sbagliata se assimila politica  e  amministrazione pubblica, dipende da un’insufficiente acculturazione ecclesiale alla politica, a suo volta causate da carenze formative riconducibili alla prima dottrina sociale, quella che riservava la formulazione dei criteri generali di azione politica solo alla gerarchia ecclesiale. Dagli anni ’60, dal Concilio Vaticano 2° (1962-1965) si è cominciato a richiedere maggiore autonomia, dove prima  si imponeva di limitarsi ad eseguire, quindi ad amministrare, e in particolare riguardo ai laici. La rivendicazione di uno spazio più ampio costò la scomunica ad uno dei principali teorizzatori di una  democrazia cristiana, quindi di una politica democratica orientata da valori di fede, Romolo Murri.

  La politica  non è  amministrare nell’interesse generale, bensì il governo della società, che significa produrre un certo assetto collettivo in modo che la vita pubblica proceda ordinatamente, e questo comporta agire sul tessuto della società stabilendo gerarchie di valori, interazioni tra strati della popolazione, modalità di produzione, contribuzione e distribuzione con riferimento ai risultati dell’economia.

  Il governo della società può farsi in vari modi, a seconda che il gruppo di vertice accetti una legittimazione dal basso, l’accetti solo dall’alto o non accetti altra fonte di legittimazione che se stesso, e allora è un’autocrazia.  La prima modalità è quella democratica, la seconda è quella di tipo feudale, sempre che ai livelli gerarchicamente sottordinati sia garantita un’ampia autonomia e non consistano solo in burocrazie, la terza è quella delle monarchie autocratiche.

  Le democrazie occidentali contemporanee avanzate sono caratterizzate dalla coesistenza, in precario equilibrio, di molti centri di potere con legittimazione mista, dal basso e dall’alto, e rimangono democratiche solo finché nessuno di esso assuma connotati autocratici. Il coordinamento dei poli al vertice non è di tipo gerarchico, come nelle burocrazie, ma nemmeno di tipo feudale. Consiste in un delimitazione di carattere giuridico / costituzionale, con molte sovrapposizioni di competenze, ma senza che un polo possa assimilare o controllarne un altro. E’ stato in gran parte superato il modello teorizzato a fine Settecento della tripartizione dei poteri in legislativo, esecutivo  e giurisdizionale. Il potere politico è la risultante dell’interazione di quei poli, il cui reciproco assetto politico, la loro governance,  varia a seconda delle stagioni della società. Quella  governance, quindi il coordinamento di quei poli è appunto  la politica.  Un’attività molto complessa, perché lo sono le società contemporanee, che devono riuscire a far sopravvivere un’umanità numerosa come non mai, ormai di circa otto miliardi di persone.

 Da questo punto di vista, l’organizzazione ancora feudale del potere nella Chiesa cattolica, risalente a riforme  attuate tra l’Undicesimo e il Tredicesimo secolo della nostra era, è veramente obsoleta e, in particolare, nella sua assenza di processi democratici, umilia laici e basso clero, che ne sono, almeno formalmente, solo sudditi.

  I recenti gravi problemi che si sono manifestati nella Santa Sede e nel suo piccolo regno assoluto romano sul colle Vaticano, simulacro del perduto potere temporale,  vengono considerati da diversi osservatori  la manifestazione della  crisi terminale di quelle istituzioni. Inutile, però, per una persona laica occuparsene. Il processo farà comunque il suo corso e, del resto, la gran parte dei fedeli non  ha neppure titolo giuridico per ingerirsi. L’importante è cercare di non mettersi a quella scuola e, soprattutto nelle realtà di prossimità, sperimentare nuove modalità di organizzazione.

 Riflettere sulla politica è importante ed è la base per poi  fare  politica: non basta essere buoni e competenti; bisogna, ad esempio prendere posizione nei conflitti sociali che si producono in ogni società, da un lato minacciando di disgregarla, dall’altro consentendone l’evoluzione per adattamento ai tempi nuovi.

  Ogni società, ma in particolare le società contemporanee, molto più complesse di quelle del passato, dalla cui efficienza dipende la sopravvivenza di quegli otto miliardi di persone, richiede di saper contrastare i suoi fenomeni disgregativi, ma di farlo impiegando il minor livello di violenza possibile, perché se si fa conto sulla violenza politica per governare le moltitudini che abitano la Terra, ne sarà necessaria di estrema  e molto estesa, in uno scenario da incubo.

  L’esperienza delle democrazie avanzate insegna che essa non è necessaria in quelle dimensioni, e anzi è controproducente e obsoleta, in quanto caratteristica di società primitive. Praticata su larga scala nel secolo scorso, ha prodotto immani stragi nelle guerre mondiali del Novecento e, dopo lo sviluppo dell’arma nucleare, alla minaccia di autodistruzione globale dell’umanità, se si fosse decisa di impiegarla in un conflitto totale tra superpotenze che ne disponevano.

  La democrazia come oggi viene intesa, e lo è in modo molto diverso da come lo era nell’antichità ma anche agli esordi delle democrazia moderne, dalla metà del Settecento e fino agli ultimi decenni dell’Ottocento, è anzitutto una conquista culturale, e quindi deve essere insegnata, argomentata, e appresa di generazione in generazione.  Si basa sulla delimitazione di ogni centro di potere secondo valori, e con centro di potere  va intesa anche ogni singola persona, nelle sue interazioni sociali. Al centro delle democrazia avanzate contemporanee vi  è il concetto, e il valore, di dignità della persona, che può anche essere argomentato per via religiosa, ma che, fino ad epoche molto recenti, è stato disatteso, e addirittura osteggiato, dalla gerarchia cattolica e dalla sua dottrina. Infatti solo con il Concilio Vaticano 2° si è arrivati faticosamente ad accettare l’idea di libertà di coscienza  che di quella dignità è la base. Essa era stata condannata nel secolo precedente.

 Politica, in senso democratico, è agire sulla stratificazione sociale di potere esistente, in modo da produrre una governance   che renda possibile in società la dignità della persone. Qualcosa che, dunque,  è molto diverso dal semplice amministrare, che si dà solo in un assetto politico già stabilizzato.

 Ma qual è la forza che può produrre le modificazioni sociali occorrenti per produrre quel risultato nella stratificazione sociale esistente? Quest’ultima è la risultante di interazioni collettive di vario genere, la più primitiva delle quali è la violenza bruta.  Secondo quest’ultima prevale il gruppo sociale più forte, e, all’interno di esso, la persona più forte. Ma una società in preda alla violenza come fattore di consolidamento non potrebbe produrre organizzazioni complesse, destinate a durare nel tempo. Infatti bisognerebbe sempre fronteggiare le sfide di nuovi pretendenti ad esserne capi e i capi in carica dovrebbero sempre accettarle per rimanere tali. Qualcosa di simile accadeva sui vascelli pirati del Seicento e accade anche nelle società criminali di oggi, le quali, comunque, divenendo più complesse in relazione all’allargamento dei loro obiettivi, tendono a istituzionalizzarsi, copiando le amministrazioni pubbliche.

  L’istituzionalizzazione è la cristallizzazione di una certa governance politica secondo norme formali, in cui ciascuno trova la propria convenienza e che quindi vengono osservate in una collettività.

  La prima forma di istituzionalizzazione fu quella di tipo sacrale, secondo la quale un certo assetto politico  viene presentato come voluto dagli dei superni, e pertanto è immodificabile pena il suscitare la loro ira. L’altra forma più evoluta è quella della giuridicizzazione delle istituzioni, in genere agganciata ad altri miti. Questo modo di istituzionalizzare si presenta come un complesso di regole dell’arte sociale: come si costruiscono i ponti, così si costruiscono le società. Mentre nel primo modo conta molto la religione, in questo prevale l’influsso di una tradizione, autorevole perché risalente agli avi.

  E’ interessante ricordare che un collegamento tra quelle due edificazioni, dei ponti e della società, si ebbe storicamente nella Roma antica nell’istituzione del collegio dei Pontefici, guidati  da un capo detto  Pontefice massimo.  Passati dalla repubblica all’impero, la carica sacerdotale venne assunta dall’imperatore.

  Gli antichi Pontefici erano più che altro teologi, esperti nella sacralizzazione della società ma anche nella sua istituzionalizzazione. La qualifica passò ai Papi romani nel Quinto secolo.

  La politica, nelle società complesse contemporanee, non è dunque solo fatta di relazioni interpersonali, ma deve fare i conti con società istituzionalizzate e in varia misura anche sacralizzate.  Svolge quindi due funzioni principali: quella di organizzazione del consenso e di intervento sulle istituzioni.

  In un contesto di società istituzionalizzate vi sono dei limiti ai modi in cui è possibile organizzare il consenso: la libertà è massima, ma non assoluta, nelle democrazie; minima, ma comunque sussistente, nelle autocrazie. Anche le autocrazie, benché autoreferenziali, hanno infatti necessità di organizzare il consenso, perché, sostanzialmente, sono solo una forza sociale tra le altre, e, mancando procedure per l’evoluzione del sistema politico in modo pacifico, sono esposte a mutamenti di carattere rivoluzionario, per esplosione dal basso.

 In democrazia, occorre conquistare e mantenere una legittimazione dal basso nel quadro di varie procedure di verifica: elezioni, referendum, altri tipi di consultazione popolare diretta, accordi tra esponenti di gruppi influenti in società o rappresentanti di coalizioni di interessi di vario tipo.

 In definitiva la finalità principale della politica, che la distingue nettamente dalla semplice  amministrazione pubblica,  è la costruzione e il mantenimento nella società di un sistema di potere pubblico efficace e stabile, in un quadro di legalità istituzionale condivisa dai  maggiori attori sociali, vale  a dire le forze determinanti nelle interazioni sociali, conflittuali e non [così, ad esempio in Thomas Pikettty, Il capitale nel XXI secolo, 2013, pubblicato in traduzione e italiana da Bompiani].

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli