sabato 5 settembre 2020

Capire la democrazia - 6

 6. Democrazia: cominciare dal piccolo e dal basso

  

  Di solito a scuola si studiano le istituzioni democratiche e le regole democratiche. Si accenna alla storia della nostra Repubblica democratica per dire che nacque da una resistenza  politica popolare,  vale  a dire di massa, a un potere autocratico, quello del fascismo mussoliniano, che aveva sottomesso  le genti d’Italia. Si aggiunge che il risultato fu quello di una Liberazione politica e morale da quell’autocrazia. Questo risultato fu rivoluzionario e, in realtà, dovrebbe scindersi in due fasi. Perché nella prima si prevalse sulle istituzioni del fascismo mussoliniano, che ne uscì disperso, mediante una guerra, che per gli italiani, a differenza degli stati che la combattevano contro gli stati del fascismo europeo, fu anche propriamente di Liberazione politica. Nella seconda si decise democraticamente per la Repubblica, da Regno che si era: anche questo cambiamento fu rivoluzionario, ma pacifico, in quanto condotto secondo procedure e principi democratici, in particolare con un voto popolare ad un referendum  a cui parteciparono per la prima volta nella storia istituzionale italiana anche le donne. Ma quella rivoluzione non fu solo di istituzioni e di regole, ma innanzi tutto e prima di tutto, di mentalità. Dalla fiducia nelle virtù della guerra, propagandata dal fascismo mussoliniano, all’anelito verso la pace determinato dalle gravi sofferenze belliche che avevano riguardato anche la popolazione civile, finita sottomessa al nazismo hitleriano, quindi ad un dispotismo straniero. Questa formazione alla pace, profondamente contrastante con quella, opposta, insegnata dall’ideologia fascista, si fece in particolare sull’esortazione del Papato, era regnante il papa Eugenio Pacelli - Pio 12°, contenuta in una serie di radiomessaggi dal 1940, che ebbero di fatto il valore di encicliche, e che furono poi alla base di un vasto lavoro di istruzione popolare condotto dal clero e dai religiosi e di corrispondenti azioni sociali che coinvolsero in vario modo la gente di fede.

  E’ alla formazione di questa mentalità che dovrebbe essere finalizzato il tirocinio democratico che dovrebbe farsi ad ogni livello tra i laici, per renderli capaci di operare in una società democratica per indurvi cambiamenti per favorire la ricezione della buona novella cristiana. Dove oggi prevale una certa clericalizzazione dei laici che collaborano negli ambienti religiosi, dovrebbe invece provarsi, dove possibile, e vi sono larghi spazi in cui ciò è possibile, la pratica della convivenza democratica, quindi la ristrutturazione di poteri che si presentino con caratteri autocratici, autoritari, fondati su discriminazione in dignità personale. Ciò è largamente praticabile, ad esempio, in ambito parrocchiale e, in particolare, nei piccoli gruppi in cui le attività parrocchiali si articolano.

  Spesso l’affanno per i servizi  che la parrocchia deve rendere alla comunità, in particolare quelli liturgici per gli eventi della vita e per il ciclo liturgico delle messe, come anche le attività di formazione di base e per il matrimonio, che finiscono per assorbire quasi interamente le energie del clero parrocchiale, ed anche le esigenze pratiche di gestione del patrimonio parrocchiale, in particolare di quello immobiliare, porta una certa burocratizzazione della struttura parrocchiale, che si atteggia un po’ al modo di qualcosa tra la ASL spirituale e l’istituto scolastico. Il parroco decide tutto, del resto è lui che giuridicamente rappresenta la parrocchia come ente ecclesiastico con rilevanza anche civile, e tutti gli altri al più rimangono consulenti. E le istituzioni minime di democrazia previste per questa attività di consulenza, l’Assemblea dei fedeli, il Consiglio pastorale, il Consiglio  per gli affari economici  rimangono talvolta sulla carta, ma comunque contano poco. Non si sente, ad esempio, l’esigenza di esporre un bilancio  patrimoniale ed economico della gestione parrocchiale, per capire di quali risorse si dispone, il suo indebitamento, e quali siano le sue esigenze.

