venerdì 9 ottobre 2020

Sintesi del libro di Roberto Repole, "Il sogno di una chiesa evangelica.L'ecclesiologia di papa Francesco", 2017 - capito 4 - parte prima

 Sin

Roberto Repole, Il sogno di una Chiesa evangelica. L’ecclesiologia di papa Francesco, Libreria editrice Vaticana, 2017, €12.00

Sintesi

nota: il testo è tratto dal volume. Gli elementi di raccordo tra parentesi quadre sono inseriti da chi ha estratto la sintesi.

Sintesi di Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

 

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Capitolo 4°

La necessaria riforma

parte prima

   I testi [del Concilio Vaticano 2° (1962/1965)] non [sono] sempre così univoci  nel prospettare una trasformazione della Chiesa. La riforma di importanti istituzioni ecclesiali che molto si aspettavano all’indomani del Concilio non [è] sempre stata attuata.

  Per Francesco una riforma della Chiesa è necessaria affinché la Chiesa rimanga sempre evangelica e trasparente al Dio misericordioso che la abita e la fa esistere. La riforma, proprio per questo, [è] intimamente connessa all’idea di una Chiesa in uscita missionaria. La Chiesa, infatti, avverte il dovere di  uscire e di far incontrare tutti con il Dio misericordioso comunicatosi in modo ultimo in Cristo e nel dono  del suo Spirito.

  Non ci si deve aspettare dal Papa un programma di riforma sistematico e offerto in modo organico. Al contempo, [per Francesco], non si tratta di occupare spazi ma di avviare processi.

  Proprio per questo, risulta forse impossibile e addirittura insensato delineare un quadro preciso delle riforma che si dovrebbero attuare.  Farlo significherebbe  in fondo smentire  alcuni capisaldi della visione di Francesco: che la Chiesa sia un soggetto dinamico guidato dalla presenza viva dello Spirito di Cristo; il fatto che tutti i cristiani siano soggetti vivi e attivi nella Chiesa; che le Chiese locali  non  siano dipartimenti amministrativi, ma Chiese con una loro soggettualità.

 Ciò nondimeno  si possono evidenziare  alcune fondamentali linee di riforma nell’insegnamento di Francesco. Concernono la sinodalità della Chiesa, l’importanza di una collegialità intermedia, il papato e la realtà del Sinodo dei vescovi.

 Con il papato di Francesco, il tema ecclesiologico della sinodalità [è] tornato prepotentemente alla ribalta. Esso non è stato esplicitamente tematizzato dal Vaticano 2°: nella visione ecclesiologica del popolo di Dio e nella conseguente  concezione del [senso della fede - sensus fidei] [nota mia: =la facoltà per cui il popolo di Dio, guidato dallo Spirito, intuirebbe la verità e sarebbe preservato dall’errore in materia di fede] vi erano, però, le premesse per il suo sviluppo.

 Per il Papa, la strada della sinodalità [è] da percorrere in quanto è quella che permette in questo nostro mondo, di attivare sinergie in vista della missione della Chiesa. Il Papa ha infeatti parlato della sinodalità come dimensione costitutiva della Chiesa. [Infatti] la Chiesa non è altro che il camminare insieme [la parola del greco antico da cui deriva il termine italiano sinodo è composta da altri due termini che appunto richiamano l’idea del camminare insieme] del Gregge di Dio sui sentieri della storia incontro a Cristo Signore. Il fondamento di ciò è da rintracciarsi proprio nel fatto che la Chiesa è il popolo di Dio.

  All’interno della Chiesa nessuno può essere collocato al di sopra degli altri.  Chi assume al suo interno il ministero è posto piuttosto al servizio degli altri.

 Affinché sia realmente percepito il [senso della fede - sensus fidei] vi è - secondo il Papa - la necessità di un ascolto, che investe la Chiesa a tutti i livelli e in tutti i soggetti. Una Chiesa sinodale - dice infatti Francesco - è una Chiesa dell’ascolto.

 Un tale discorso concerne la questione della riforma, proprio perché obbliga a chiedersi dove si dia la Chiesa.

