venerdì 9 ottobre 2020

Come siamo popolo?

 Come siamo popolo?

(il post è dopo l'avviso per la riunione di domani)

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Sabato 10 Ottobre, ore 17

  riunione nell’anno associativo 2020/2021 del gruppo AC San Clemente, in parrocchia, nella sala rossa

 

  E’ da febbraio che non ci incontriamo di persona. L’evoluzione della pandemia di Covid 19, che comunque è ancora in atto e nel Lazio sta peggiorando, ci consente di riprendere a vederci.

  Ricorderemo il nostro caro Ciccio, proiettando due brevi filmati di lui nel gruppo.

  Vedremo poi un filmato in cui mons. Gualtiero Sigismondi, Assistente ecclesiastico generale, ci presenterà il Vangelo del prossimo anno liturgico.

 Infine saremo invitati a presentare brevemente una esperienza significativa vissuta durante i mesi del lockdown.

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  Bisognerà indossare correttamente la mascherina facciale, rispettare un distanziamento minimo di due metri, igienizzarsi le mani, prima di sedersi, con l’apposito disinfettante che metteremo a disposizione. Bisognerà evitare di venire a) se si hanno la febbre o sintomi respiratori, in particolare la tosse e l’impulso a sternutire; b) se nelle ultime due settimane si è stati, per più di quindici minuti, vicini a persone poi risultate contagiate; c) se, comunque, si hanno altri motivi di sospettare di essere stati contagiati.

 Sintomi frequenti di possibile contagio da Covid 19 sono: febbre oltre i 37,5%, tosse insistente, congiuntivite, perdita del gusto, affanno respiratorio insorto di recente, sensazione di grande spossatezza. Basta che se ne abbia uno solo per sospettare di essere stati contagiati, con la conseguente necessità di ridurre i contatti personali fino ad accertamenti sanitari che lo escludano.

  Ricordiamoci che la vita delle persone è più importante della pratica liturgica o associativa.

  Come fu scritto nell’enciclica Il Vangelo della vita,  diffusa nel 1995 sotto l’autorità del papa Giovanni Paolo 2°:

« Il Vangelo della vita sta al cuore del messaggio di Gesù. Accolto dalla Chiesa ogni giorno con amore, esso va annunciato con coraggiosa fedeltà come buona novella agli uomini di ogni epoca e cultura.

[La vita terrena è] realtà sacra che ci viene affidata perché la custodiamo con senso di responsabilità e la portiamo a perfezione nell'amore e nel dono di noi stessi a Dio e ai fratelli.

Il Vangelo dell'amore di Dio per l'uomo, il Vangelo della dignità della persona e il Vangelo della vita sono un unico e indivisibile Vangelo.»

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  Per richiedere altre informazioni e per comunicazioni inviare una email a

mario.ardigo@acsanclemente.net

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Come siamo popolo?

 

  “Come siamo popolo?”  è in tema dell’incontro che avremo in Meet il prossimo 17 ottobre alle 17.

  Si invece fosse stato “Che cos’è il popolo?” ognuno avrebbe potuto sfruttare le risorse di conoscenze di una vita e tutto sarebbe stato più semplice. Dare una definizione  consente di agganciarsi a una tradizione e quest’ultima è ritenuta, in genere, uno degli elementi culturali che rendono riconoscibile un popolo, insieme alla lingua, al modo di vestirsi, ad altre abitudini quotidiane piuttosto diffuse e a un modo di immaginare il proprio passato comune e i legami con esso. E questo, naturalmente, sempre però tenendo conto che quando usiamo la parola popolo non vi viene in mente nessuna persona particolare o nessun gruppo di persone specifiche, perché ce ne serviamo proprio per indicare una massa di gente che non ci è nota nelle individualità particolari e personali che la compongono. Il nostro gruppo parrocchiale di Azione Cattolica, ad esempio, è una piccola società, ma non ci serviremmo della parola popolo per descriverla. Questo perché ci conosciamo tutti personalmente, per nome. Se, invece, parlassimo della parrocchia, anch’essa una piccola società ma di dimensioni più grandi di quelle che consentono una conoscenza personale, potremmo anche riferirci a chi la frequenta come a un popolo. Nel codice di diritto canonico del 1917 si parlava di popolo  come della porzione di una popolazione assegnata  ad una Diocesi e a quella sua parte territoriale che era considerata la parrocchia.  In quello attualmente vigente la parrocchia viene invece definita come una determinata comunità di fedeli che viene costituita stabilmente nell'àmbito di una Chiesa particolare, la cui cura pastorale è affidata, sotto l'autorità del Vescovo diocesano, ad un parroco quale suo proprio pastore. La differente definizione, come spiegato nel capitolo 4 del libro di Repole sull’ecclesiologia di papa Francesco che ho sintetizzato ieri, dipende dall’idea della Chiesa come popolo di Dio deliberata durante il Concilio Vaticano 2° (1962-1965). Che c’è in fondo di diverso? C’è che un popolo  può essere tale anche solo perché sottomesso  ad un certo potere, mentre da una comunità  ci si aspetta un ruolo più attivo.

