Religione e fede nel soprannaturale. Perché continuare a credere?
Alcuni mi chiedono di scrivere di più di fede e religione, come si fa in altri
siti cattolici. Ma, appunto, di
questo si scrive meglio altrove, e con più competenza di come potrei fare
io. Se riuscirò ad arrivare alla pensione con mente e occhi ancora validi, mi
piacerebbe studiare catechetica come fece mia madre a cinquant’anni, e allora
poi potrei dare una mano in quel campo, lavorando sui miei coetanei e, in
genere, sugli adulti. Sulle questioni sociali, invece, sono più preparato, confinano con
la mia specializzazione professionale.
Su fede e religione so solo quel che mi basta per esserne persuaso. Potrebbe
non bastare ad altri. Per altre persone la mia visione delle cose potrebbe
addirittura essere controproducente. Un adulto che si dichiara credente ha raggiunto un suo equilibrio sui fatti
religiosi e bisogna essere molto cauti nell'influirvi, anche con le migliori
intenzioni. Certi approcci catechistici mi appaiono poco rispettosi dell’integrità
della persona umana, in particolare quando si propongono addirittura di destabilizzare per ricostruire,
e li ho molto francamente criticati su questo blog. Però non l’ho fatto su base
religiosa, ma per i devastanti effetti sociali e
personali che possono produrre, naturalmente con le migliori intenzioni, come
ho potuto osservare.
Considero evidente che chi prosegue la lettura su questo blog dopo le
prime righe, senza passare ad altro, sia stato già raggiunto da una forma di
fede religiosa, e questo anche se non arriva a dichiararsi credente o addirittura si dichiara non credente. Del resto, nella fede cristiana, la questione credere/non credere non è cruciale, come
invece pensano che sia coloro che, quando si tratta di temi religiosi, tengono
a precisare di essere non credenti. Sul quotidiano che leggo, scrive un anziano e
molto autorevole giornalista che si dichiara non credente e di orientamento illuminista, quindi critico sulle narrazioni proposte dalle fedi religiose nel soprannaturale, ma che da qualche anno tratta anche di
temi religiosi; egli confessa che su di essi si intrattiene abbastanza spesso anche con un altissimo prelato cattolico, il quale (giustamente a mio parere) non è
per nulla scoraggiato dalla dichiarazione di incredulità del suo interlocutore.
Dunque, per quel giornalista non credente, a differenza di tanti altri nostri contemporanei
molto meno colti di lui non è tempo perso discutere su temi religiosi. Chiunque
abbia lo stesso atteggiamento è già coinvolto nella fede religiosa, senza necessità che io debba cercare di sollecitarlo esplicitamente. Se domanda, tuttavia, devo cercare di articolare una risposta, nei limiti di ciò che mi viene chiesto e indirizzandolo per il resto a chi è più competente ed esercita il ministero della formazione religiosa, perché rendere ragione della propria fede è un dovere religioso per tutti i fedeli.
Quindi, tenendo conto delle sollecitazioni dei lettori, provo ad
articolare qualche pensiero, avvertendo tuttavia che la questione può essere
trattata in molti altri modi, tutti validi, e partendo da altre premesse.
I filosofi del passato hanno cercato di fornire le prove del soprannaturale, in
modo da poter convincere razionalmente della sua esistenza. Non ci sono veramente riusciti. I loro argomenti non
resistono alle obiezioni razionali. Fondamentalmente, le loro spiegazioni si
basano sulla complessità e perfezione della
natura, che fa ipotizzare qualcuno che
l’abbia progettata. Ad esse si può replicare che, ad un’osservazione
realistica, la natura poteva essere fatta meglio, a partire da noi stessi, e
dunque non ci dice del progettista tutto quello che vorremmo sentir dire di un
dio come lo intendiamo. Ad esempio, noi umani, da (più o meno) quadrumani
arboricoli che eravamo alle origini ci siamo evoluti, secondo le prove raccolte
dalla paleoantropologia, in bipedi e questo ci crea, da anziani, problemi alle
anche e alla colonna dorsale. E, comunque, la natura non ci parla di un dio
buono. La natura biologica, in particolare, ci appare travagliata da continui,
intensi e letali conflitti, in cui tutti sembrano mangiare gli altri, dopo
averli fatti a pezzi. Quella fisica è sconquassata da continui cataclismi. Ai
tempi di Galileo Galilei [vissuto tra il Cinquecento e il Seicento, ritenuto
uno dei primi scienziati della natura in senso moderno], bastò l’osservazione
imprevista di una cometa, un elemento accidentale
che si muoveva velocemente per andare non si sapeva dove, per mettere in crisi quegli argomenti basati sulla perfezione del Creato.
Gli scienziati della natura si dichiarano incompetenti sul
soprannaturale, ma sostengono di non averne mai osservato manifestazioni
fisiche, anche solo come tracce di eventi passati. Dal loro punto di vista
questo basta per argomentare che, fino a prova contraria, gli dei non
esistono.
Gli storici, gli
archeologi, gli antropologi, i sociologi concludono che, per quanto le
narrazioni bibliche abbiano spesso agganci con gli eventi storici da loro
studiati e di cui abbiamo tracce, la gran parte di esse non possono definirsi
come storicamente accertate secondo i
criteri seguiti nello studio degli altri fatti umani e delle vite dei grandi
personaggi dell’antichità, ad esempio quella dell’imperatore romano Ottaviano
Augusto, citato nei Vangeli e contemporaneo di Gesù di Nazaret. A quei tempi
erano già state scritte importanti, estese e affidabili narrazioni storiche,
come i racconti delle guerre in cui era stato coinvolto Giulio Cesare, vissuto
nel Primo secolo dell’era antica. Ma sui fatti biblici, fondamentali per la nostra fede religiosa, in genere non ne abbiamo nelle Scritture che riteniamo sacre. Esse non sono sacre in quanto storicamente affidabili, ma perché ci interpellano su questioni ineludibili.
Nonostante tutti gli argomenti che ho
sintetizzato e che dovrebbero scoraggiare dal credere, non solo si è continuato a credere fino ad oggi,
costruendo religioni e imponenti istituzioni sociali per dirigerle e
tramandarle, ma la nostra fede religiosa continua ad attrarre, addirittura anche,
come ho osservato, coloro che dicono di essere non credenti. Perché?
Se ne sono date molte spiegazioni, che fondamentalmente fanno
riferimento al funzionamento della nostra mente, capace di costruire la realtà osservata creando immaginazioni che ad essa si
sovrappongono, e alle dinamiche sociali, per le quali storicamente si è ricorsi
agli dei per dare continuità alle società umane sottomesse ai fenomeni naturali
dell’invecchiamento individuale e del ricambio generazionale e quindi si è
prodotta una pressione sociale per rendere la gente religiosa (le prime
manifestazione giuridiche furono su base religiosa). Ma non sono questi gli
argomenti che mi appaiono più convincenti, tenendo conto che le fedi religiose
(non solo quella cristiana) hanno resistito anche in tempi in cui con molta
determinazione, dal Seicento circa e ancora fino ad oggi, si è cercato di far
luce per smascherare gli inganni o
abbagli cognitivi, in particolare quelli connessi con il soprannaturale.
Nel
libro di Abraham Joshua Heschel (1907-1972), Dio alla ricerca dell’uomo (Una filosofia dell’ebraismo), del 1955,
pubblicato in traduzione italiana dell’editore Borla nel 2006, ho trovato un
ragionamento su quel tema che corrisponde al mio attuale punto di vista e alla
mia esperienza religiosa. E’ un testo di filosofia di difficile lettura, che
richiede un’istruzione universitaria, ma che anche chi ha un diploma di scuola
media superiore può cercare di affrontare. Ho conosciuto il pensiero di Heshel
fin da ragazzo, quando, da liceale, lessi il suo Chi è l’uomo?. Ho trovato quegli scritti molto profondi e il
pensiero dell’autore mi ha molto coinvolto.
Dunque, Heschel sostiene che «la
religione comincia con la meraviglia e con il mistero», ma ha il suo centro nel che cosa fare, in una nostra risposta di fronte al mistero della
nostra esistenza. Ognuno sente di essere chiamato a dare una risposta, non è
come per le questioni scientifiche che possiamo sempre lasciare ad altri.
Scrive Heschel, nel capitolo 10 dell’opera citata, dal titolo “Un interrogativo rivolto a noi” (pag.130
della traduzione in italiano edita da Borla):
«Vi è un’altra differenza fondamentale tra il modo in cui il
problema di Dio si configura nella speculazione e il modo in cui esso si configura nella religione. Nel primo caso si tratta di
un interrogativo su Dio; nel secondo caso di un interrogativo
posto da Dio. Nel primo caso quello che interessa è di
dare una soluzione al problema se esiste Dio e, in caso positivo, scoprire qual
è la sua natura. Nel secondo caso invece ciò che conta è la nostra personale
risposta al problema, che ci si presenta
direttamente nei fatti e negli avvenimenti del mondo e della nostra
esperienza individuale. A differenza delle questioni scientifiche che, se lo
desideriamo, possiamo sempre lasciare ad altri da risolvere, l’interrogativo
ultimo non ci dà requie. Ognuno di noi è chiamato a dare una risposta.
[…]
Pensare
a Dio non significa semplicemente teorizzare o esprimere congetture su
qualcosa che è vano e sconosciuto. Noi non evochiamo il significato di Dio dal
nulla. Non ci troviamo di fronte al vuoto, ma al sublime, alla meraviglia, al
mistero, alla sfida.
Non vi è vera sollecitudine per Dio se manca
il timore ed è soltanto nei momenti di timore che Dio è sentito come problema.
Nei momenti di indifferenza e di presunzione, egli potrà sì essere un concetto,
ma non una sollecitudine, e soltanto un sentimento di sollecitudine può dare
origine al pensiero religioso.
[…]
All’origine della religione non vi è la
sensazione del mistero dell’esistenza o un senso di timore, di meraviglia o di
paura, quanto il problema di che cosa
fare con la sensazione del mistero
dell’esistenza, che cosa fare del timore, la meraviglia o la paura.
[…]
Nonostante il nostro orgoglio, nonostante la
nostra attitudine ad acquisire, noi siamo spinti dalla consapevolezza che qualcosa ci è
richiesto; che ci viene chiesto di meravigliarci, di pensare, di venerare e
vivere in maniera compatibile con la grandiosità e il mistero dell’esistenza.
Ciò che dà origine alla religione non è una
curiosità intellettuale, ma il fatto e l’esperienza di essere chiamati a
rispondere.
[…]
La consapevolezza di essere chiamati a
rispondere può essere repressa facilmente, poiché essa è soltanto un’eco dell’allusione
che è debole e silenziosa. Ma essa non rimarrà per sempre sommessa. Verrà un
giorno in cui diventerà “come il vento impetuoso che eseguisce la sua parola”
(Salmo 148,8).
In verità l’assoluta vacuità del cuore è
intollerabile per l’uomo. Non possiamo continuare a vivere se non sappiamo che
cosa ci viene chiesto».
E su quei temi, in conclusione, faccio mie le parole di Heschel, senza avere null’altro di meglio da aggiungere.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte
Sacro, Valli