 Si sa come al Vaticano 2° ci sia dato un evidente ripristino della visione  secondo cui quelle locali sono realmente Chiese e della prospettiva che vede la Chiesa quale comunione di Chiese - communio Ecclesiarum. [Ma] il collegio dei vescovi è visto ancora come realtà in parte slegata dalla comunione delle Chiese. Francesco pare orientarsi con decisione verso la concezione per cui non si possa intendere l’universalità della Chiesa come realtà previa all’esistenza delle Chiese locali. [Il Papa parla] della Chiesa locale non quale parte, bensì come porzione della Chiesa. [Per questo] Francesco [ha] chiesto che si aprisse  una porta senta in ogni Chiesa particolare e che la prima porta fosse aperta in Africa. Si tratta infatti di segni concreti con cui si dice che le Chiese locali  non sono parti o distretti di una Chiesa universale, da pensarsi astrattamene come realtà previa al  loro esistere: esse sono, piuttosto, la Chiesa in  quanto esiste in un determinato “luogo” così come emerge dalle lettere [di san Paolo].

  Poiché c’è un recupero della piena consistenza  delle Chiese locali, si comprende perché, per il Papa, la sinodalità debba anzitutto realizzarsi proprio a quel livello e comporti una necessaria riforma degli organismi di partecipazione, il Consiglio presbiterale, il Collegio dei Consultori, il Capitolo dei canonici e il Consiglio pastorale. Le parole del Papa mostrano  la coscienza, comune a molti oggi, che tali istituti  abbiano spesso attraversato una crisi e debbano essere rivitalizzati. [Per il Papa] tali organismi di partecipazione non debbano essere solo luoghi  di organizzazione delle attività [all’interno], in quanto  debbono partire dai problemi di ogni giorno che la gente vive; e non debbono risolversi solo in luoghi di ascolto, ma anche di condivisione.

  La sinodalità [deve] allargarsi ad altri livelli e [deve] coinvolgersi i vescovi che presiedono le Chiese e debbono rappresentarle. Si tratta, in questo caso, di ciò che va sotto il nome di collegialità episcopale. Proprio a tal riguardo e, specificamente, a livello di quanto viene espresso in termini di collegialità intermedia, [vale a dire un effettivo  esercizio di collegialità episcopale anche nel caso di Conferenze episcopali nelle quali partecipano solo i vescovi di un determinato territorio], pare di percepire le principali istanze di riforma da parte di papa Francesco.  Vi sono stati quanti hanno invece ritenuto  che un effettivo esercizio di collegialità si avrebbe solo con la partecipazione di tutti i vescovi: negli altri casi  si esprimerebbe solo  una collegialità affettiva. Da una tale prospettiva si avrebbe - [a parte il concilio come fatto eccezionale]- il governo del papa, per quel che concerne la Chiesa universale, e quello di ogni singolo vescovo, per quel che attiene alla Chiesa locale. Oltre a dover rimarcare  come una tale visione contraddica la prassi della Chiesa antica, è bene rilevare come essa  sarebbe assai poco funzionale ad una Chiesa missionaria, che necessita di istanze intermedie per prendere  delle decisioni che possano favorire l’annuncio evangelico in Chiese che vivono in culture anche sensibilmente diverse tra loro.  Papa Francesco sembra andare decisamente nella linea di una decentralizzazione e, dunque, di una valorizzazione effettiva delle istanze di collegialità intermedia. Ciò richiede, evidentemente, che il discernimento e le decisioni vengano assunte  dagli episcopati locali e non siano demandati a Roma. Nell’ottica di una Chiesa in uscita missionaria, infatti, una centralizzazione    è di ostacolo invece che essere di aiuto.

 Sin dall’inizio [papa Francesco] non ha citato soltanto i suoi predecessori, ma diversi interventi di differenti Conferenze episcopali: ha così mostrato di riconoscere un loro reale magistero. Con ciò, come è chiaro, [egli ha] rimesso in primo piano l’impellenza di un ripensamento del papato.