  Quest’idea di comunità attiva c’è anche nel concetto di popolo  di una repubblica, che si ha quando il potere pubblico è diffuso in vari centri di deliberazione, ciascuno in relazione con altri e con limiti precisi a ciò che può decidere, viene esercitato nell’interesse della generalità secondo ragionevolezza, quindi in modo non arbitrario,  e la gente è in qualche modo, con qualche procedura, chiamata a dare un contributo decisionale ed è effettivamente  in grado di darlo.  Questa partecipazione agli affari pubblici è definita come dovere civico, nel senso esercitarla obbliga in coscienza e fa parte dell’etica pubblica.

 Però, nel definire repubblica  si usa anche il concetto di popolo, per dire che la gente non è in mani altrui, né è sottomessa ad interessi particolari e, questo significato, si contrappone ai sovrani  del passato, vale a dire a quelle autorità pubbliche, in genere tali per diritto ereditario dinastico, che avevano il popolo in proprie mani e nel proprio interesse e rifiutavano di riconoscere autorità superiori alla propria.. Infine la parola popolo  viene spesa anche per spiegare come tutti coloro che sono riconosciuti cittadini,  anche le persone non titolari di una qualche altra investitura o ufficio possano partecipare comunque al governo, con certe procedure, e, allora, in questo senso,  popolo  si contrappone alle altre autorità pubbliche. Nello sviluppo delle concezioni repubblicane si è affermata l’idea che anche il popolo, nell’esercizio dei suoi poteri-doveri di partecipazione al governo degli affari pubblici incontri dei limiti nei principio umanitari fondamentali: è il caso della nostra Costituzione, dove si legge, all’art.1, 2° comma, che «la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». La sovranità  significa non ammettere nessun potere sopra il proprio e, quindi, non ammette limiti. Una sovranità  limitata non è più sovranità. Nelle repubbliche avanzate non si ammette più alcuna arbitrarietà nell’esercizio dei poteri pubblici, quali essi siano, anche posti al massimo livello.

  La nostra Chiesa, dal punto di vista istituzionale, è una autocrazia feudale. La sua struttura di potere, per quanto più volte riformata e soprattutto dopo il Concilio Vaticano 2° è essenzialmente un’eredità di una lunga tradizione che risale all’Undicesimo secolo. La reale globalizzazione  ecclesiastica l’ha resa piuttosto obsoleta, in particolare in relazione alle idee di Popolo di Dio  e di comunità di fedeli  derivate dai deliberati di quel Concilio. Fino alla metà del secolo scorso seguì le linee della colonizzazione europea del mondo: erano gli europei a dettare legge al mondo nelle cose di fede. Ora la nostra Chiesa  è molto cambiata e si  è sviluppata una reale autonomia di molte Conferenze episcopali nazionali (non quella italiana, tuttavia, molto legata per ragioni storiche al Papato romano). Questo processo si  è manifestato in modo spettacolare nell’America Latina e papa Francesco, da vescovo, ne è stato uno dei protagonisti, in particolare a partire dalla Conferenza generale svoltasi nel 2007 ad Aparecida, in Brasile.

  Il trapasso da un modo di essere popolo, nel senso di gente assegnata  al potere di un certa autorità, a quello di popolo  in quanto  comunità di fedeli è tuttora in corso e non è facile. In particolare perché quella di Popolo di Dio è un’idea universale  di popolo, priva di connotati culturali a parte quelli religiosi, mentre nella concezione di popolo  corrente la religione è solo una  delle caratteristiche culturali che, nell’insieme, definiscono  ciò che in una determinata regione e in un determinato tempo si intende per popolo. Fatalmente le due diverse modalità di essere popolo  entrano in conflitto, perché la fede ci spinge ad essere missionari, quindi a oltrepassare i nostri confini culturali, ma così facendo ci stacchiamo inevitabilmente dalle culture in cui siamo inclusi. Papa Francesco, sulla base dell’esperienza latino-americana propone un modo di essere popolo  che non significhi ripudiare le proprie culture di origine, che definiscono, includono ma anche limitano.

  Al tempo in cui il popolo della Chiesa  era considerato l’insieme dei fedeli soggetti all’autorità del Papa le cose erano più semplici. Perché, poi, storicamente si era diventati capaci di distinguere giuridicamente  il potere del Papa, sovrano nel suo ordine, da quello degli stati, anch’essi sovrani  nel proprio, e di distinguere i doveri che derivavano dalla sottomissione  al Papa, da quelli che conseguivano all’essere sudditi  di uno stato. C’era una sorta di condominio  sul popolo, che quando si riusciva ad ottenere, veniva regolato con particolari tipi di trattati  chiamati Concordati.  Ora le cose si complicano perché tutto viene fatto partire dalle comunità di fedeli, soggetti attivi che, contemporaneamente e senza possibilità di divisione, sono anche parte delle altre comunità  che reggono gli stati, liberati dai sovrani  del passato. La conciliazione  non può più essere affidata a Concordati che vedano i cittadini-fedeli in posizione passiva, ma attraversa le coscienze delle persone, le quali, dunque, devono cominciare con il chiedersi come sono popolo. 

Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli.