venerdì 16 ottobre 2020

Il mito guelfo

(Il post è dopo il messaggio informativo sulla riunione in Meet) 

dal Monitoraggio settimanale Covid-19 dell’Istituto Superiore di Sanità, report 28 settembre - 4 ottobre 2020

"È essenziale evitare eventi ed iniziative a rischio aggregazione in luoghi pubblici e privati ed è obbligatorio adottare con consapevolezza comportamenti individuali rigorosi al fine di limitare il rischio di trasmissione per evitare un ulteriore e più rapido peggioramento dell’epidemia."

 E' possibile che sia necessario sospendere nuovamente il programma delle nostre riunioni in presenza, in parrocchia. I soci che non accederanno alle riunioni in Meet 

  verranno così tagliati fuori dalle nostre attività, salvo che per la lettera mensile. Coraggio, dunque! Anche i più anziani mi comunichino a

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 la loro email di registrazione a Google e mi richiedano il codice di accesso alla riunioni Meet, facendosi aiutare eventualmente da figli, nipoti o amici. 


Domani, sabato 17 ottobre, ore 17, 1° riunione in Meet 

del gruppo Ac San Clemente, sul tema "Come siamo popolo" - Per partecipare richiedere il codice di accesso a:

mario.ardigo@acsanclemente.net

indicando la email con cui ci si è registrati in Google (la registrazione è indispensabile)

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Il mito guelfo

 

  Nel Basso Medioevo, fino al Trecento, in Italia il partito guelfo  era la fazione che sosteneva il potere temporale del Papato romano contro il dominio degli imperatori germanici. Durante il processo di unificazione nazionale italiana, conclusosi  il 20 Settembre 1870 con la conquista militare di Roma e l’abbattimento del regno del Papa nell’Italia centrale, il prete e politico irredentista Vincenzo Gioberti (1801-1852)  nel libro Il primato morale e civile degli italiani (1842)  teorizzò l’unificazione politica degli stati in cui all’epoca l’Italia era divisa in una confederazione sotto la presidenza del Papa, quindi un movimento neo-guelfo.  In una prima fase del suo regno (1846-1878), il papa Giovanni Maria Battista Mastai Ferretti - Pio 9°, sembrò assecondarlo, ma poi  si ritrasse e l’unificazione nazionale lo ebbe come nemico. Egli fu, nel 1870, tra i sovrani italiani sconfitti dal movimento irredentista sorretto dall’espansionismo del Regno di Sardegna dominato dalla monarchia Savoia, trasformatosi nel 1861 in Regno d’Italia. Quest’ultimo nel 1848 era diventato una monarchia costituzionale, con una Camera dei deputati elettiva. Anche il Papato nel 1848 aveva concesso uno Statuto, che lo trasformava in una monarchia costituzionale; tuttavia dopo la breve rivoluzione repubblicana tra il 1849  e il 1850, esso fu di fatto superato. Da quel momento il Papato romano ebbe orientamento politico marcatamente antidemocratico, che iniziò ad essere superato solo dal  1939 con il regno del papa Eugenio Pacelli - Pio 12°, in un processo che finora ha avuto il suo punto più avanzato nel 1991, con l’enciclica Il Centenario -  Centesimus annus  del papa Karol Wojtyla - Giovanni Paolo 2° (nell’anniversario dei cento anni dalla prima enciclica sociale, la Le novità - Rerum Novarum deliberata dal papa  Vincenzo Gioacchino Pecci - Leone 13°). Sotto certi profili il magistero politico del papa Jorge Mario Bergoglio - Francesco segna un arretramento.

 Il neo-guelfismo faceva forza su un’asserita caratterizzazione cattolica del popolo italiano  e dell’Italia come nazione. Essa inglobava anche la soggezione etica e culturale al magistero del Papa. In questo ordine di idee, la religione cattolica veniva presentata come fattore di unità.

  Nell’aspro conflitto politico con il Regno d’Italia seguito alla soppressione, mediante conquista militare, dello Stato pontificio, il Papato riprese quell’idea, costruendovi sopra un’ideologia che fu imposta ai cattolici italiani a giustificazione del rifiuto della democrazia liberale del nuovo stato unitario nazionale italiano. Essi dovettero essere intransigenti  con le autorità pubbliche italiane: da qui la denominazione di intransigentismo  dato a quell’orientamento politico. Lo stato democratico liberale veniva presentato come estraneo alla tradizione culturale italiana, quindi come un usurpatore  nei confronti del popolo italiano  fedele al Papato. Questo indirizzo spinse poi il Papato nel 1929 a concludere una serie di accordi con il Regno d’Italia al tempo in cui era stato soggiogato dal fascismo mussoliniano, i Patti Lateranensi, sostanzialmente sconfessando il movimento democratico di ispirazione cristiana guidato dal prete don Luigi Sturzo, dal 1919, sotto la denominazione di Partito Popolare. Lo Sturzo fu indotto nel 1924 ad allontanarsi dall’Italia e dalla direzione del partito, per andare in Inghilterra, e ciò per non ostacolare gli approcci che si stavano intavolando tra la Curia pontificia e i fascisti mussoliniani. Bisogna anche ricordare che il papa Leone 13°, con l’enciclica del 1901 Le gravi dispute sugli affari sociali - Graves de communi re, aveva sconfessato l’idea di una democrazia cristiana, vale a dire di un movimento democratico ispirato ai valori cristiani. Nel 1909 il suo successore Giuseppe Sarto - Pio 10° giunse a scomunicare il prete Romolo Murri, uno dei principali esponenti del movimento della democrazia cristiana.

 Scrive lo storico Guido Formigoni nel libro Alla prova della democrazia  - Chiea, cattolici e modernità nell’Italia del ‘900, Il Margine, 2008:

 

«Studiando l’approccio del mondo cattolico italiano all’idea di nazione e ai miti nazionali tra Otto e Novecento, colpisce una sorta di onnivora cultura “guelfa”, che valorizzava fortemente l’idea e il mito nazionale alla luce delle sue radici “cattoliche”.  Esistenza  e sviluppo della nazione italiana venivano infatti largamente interpretati, per un lungo periodo di tempo, mettendo l’accento sui legami costitutivi tra fede e civiltà. L’Italia era “nazione cattolica” per eccellenza: questo elemento culturale e naturalmente anche “ideologico” (in quanto si trattava di una interpretazione della realtà con caratteri prescrittivi e operativi) correva in modo amplissimo lungo tutta questa storia.

  Si verificò un processo di commistione tra universo religioso e universo nazionale quasi sorprendente per la sua tempistica originaria, la sua rapidità e la sua pervasività. La forma largamente prevalente di questo incontro fu l’alone incredibilmente vasto lasciato dietro di sé dal neoguelfismo giobertiano, che fu rapidamente  sconfitto ed emarginato come progetto politico specifico di risoluzione della questione nazionale italiana (la proposta di una confederazione presieduta dal Papa degli antichi Stati italiani, riformati in senso moderatamente liberale), ma ebbe invece un successo duraturo e profondo sotto un altro profilo, definendo il terreno culturale su cui consolidare l’approccio cattolico al tema nazionale. Gioberti non inventava radicalmente nulla, ma sistematizzava una serie di elementi diffusi nella cultura cattolica  del tempo con significati anche diversi, dando loro una forma sintetica decisamente evocativa e notevolmente efficace.

 L’idea centrale era quella di collocare il principio forte di identità dell’Italia come nazione nel suo intreccio storico con il Papato, data la presenza a Roma della sede di Pietro. Di qui derivava il carattere “cattolico” dell’Italia: una nazione particolare al servizio diretto di un’idea universale. Questo legame fondava contemporaneamente una tradizione e anche una “missione” nazionale (secondo il consueto  schema di pensiero ottocentesco) attribuendo all’Italia addirittura una funzione “sacerdotale” nei confronti della civiltà universale e per questo un indubbio ruolo centrale tra le nazioni. Si trattava appunto del cosiddetto “primato” morale e civile degli italiani.

[…]

  Per gli intransigenti, insomma, il guelfismo era un modo per conciliare un senso radicato della particolarità nazionale e una religiosità dal carattere universale.

[…]

 Non è quindi per scarso  senso della nazione che non si sono poste  le premesse per una Chiesa italiana fin dall’Ottocento, ma per questa esigenza di unità della Chiesa che attribuiva una particolare curvatura alla cultura cattolica nazionale.

[…]

 Su questo troncone, anche i primi “cattolico-sociali”  - a partire dagli anni ’80 dell’800 - si impegnarono a cercare un rinnovamento dei rapporti sociali, pensato esattamente come “restaurazione dell’ordine cristiano”, conseguenza diretta dell’essere l’Italia una “nazione cattolica”.

 Il guelfismo del nascente “contro-mondo” cattolico sociale offrì così occasioni di una diversa cittadinanza nazionale a generazioni di ceti medi popolari che sentivano lontana  la pedagogia patriottica dello Stato unitario. Diede un senso  di identità “moderno” e non più solo reazionario al movimento  che cominciava a organizzare le plebi  cattoliche in chiave antiliberale.

[…]

 Questo cangiante guelfismo riemerse nel primo movimento democratico-cristiano, innervando il tentativo di approdare sul terreno costituzionale compiuto dalla giovane generazione intransigente, con un programma ormai pienamente “politico” e “partitico” di emancipazione e sollevamento delle masse popolari, che assumeva caratteri indubbiamente moderni e si inalveava con decisione nello stato nazionale. Da Meda a Murri, gli accenti in questo senso erano analoghi, pur non impedendo questa convergenza le note rilevanti differenziazioni e fratture politiche nei percorsi dei diversi protagonisti.