  Nell’ultima grande riforma della Chiesa Cattolica, quella attuata con il Concilio Vaticano 2° (1962/1965), si tratteggiò una diversa immagine di una Chiesa - comunità, ma di fatto direi che siamo appena agli inizi degli sviluppi conciliari per quanto riguarda questo aspetto. Non c’è da aspettarsi molto dalla gerarchia, perché la legge del potere sociale è che  chi ce l’ha non lo lascia fino a quando non è costretto a farlo per l’emergere di poteri resistenti che pretendano condivisione. La riforma in senso democratico, dunque, può anche essere pensata  dall’alto, ma, se non si fa dal basso, non si fa. E, comunque, ogni ristrutturazione o trapasso nei sistemi sociali di potere presenta qualche rischio, perché si va dal noto all’ignoto, dallo sperimentato a ciò che non lo è. E su questo fanno forza i poteri che si vorrebbe ristrutturare.

  Non basta quindi riconoscere, come ormai generalmente si riconosce, che il sistema di potere ecclesiastico cattolico è obsoleto, e oltretutto inefficiente e poco o per nulla trasparente: la critica deve essere accompagnata alla dimostrazione pratica che forme più democratiche di conduzione funzionano, e non disperdono il gregge, innanzi tutto perché c’è una mentalità che,  a prescindere dall’intervento di poteri autocratici, porta a considerare fondamentale il valore dell’unità. Ma c’è è tra noi laici? Possiamo dire che, le rare volte che abbiamo voce in qualche cosa, fosse anche solo l’organizzazione delle iniziative per la festa del santo patrono della parrocchia, mostriamo una mentalità cosiddetta sinodale, che appunto vuol dire avere particolarmente a cuore l’unità? La mia esperienza con il laicato non è questa: in realtà spesso le discussioni generano contrasti che rapidamente degenerano e, alla fine, non si trova di meglio che cercare di prevalere accattivandosi l’autorità autocratica del parroco o addirittura di chi sta più in alto di lui e/o invitare i dissenzienti ad andarsene. Qualche anno fa il parroco, in Quaresima e in preparazione alla Pasqua, che nella nostra parrocchia di San Clemente Papa in genere rinfocola accesi dissidi sul modo di svolgere le liturgie nella Settimana Santa, organizzò una serie di incontri, a cui parteciparono persone delle comunità in frizione. Ciascuno disse la propria, ma ciascuno sostenne che non sentiva bisogno di unità, che la via che aveva scelto era la migliore e che quella della separazione  era la sola soluzione che consentisse una convivenza pacifica. Notai in ogni gruppo di lavoro in cui eravamo stati divisi la presenza di capi delle comunità: questo evidentemente impediva di andare avanti nel processo di assimilazione reciproca. In genere i capi di comunità assumono le consuetudini del clero, si clericalizzano, e quindi tengono molto a marcare le differenze e consolidare la sottomissione degli altri al propri potere. La via giusta credo sia, sulla base di quell’esperienza, non quella di riunirsi per discutere, ma per fare qualcosa insieme, nel contempo convenendo che, in quel fare, per la durata di quel fare, limitatamente a quel fare, si è sciolti da altri poteri che non sia quello collettivo dell’assemblea di coloro che si sono riuniti per quello specifico fare e quelli eventualmente da essa costituiti per specifici incarichi, con precisi limiti di tempo e di estensione. Questo che ho descritto è uno spazio democratico di base. Il fare dovrebbe consentire un’assidua frequentazione, e quindi conoscenza. Si diffida di chi non si conosce. E la convivenza democratica si basa essenzialmente sulla fiducia reciproca, mentre quella basata sulla comune sottomissione sulla presenza di un’autorità autocratica comune alla quale tutti si sottomettono.

 Ogni piccolo gruppo parrocchiale, e più in generale ogni piccolo gruppo sociale, dovrebbe essere trasformato in uno spazio democratico di base per fare tirocinio di convivenza democratica e per convincersi che la democrazia funziona. Ho letto che questa esperienza è molto diffusa in una delle culle della democrazia, in Gran Bretagna, dove ogni esigenza collettiva genera un comitato. Abbiamo ricevuto la parola comitato dal latino, lingua in cui si componeva della parole che significavano andare con, espressione corrispondente a quella sinodo,  che ci viene dal greco  antico. L’accento è posto, non tanto nel pensare tutti in uno stesso modo (ordine di idee in cui si dà dell’eretico  chi non la pensa in quel modo e lo si esclude), ma nell’andare insieme, nel rimanere insieme sulla via nonostante  non la si pensi nello stesso modo. Questo è al centro della convivenza democratica.