mercoledì 30 settembre 2020

Popolo o tribù

 

Popolo o tribù

 

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RIUNIONE IN GOOGLE MEET DEL GRUPPO DI AC SAN CLEMENTE!

17 OTTOBRE ALLE 17

IL 17 ALLE 17! 

 

Le riunioni del gruppo AC San Clemente in presenza, in parrocchia, riprenderanno IL 10 OTTOBRE, ALLE ORE 17, IN SALA ROSSA. I soci riceveranno questa notizia anche nella Lettera ai soci - Ottobre 2020,  per  posta ordinaria. 

  La prima riunione on line, con l’applicativo Google Meet, si terrà sabato 17 ottobre, alle ore 17 sul tema “Come siamo popolo?”.

  Per partecipare:

a)acquisire un account Google;

b)inviare a mario.ardigo@acsanclemente.net una email comunicando il proprio nome, la email usata per registrarsi su Google e  con la quale si vuole partecipare, la propria parrocchia e i temi di interesse.

 Potranno partecipare solo persone residenti in Italia anche se  non iscritte al nostro gruppo parrocchiale di Azione Cattolica, fino  raggiungere un numero complessivo di 40 partecipanti. L’esperienza ha dimostrato che un numero superiore crea problemi di coordinamento e di connessione.

 A chi ha richiesto di partecipare verrà inviato via email il codice di accesso.

  I dati delle persone non iscritte al gruppo di AC San Clemente verranno cancellati dopo ogni riunione e dovranno essere nuovamente inviati per partecipare alla riunione successiva.

Nel post del 22 settembre scorso, "AC SAN CLEMENTE - 1° RIUNIONE CON GOOGLE MEET",  il programma dettagliato e tutte le istruzioni per partecipare

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Le idee di popolo e di nazione  sono di nuovo al centro del dibattito pubblico. Ne ha scritto anche il Papa. Vi propongo di iniziare a discuterne anche tra noi nella prossima riunione in Google Meet. I testi di riferimento per il confronto sono  la sintesi dei temi politici  dell’enciclica Laudato si’  che ho pubblicato sul blog, nel post che precede, e, comunque, l’intera enciclica per chi la conosce meglio, leggibile su

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html

 

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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per  realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

 

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   La concezione di popolo  ha natura propriamente politica  e quindi influenza le attività formative. Gli esseri umani sono infatti, per natura,  viventi che formano  società, ma non sono per natura  popolo. Essere popolo è un modo di vivere una società umana secondo particolari connotati culturali.  L’essere popolo deve quindi essere appreso e insegnato. E ci sono diversi modi di esserlo.

  Nelle nostre attività formative religiose non si ha di solito ben chiaro come  essere popolo secondo la fede e che cosa  comporti. La teologia e, quindi, la catechesi si mantengono molto sulle generali, apparentemente pronte a correggere ma non capaci veramente di definire.

 Uno degli errori più comuni, e fatali, nella formazione religiosa è proporre il popolo  secondo la  fede come una tribù, quindi con legami di solidarietà, dipendenza e preminenza/sottomissione modellati sullo schema della famiglia allargata e quindi con struttura piuttosto rigida centrata su autorità paterne. Del resto la cultura biblica è fortemente impregnata di una tale mentalità. Ma la vita tribale è caratterizzata da un complesso di miti/tradizione/costumi  che non sono fondati sugli insegnamenti evangelici. Il Maestro, in particolare, non costituì una propria tribù e visse piuttosto liberamente le costumanze tribali del proprio ambiente, tanto da venire rimproverato per questo.  E così fecero i suoi primi seguaci fino, addirittura, a staccarsene (come ad esempio sulle questioni delle prescrizioni rituali che riguardavano gli alimenti e della circoncisione).