[…]

 Proprio in Italia, la fine dello stato liberale [con l’avvento di quello fascista] apriva uno spazio nuovo per questa impostazione: nasceva l’opportunità di costruire un nuovo ruolo della Chiesa, nella competizione per guidare  il processo di nazionalizzazione delle masse, e quindi anche di saldare un nuovo possibile incontro tra Stato e nazione alla luce della religione, scavalcando  il terreno della politica, che veniva definitivamente marginalizzato nella visione del papa. Non a caso, infatti, la parabola del Partito popolare italiano si chiuse senza sostanziale rammarico negli ambienti curiali. La Conciliazione del 1929 fu largamente presentata come inveramento finale dell’antica visone guelfa della nazionalità, conservata viva nei decenni precedenti come un sogno.»

 

 Nel magistero sociale  e politico  di papa Francesco si colgono marcati accenti  neo- guelfi, nel senso sopra indicato, nei  quali però, poiché egli proviene da un  altro mondo sociale, vale a dire l’America Latina, una dimensione continentale immensa a confronto con quella italiana,  il nazionalismo e l’idea di popolo sono  estesi ad ogni cultura popolare caratterizzata in senso religioso, addirittura anche non cristiana,  avendo come controparte l’ideologia democratica liberale, vista come espressione di egoismo  e di colonizzazione culturale.

  Ad esempio, a fronte delle 58 volte che nell’enciclica  Fratelli tutti  (ottobre 2020) [sostanzialmente un riepilogo del magistero politico sviluppato dal Papa negli anni scorsi], viene citato il popolo,  la parola democrazia  compare solo 4 volte e sempre in contesti che ne evidenziano la crisi o, comunque, i lati negativi.

 

«14[…] Che cosa significano oggi alcune espressioni come democrazia, libertà, giustizia, unità? Sono state manipolate e deformate per utilizzarle come strumenti di dominio, come titoli vuoti di contenuto che possono servire per giustificare qualsiasi azione.

110. […]  Il fatto è che «la semplice proclamazione della libertà economica, quando però le condizioni reali impediscono che molti possano accedervi realmente, e quando si riduce l’accesso al lavoro, diventa un discorso contraddittorio». Parole come libertà, democrazia o fraternità si svuotano di senso.

156. Negli ultimi anni l’espressione “populismo” o “populista” ha invaso i mezzi di comunicazione e il linguaggio in generale. Così essa perde il valore che potrebbe possedere e diventa una delle polarità della società divisa. Ciò è arrivato al punto di pretendere di classificare tutte le persone, i gruppi, le società e i governi a partire da una divisione binaria: “populista” o “non populista”. Ormai non è possibile che qualcuno si esprima su qualsiasi tema senza che tentino di classificarlo in uno di questi due poli, o per screditarlo ingiustamente o per esaltarlo in maniera esagerata.

157. La pretesa di porre il populismo come chiave di lettura della realtà sociale contiene un altro punto debole: il fatto che ignora la legittimità della nozione di popolo. Il tentativo di far sparire dal linguaggio tale categoria potrebbe portare a eliminare la parola stessa “democrazia” (“governo del popolo”).

169. […] Benché diano fastidio, benché alcuni “pensatori” non sappiano come classificarli, bisogna avere il coraggio di riconoscere che senza di loro [ movimenti popolari che aggregano disoccupati, lavoratori precari e informali e tanti altri che non rientrano facilmente nei canali già stabiliti]«la democrazia si atrofizza, diventa un nominalismo, una formalità, perde rappresentatività, va disincarnandosi perché lascia fuori il popolo nella sua lotta quotidiana per la dignità, nella costruzione del suo destino»portare a eliminare la parola stessa “democrazia” (“governo del popolo”). »

 

 Ora, bisogna considerare che i cristiani democratici europei hanno costruito storicamente un processo di unificazione continentale intorno ad un’idea di giustizia sociale che ha compreso anche i valori democratici: in quest’ottica non vi è vera giustizia sociale se non è realizzata secondo  valori e procedure democratici, in essi compreso il valore della laicità delle istituzioni pubbliche che significa una loro desacralizzazione, per cui nessuna decisione può essere sottratta alla negoziazione democratica. Questi processi democratici sono poi rifluiti negli ambienti religiosi, in particolare con la richiesta di democratizzazione delle obsolete strutture sacrali di governo della Chiesa cattolica. Ebbene, questo non si rinviene nel magistero di papa Francesco ed è una delle ragioni di una certa presa di distanza del cattolicesimo italiano dal suo pensiero. Per i cattolici italiani, infatti, protagonisti della costruzione della nuova Repubblica democratica popolare  italiana e dell’Unione Europea, la democrazia è una irrinunciabile, faticosa, contrastata e non ancora compiutamente raggiunta, conquista culturale.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro Valli.