mercoledì 16 dicembre 2020

Apostolato, evangelizzazione, catechesi

 

Apostolato, evangelizzazione, catechesi

 

   Se si è convinti che la nostra fede abbia ancora un’utilità sociale, al di là delle sue suggestive manifestazioni cerimoniali e artistiche, bisogna affrontare il problema dell’apostolato che consiste nella questione di come esserne impersonificazioni credibili, tali da attrarre  altri in un’agàpe, vale a dire in una convivenza benevola e solidale secondo i principi del vangelo. Questo apre la seconda fase che è, appunto, quella dell’evangelizzazione, che è, prima di tutto, un sistema di convivenza di quel tipo. Nella catechesi si introduce, poi, la tradizione, anzitutto liturgica, e questa fase ha sostanza di vera e propria iniziazione  e comporta una comunicazione, da una parte, e un’appropriazione, dall’altra, di una cultura caratterizzata dal fare riferimento al vangelo. Il vangelo è riassumibile in questo: non si è condannati ad essere schiavi della spietata legge di natura, che comprende violenza e morte; agli esseri umani è aperta la via della convivenza/agàpe.

  C’è poi un’altra questione, che prescinde all’apostolato, e che riguarda il puro e semplice vivere da cristiani dichiarati nella propria società, affrontando la critica e l’insofferenza sociale verso le religioni in generale e la nostra in particolare. La resistenza contro i cristiani è dovuta, in genere, alla loro lunga e spesso spietata egemonia politica, con pretesa di assoggettare la società all’assimilazione. Inutile minimizzare: questa politica di supremazia è storicamente vera. Ci fu nel passato, ma bisogna riconoscere che ancor oggi vi sono pretese in questo senso, nel presupposto che la nostra religione sia ancora maggioritaria in Italia e che la maggioranza abbia diritto di dettar legge sul pensiero della gente. Naturalmente, secondo la Costituzione repubblicana vigente, questa è una pretesa del tutto infondata.  

  Problemi seri ci sono quando si saltano le fasi di apostolato ed evangelizzazione e si passa direttamente alla catechesi. Un orientamento catechetico consiglia appunto questo, ad esempio di partire dalla proclamazione del Vangelo, inteso come i Vangeli, i testi evangelici, nel presupposto che vi sia ancora nella società la capacità di intenderli senza che siano spiegati,  sine glossa  come insegnava Francesco d’Assisi. Questo, che poteva essere realistico nella civiltà italiana del Duecento, non è più vero ai tempi nostri. D’altra parte la spiegazione  è data anzitutto nelle fasi di apostolato ed evangelizzazione, che sono caratterizzate da modi di relazioni tra persone. L’agàpe, vale a dire ogni convivenza benevola e solidale, è già evangelizzazione  e può predisporre alla catechesi. Quest’ultima dovrebbe sempre farsi in base a una richiesta di una persona raggiunta dall’evangelizzazione.

  Nella prima formazione religiosa, quella che si fa per Prima Comunione e Cresima, si dà per scontata quella richiesta di catechizzazione, ma in realtà questo dovrebbe essere verificato sul campo. La persona umana, fin da molto piccola, fin da bambina, è capace di queste scelte, fin da quando esce dalla cerchia familiare e comincia a vivere in società, che di solito, nella nostra società, sono quelle scolastiche e di gioco, fatte di bambini. Quindi, se dovessi occuparmi di catechesi, cercherei innanzi tutto almeno di suscitare quella richiesta cercando di rendere manifesti i collegamenti tra apostolato-evangelizzazione-catechesi. Che succede, però, se si incontra un rifiuto? Ai tempi del mio primo catechismo si andava per le spicce, diciamo così. Me ne rimase il ricordo di qualcosa che bisognava imparare  a memoria per partecipare alla festa della Prima Comunione e della Cresima. Non venni esposto, lì, nella nostra parrocchia, ad una vera evangelizzazione, che si manifestò solo più tardi e innanzi tutto in famiglia. Quando capii l’agàpe la fede si radicò in me. E questo nonostante che non sia mai riuscito, come dicono, ad amare la Chiesa nelle sue manifestazioni concrete, visibili, nelle sue personificazioni,  e in tutti i suoi costumi e liturgie: la considero, sotto questo aspetto, una società come tante, con il bene e il male, sempre bisognosa di riforma, sempre capace di far molto soffrire,  e per nostra buona sorte essa non è più quella del Primo secolo e nemmeno quella, tremenda, di certe altre epoche del passato. Vale in quanto contiene e tramanda l’agàpe  soprannaturale.

  Di fronte a un rifiuto verso linguaggio e costumi esplicitamente religiosi non mi sorprendo, non mi impermalisco, non insisto, anche se continuo a vivere come persona che non nasconde certamente la propria fede. Cerco però di tradurre  il linguaggio religioso in modo che possa essere ben inteso da chi non ne è acculturato. Il linguaggio religioso contiene molti elementi teistici, che tuttavia non sono essenziali alla nostra fede. La descrizione del soprannaturale risente molto delle concezioni delle fedi precristiane e, ad esempio, la raffigurazione artistica del Padre si rifà evidentemente a quella del Giove degli antichi politeismi Mediterranei. In che modo poi il Figlio è figlio del Padre? La teologia usa espressioni analoghe  e certamente il Figlio non è figlio del Padre allo stesso modo in cui io lo fui di mio padre. Queste difficoltà di comprensione di solito sono superate  nella pratica liturgica, che è in primo luogo un modo di vivere insieme. In qualche modo, mi sono accorto che certe verità di fede si sentono liturgicamente, prima di essere accettate concettualmente (capite mai: se ne parla infatti come di misteri).

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa, Roma, Monte Sacro, Valli