  Inserito in una tribù, la persona ne dipende. Come in famiglia, viene ancora accettata anche se commette una qualche infrazione, ma non le viene perdonata il rifiuto della dipendenza, della sottomissione. La decisione di staccarsi dalla comunità comporta anche l’interruzione delle sue relazioni con le persone che sono rimaste dentro, quindi la sua emarginazione.   La minaccia dell’esclusione e dell’emarginazione  è un potente strumento di controllo nelle mani delle autorità paterne che dominano il contesto tribale. In questo modo la comunità esercita una pressione  sulle singole persone perché si sottomettano. A differenza di ciò che accade nelle famiglie parentali, l’esclusione e l’emarginazione sono possibili in un contesto tribale e sono molto temute e dolorose per chi le subisce.  Ciascuna persona sta nella tribù come incastrata. La tribù poi si difende dal contesto sociale intorno separandosi  da esso o entrando in conflitto attivo.

  Innestare la formazione religiosa in un contesto comunitario di tipo tribale può apparire utile per consolidarla con quella pressione di cui si diceva. In realtà è altamente controproducente, perché è propria degli esseri umani, biologicamente, l’apertura sociale e questo a differenza delle specie che biologicamente  ci sono più vicine. Inoltre la buona novella evangelica veicola un messaggio di liberazione e di libertà. Vi è poi il rischio di confondere il messaggio religioso con altre tradizioni culturali che portano a travisarlo. Infine, tale modo di procedere è disastroso nella formazione dei giovani, i quali, per natura, devono  affrancarsi da simili contesti costrittivi, come dalle famiglie di origine. Di fatto, il risultato è, prima o poi, il rifiuto della comunità tribale e, insieme, della religione. E’ fatale che accada, soprattutto in una società aperta come quella in cui siamo immersi.

  Di solito, il metodo basato su comunità di tipo tribale comporta il distacco dalla famiglie di origine, qualora non siano inglobate nella tribù. L’argomento di solito è quello che non sono state capaci di mettere in riga  i propri giovani. In genere è un argomento ingiusto e infondato, addirittura diffamatorio, non rispettoso della personalità altrui. In realtà quelle famiglie hanno avviato i propri giovani alla formazione religiosa, secondo il loro dovere religioso, mentre i formatori tribali,  contravvenendo al proprio, li disamorano alla fede con il loro metodo. Del resto, il metodo tribale è necessariamente fondamentalista e totalitario: non tollera partecipazione e collaborazione, ma solo sottomissione.

 Vengono magnificati i risultati ottenuti nel corso di eventi carichi di emotività, al modo degli esercizi spirituali, e si rimprovera alla famiglie che, una volta che i propri giovani, rimessi in riga,  sono rientrati nel loro ambito, non hanno saputo mantenerli come erano diventati. Ma l’evento emotivo  è per sua natura temporaneo,  crea quella quella che i sociologi chiamano condizione di stato nascente,  analoga a quella dell’innamoramento. E’ piena di emotività, che suscita una sensazione di riconoscimento  e di comprensione sul piano intuitivo e profondo. Essa, però, non dura se non approfondita e trasformata in una relazione di altro tipo, che può essere amicale, quindi di tipo paritario, o di sottomissione, quindi gerarchica. Solo la prima è veramente evangelica perché è scritto: 

«Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l'ho fatto conoscere a voi» 

(dal Vangelo secondo Giovanni 15, 14-15 vers. CEI 2008)

Scrisse il sociologo Francesco Alberoni in un libro divulgativo che continua ad avere successo, Innamoramento e Amore, RCS Libri, 1979:

 

«Un famoso mistico medievale, Raimondo Lullo, scrive: - L’amante e l’amato  sono realtà diverse [eppure] concordanti insieme senza opposizione alcuna né alcuna diversità di essenza -. Ne deriva perciò una esperienza particolarissima, di essere completamente diversi eppure di avere una misteriosa e fortissima affinità spirituale. Questa affinità spirituale però prima non c’era, si va costituendo nell’incontro stesso.

[…]

E’ questo il motivo per cui, nei grandi movimenti collettivi, migliaia di persone diverse per età, per classe sociale, si “riconoscono” e formano una unità collettiva, un noi. Il processo è ancora più intenso e violento dell’innamoramento.

[…]

 Tutti i movimenti collettivi  nella loro fase iniziale, in quello che chiameremo  stato nascente, hanno queste caratteristiche.

[…]

  L’innamoramento ha […] la funzione di separare ciò che era unito e unire quanto era diviso; ma unire in modo particolare perché questa unione si  presenta come alternativa  strutturale alla solida relazione precedente. La nuova struttura sfida quella antica alle radici, la degrada a qualche cosa che no ha valore. In parallelo fonda la nuova comunità sulla base di un valore assoluto, un diritto assoluto, e riorganizza attorno a questo diritto ogni altra cosa.»

 

  Quando una persona in formazione viene condotta a un evento emotivo organizzato da una comunità che si propone di  esercitare una pressione al modo tribale, viene spinta a staccarsi  dall’ambiente sociale di origine, e, se è una persona giovane, dalla sua famiglia di origine, e orientata verso la comunità tribale. Se, finito l’evento e rientrando in famiglia o comunque nelle relazioni sociali consuete, non si stacca dai costumi familiari o da quelle delle relazioni abituali, significa che l’integrazione tribale non è riuscita, non che ha rifiutato la fede. Ma, per quella comunità neo-tribale, e per le autorità paterne  che la dominano, il rifiuto della comunità  equivale  al rifiuto della fede e quindi prenderà ad escludere ed emarginare la persona riottosa. Ecco, questa conclusione è assolutamente arbitraria e fa molto danno se vi si dà spazio nella formazione religiosa. Esprime una violenza psicologica inammissibile e, in quanto violenza, controproducente e antievangelica. Bisogna sempre saper distinguere il processo di conversione personale  da quello di assimilazione personale in una certa comunità. Nessuna comunità particolare può pretendere di esaurire i modi di vita secondo la fede, quasi che non ne fossero possibili al suo esterno.

  La condizione di stato nascente  è, per sua natura, in quanto suscitata da forti  elementi emotivi, transitoria. Se non produce, nel tempo, un’amicizia,  si esaurisce: il formatore religioso dovrebbe adoperarsi per favorire una solida  e costante amicizia con Dio che poi si riverbera nelle relazioni sociali. Una formazione alla fede legata prevalentemente ad esperienze altamente emotive produrrà invece adesione altalenante, legata a condizioni straordinarie fatalmente episodiche, una sorta di realtà aumentata nella quale la fede agisce un po’ come un fattore allucinante.

  La fede, poi, serve veramente per mettere in riga  le persone? E’ una sorta di ausilio alla polizia sociale? Il servizio che le comunità formative organizzate al modo tribale offrono è appunto questo. Non stupisce, naturalmente, che i giovani se ne tengano alla larga.

 Per la verità, questa idea del controllo sociale organizzato con una formazione comunitaria  permea anche il rinnovamento della catechesi progettato dagli anni ’70. Comunità emotivamente coinvolgenti avrebbero dovuto sostituire quella pressione che sulle persone veniva esercitata dall’ambiente di cristianità in cui viveva, quello in cui si era persona per bene  se si andava a messa. Naturalmente questa era più che altro una tentazione che rimaneva un po’ sullo sfondo, perché si faceva e si fa invece molto conto sull’adesione profonda, personale, consapevole, ma c’era. Ma fare formazione vera, quella che rende liberi  della libertà dei figli di Dio costa tempo e fatica e bisogna esservi preparati. Non tutti quelli che si occupano di formazione appaiono tali.

 

«Cristo ci ha liberati per la libertà! Sta dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù» (Lettera ai Galati 5,1; detto a proposito dell’obbligo rituale di praticare la circoncisione)

 

  E’ discutibile l’idea di essere popolo di fede  secondo costumi tribali, perché non ci è stato ordinato di chiuderci  dentro delle tribù, ma di andare per il mondo a coinvolgere tutte le genti. Quest’idea si ritrova anche nel magistero di papa Francesco sulla Chiesa in uscita.

  Dunque, come essere popolo? E’ proprio il tema dell’incontro programmato per il prossimo 17 ottobre. E, innanzi tutto,  essere popolo  o essere nel popolo? Essere popolo  implica un’idea di  conformità collettiva a un ideale modello sociale, da adottare tutti insieme (perché il popolo è moltitudine). Essere nel popolo denota invece un modo di interrelazione sociale che, anche in un certo popolo, lascia sussistere e ammette la diversità e un contesto pluralistico.  La concezione democratica di popolo è appunto questa.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli.