giovedì 10 dicembre 2020

appunti da conversazione tenuta il 4-5-05 dal prof. Carlo Cirotto durante l’incontro MEIC Uniroma 1 La Sapienza sul tema: “Le ragioni della fede e le ragioni della scienza”

 appunti da conversazione tenuta il 4-5-05 dal prof. Carlo Cirotto durante l’incontro MEIC Uniroma 1 La Sapienza sul tema: “Le ragioni della fede e le ragioni della scienza”

Nota: gli appunti sono una mia elaborazione di quanto ho capito nel corso della conversazione. Possono non riflettere l’effettivo pensiero del relatore.

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“LOCANDINA DELL’INCONTRO”

mercoledi 4 maggio 2005, alle ore 19,

presso la cappella dell'Università La Sapienza (sala principale)

 

il prof. Carlo CIROTTO, ordinario di Citologia ed Istologia presso l’Università di Perugia, Vice-Presidente nazionale del MEIC, parlerà sul tema:

Le ragioni della fede e le ragioni della scienza

Siamo abituati, come cristiani, a coniugare le ragioni della fede con quelle della scienza. Ma I criteri della probabilità scientifica si possono conciliare con le verità assolute della fede ? E’ proponibile oggi una nuova questione galileana ? La riscoperta dell’etica, nelle forme della disciplina della bioetica, può costituire oggi un nuovo terreno di incontro tra fede e scienza ?

Il prof. Cirotto ha trattato in molte occasioni questi temi importanti e ci potrà aiutare ad individuare alcune valide chiavi di lettura.

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 Sul tema proposto bisognerebbe iniziare dalla scienza alessandrina del V sec. a.C., ma sarebbe le questioni da trattare sarebbero  troppe per il tempo disponibile nel corso dell’incontro.

 Il processo di differenziamento culturale che è stato l’inizio della scienza moderna inizia nel Trecento, nel Medioevo, all’epoca della prime università (Bologna, Parigi; poi Padova e Oxford). All’inizio del Trecento la cultura era monocorde. La teologia e la filosofia erano basate sul metodo e sulla cosmologia aristotelici. Non vi era una differenziazione chiara tra teologia e filosofia. Anche nell’organizzazione accademica degli studi, non erano stabiliti percorsi di formazione e curricula nettamente differenziati per i teologi e per i filosofi. Del resto per molti autori antichi era così: ad esempio per S.Agostino, il quale nelle sue opere trattava questioni dell’una e dell’altra disciplina. Però si dovette ad un certo punto stabilire un confine di competenza, per impiantare uno studio di tipo accademico delle due discipline. Sorsero allora liti, che trascesero anche in vie di fatto, tra filosofi e teologi. A Parigi nel 1230 si raggiunse un compromesso: i teologi doveva interessarsi della “sopranatura” e il filosofi della “natura”.  Tale compromesso fu però veramente accettato dalla maggior  parte degli studiosi solo dopo diversi decenni. Nel 1270 però la controversia si riaccese. I filosofi cominciarono ad argomentare, con il loro metodo di elaborazione logica del pensiero, su questioni propriamente teologiche: ad esempio sulla questione se Dio avrebbe potuto creare anche altri mondi o se Dio fosse soggetto alla logica matematica (due più due fa quattro). L’arcivescovo di Parigi allora, nel 1277, anche su impulso pressante del Papa Giovanni XXI, censurò 219 proposizioni dei filosofi e proibì di ripeterle sotto minaccia di scomunica. Le controversie tra teologi e filosofi allora si acquietarono.  Questa fu la condizione perché potesse nascere la scienza moderna. Infatti i filosofi “naturali”,che studiavano i fenomeni della natura e che si definivano empiristi, vale a dire che studiavano la natura sulla base dell’esperienza, avevano problemi con il sistema aristotelico e con quello tolemaico. Li risolsero obiettando che intendevano studiare  in modo empirico la Creazione come di fatto era stata realizzata, senza impelagarsi in problemi teorici, senza, ad esempio, pretendere di condizionare l’onnipotenza di Dio. Volevano studiare ciò che Dio aveva fatto, non stabilire ciò che Dio avrebbe potuto o non potuto creare. Si formò a Parigi un gruppetto di questi filosofi “naturali”, indipendenti sia dai teologi che dai filosofi (i quali continuarono a litigare tra loro). Il relatore ricorda Buridano e Pietro di Sassonia.  Questi filosofi “naturali” si definivano “empiristi” e studiavano la natura per conoscerla, ma anche per conoscere l’operato di Dio. Erano quindi animati da uno spirito, da un movente religioso. La loro era “scientia de factis et operibus Dei”, scienza dei fatti e delle opere di Dio. La natura per loro era un libro “scritto” dal dito di Dio (questa metafora ebbe molta fortuna e venne utilizzata anche da Galileo Galilei); scritto con caratteri “geometrici”, si aggiungeva. Vi era anche la Sacra Scrittura, che era il libro “dettato” agli autori sacri e richiedeva una interpretazione.

 Si sentì comunque la necessità di risolvere il problema di chiarire che cosa fosse il libro della natura e i suoi rapporti con la Sacra Scrittura, cioè con il libro contenente la Rivelazione,  di definire il metodo di studio e di definire meglio i rapporti con i teologi e i filosofi. Con i filosofi vi erano all’epoca i problemi più gravi. I filosofi erano essenzialmente scolastici e si basavano sulla cosmologia aristotelica. Per Aristotele, ad esempio, perché un corpo rimanesse in moto occorreva una spinta costante. Buridano invece aveva capito che chi fermava il moto non era l’assenza di spinta, ma l’attrito. I filosofi “naturali” dovettero però arrestarsi davanti alla costruzione aristotelica, alla quale avevano contribuito tanti pensatori in 1500 anni, pur di fronte a fatti che potevano essere interpretati con altri criteri, secondo altri schemi.

 La scienza insomma venne definendosi incuneandosi tra teologia e filosofia ed autolimitandosi verso l’una e verso l’altra.

 Il compromesso venne messo in crisi con Galileo Galilei, una persona cristiana, intelligente, ma anche dotata di un carattere poco incline a cedere, secondo l’indole dei toscani.

 Va detto che Galileo visse in un’epoca complicata, nel pieno della Controriforma e delle controversie e lotte politiche con i Protestanti, un’epoca piena di intrighi politici. C’era anche, nella Chiesa cattolica, una reazione contro il Papa, accusato di interessarsi poco delle questioni religiose. Il Papa in questione era stato, prima della sua elezione a pontefice, membro dell’Accademia dei Lincei, da poco formata, come lo stesso Galileo.  Galileo pensò di approfittarne, proponendo un nuovo paradigma scientifico da lui intuito: vale a dire l’idea di cogliere i dati in maniera attiva, non limitandosi ad osservare i fatti della natura quando accadevano in natura, ma fabbricando esperimenti in laboratorio, al fine di eliminare i fattori di disturbo e di porre domande alla natura. Dava importanza alle “sensate esperienze”, cioè alle verifiche sperimentali.

 Ai tempi di Galileo furono osservate due “novae” e alcune comete. Queste ultime preoccuparono la popolazione, perché ritenute un segno infausto. Per Aristotele il cielo delle stelle, sopra quello della Luna, era eterno e perfetto,  a contatto com’era con il Primo Motore. Ci si chiese come fosse potuto accadere che fossero nate nuove stelle e che in quel cielo si muovessero le comete. Per Aristotele le comete erano miasmi provenienti dalla Terra, i quali, per attrito, nel cielo della Luna, al di sotto del cielo delle stelle,  si incendiavano. Galileo condivideva l’idea che le comete fossero dei miasmi terrestri, ma riteneva che divenissero visibili dalla Terra perché illuminate dal Sole. Non riteneva che si trattasse di astri perché  attraverso la loro coda poteva essere osservato il cielo al di là. Poi però ci si accorse che le comete viaggiavano molto oltre il cielo della Luna, con un’orbita elittica nel cielo delle stelle. Questo creò notevoli problemi ai sostenitori della cosmologia aristotelica.

 Galileo perfezionò il progetto del cannocchiale costruito da un’olandese e donato da questi a Paolo Sarpi, che si trovava a Venezia ricercato dall’Inquisizione. Il relatore ricorda che da un convento di Firenze dove il relatore medesimo aveva soggiornato per qualche tempo era partita una spedizione di tre frati Servi di Maria che dovevano uccidere il Sarpi, Servo di Maria anche lui. Il cannocchiale realizzato da Galileo ingrandiva venti volte. Con lo strumento Galileo osservò  che la Luna aveva strutture piane e montagne, come la Terra. Scoprì i satelliti di Giove, che ruotavano intorno a Giove e non intorno alla Terra. Queste osservazioni contrastavano con la cosmologia aristotelica. La scoperta della fasi di Venere, analoghe a quelle della Luna, contrastava invece con le teorie tolemaiche. In ultimo la scoperta galieiana di macchie sul Sole, che ruotavano (ciò che indicava che il Sole stesso ruotasse), contrastava con l’idea di perfezione di questo astro che derivava dalla teoria aristotelica. Galileo si scontrò quindi con i teologi, per contrasti con il dato biblico, e con i filosofi, per il contrasto con la visione aristotelica e tolemaica. Alla fine il papa di allora impose a Galileo di abiurare, ma essenzialmente  non per motivi teologici o filosofici, ma soprattutto per motivi contingenti di ordine politico, legati alla situazione dell’epoca.

 Va detto che ci si arrivò a chiarire le idee solo con la meccanica quantistica e con la teoria della relatività. Ci si rese conto che esiste un senso comune che serve per le cose e le attività di tutti i giorni, ma che non è scientifico. Funziona, il più delle volte, statisticamente, ma non può servire a elaborare una teoria. Tratta delle cose come appaiono, non come sono veramente. Funziona ma non si può dire come, e non funziona sempre. Sulla base di esso non si potevano fondare astrazioni teoriche. Il criterio statistico serve a coprire la nostra ignoranza.

  Sul senso comune si fondava la meccanica di Cartesio, deterministica, secondo la quale ad una certa causa conseguiva necessariamente  un certo tipo di effetto.

 Un colpo al senso comune fu dato da Darwin, che introdusse la statistica come mezzo di spiegazione scientifica dei fenomeni.

 Con la meccanica quantistica, che si applica nella fisica sub-atomica, ci si avvide che il criterio deterministico non funzionava più e che non ci si poteva basare su immagini basate sul senso comune per farsi un’idea della realtà (ad esempio concepire l’elettrone come una “pallina” che girava intorno al nucleo).

 Naturalmente poi si è qualche volta caduti nell’eccesso opposto, nell’indeterminismo totale.

 Allo stato attuale la fisica galileiana funziona in certi ambiti, ma non in ambito sub-atomico, in  cui ci si deve basare sulla statistica.

 Va detto anche che alcune scienze, come la biologia e la psicologia, sono allo stato prive di un complesso teorico analogo a quello concepito dalla fisica contemporanea su basi matematiche.

 E la fede?

 La fede intesa come affidamento, non quindi in senso propriamente religioso ma come affidamento nell’opera altrui, nella validità delle conclusioni raggiunte da coloro che sono venuti prima, è essenziale per la scienza moderna. Non si riparte infatti, con gli esperimenti, dagli inizi, si parte da quei risultati precedenti che sono ritenuti affidabili per vari motivi.

 Per quanto riguarda i rapporti con la fede religiosa, bisogna dire oggi si ritiene che pretendere di provare scientificamente i contenuti religiosi significhi commettere un errore di impianto logico. Ogni scienza, anche la tecnologia, ha infatti un proprio oggetto specifico e una propria metodologia. Le contaminazioni non sono utili. In particolare non è utile il cosiddetto “concordismo” cioè il voler trovare riscontri scientifici ad asserzioni di fede, ad esempio far coincidere il “Sia la luce!” biblico con il “Big Bang”.

TONNARINI: cita ciò che Giovan Battista Montini disse agli universitari della FUCI – Federazione Universitaria Cattolica Italiana: “la religione ha per cardine la fede, cioè il possesso implicito della verità, e per secondo cardine la ricerca, cioè la ricerca di quella verità”. Bisogna anche comprendere la legittima autonomia della scienza e non confondere il messaggio rivelato con una particolare visione del mondo (cfr la costituzione  Gaudium et spes). Va evitato il rischio opposto cioè l’invasione del campo della teologia. Cita infine il libro “Le mani sull’uomo” di Cirotto/Sanna/Balduzzi sui problemi anche filosofici e teologici creati dai progressi delle biotecnologie.

Appunti di Mario Ardigò, da una conferenza del prof. Carlo Cirotto