sabato 4 gennaio 2020

Religione e fede nel soprannaturale. Perché continuare a credere?


Religione e  fede nel soprannaturale. Perché continuare a credere?

  Alcuni mi chiedono di scrivere di più di fede e religione, come si fa in altri siti cattolici. Ma, appunto, di questo si scrive meglio altrove, e con più competenza di come potrei fare io. Se riuscirò ad arrivare alla pensione con mente e occhi ancora validi, mi piacerebbe studiare catechetica come fece mia madre a cinquant’anni, e allora poi potrei dare una mano in quel campo, lavorando sui miei coetanei e, in genere, sugli adulti. Sulle questioni sociali, invece,  sono più preparato, confinano con la mia specializzazione professionale.  Su fede e religione so solo quel che mi basta per esserne persuaso. Potrebbe non bastare ad altri. Per altre persone la mia visione delle cose potrebbe addirittura essere controproducente. Un adulto che si dichiara credente  ha raggiunto un suo equilibrio sui fatti religiosi e bisogna essere molto cauti nell'influirvi, anche con le migliori intenzioni. Certi approcci catechistici mi appaiono poco rispettosi dell’integrità della persona umana, in particolare quando si propongono addirittura di destabilizzare  per ricostruire, e li ho molto francamente criticati su questo blog. Però non l’ho fatto su base religiosa,  ma per i devastanti effetti sociali e personali che possono produrre, naturalmente con le migliori intenzioni, come ho potuto osservare.
  Considero evidente che chi prosegue la lettura su questo blog dopo le prime righe, senza passare ad altro, sia stato già raggiunto da una forma di fede religiosa, e questo anche se non arriva a dichiararsi credente o addirittura si dichiara non credente. Del resto, nella fede cristiana, la questione credere/non credere non è cruciale, come invece pensano che sia coloro che, quando si tratta di temi religiosi, tengono a precisare di essere non credenti.  Sul quotidiano che leggo, scrive un anziano e molto autorevole giornalista che si dichiara non credente e di orientamento illuminista, quindi critico sulle narrazioni proposte dalle fedi religiose nel soprannaturale, ma che da qualche anno tratta anche di temi religiosi; egli confessa che su di essi si intrattiene abbastanza spesso anche con un altissimo prelato cattolico, il quale (giustamente a mio parere) non è per nulla scoraggiato dalla dichiarazione di incredulità del suo interlocutore. Dunque, per quel giornalista non credente,  a differenza di tanti altri nostri contemporanei molto meno colti di lui non è tempo perso discutere su temi religiosi. Chiunque abbia lo stesso atteggiamento è già coinvolto nella fede religiosa, senza necessità che io debba cercare di sollecitarlo esplicitamente. Se domanda, tuttavia, devo cercare di articolare una risposta, nei limiti di ciò che mi viene chiesto e indirizzandolo per il resto a chi è più competente ed esercita il ministero della formazione religiosa, perché  rendere ragione  della propria fede è un dovere religioso per tutti i fedeli.
   Quindi, tenendo conto delle sollecitazioni dei lettori, provo ad articolare qualche pensiero, avvertendo tuttavia che la questione può essere trattata in molti altri modi, tutti validi, e partendo da altre premesse.
  I filosofi del passato hanno cercato di fornire le prove  del soprannaturale, in modo da poter convincere razionalmente della sua esistenza. Non ci sono veramente riusciti. I loro argomenti non resistono alle obiezioni razionali. Fondamentalmente, le loro spiegazioni si basano sulla complessità  e perfezione della natura, che fa ipotizzare qualcuno che l’abbia progettata. Ad esse si può replicare che, ad un’osservazione realistica, la natura poteva essere fatta meglio, a partire da noi stessi, e dunque non ci dice del progettista  tutto quello che vorremmo sentir dire di un dio come lo intendiamo. Ad esempio, noi umani, da (più o meno) quadrumani arboricoli che eravamo alle origini ci siamo evoluti, secondo le prove raccolte dalla paleoantropologia, in bipedi e questo ci crea, da anziani, problemi alle anche e alla colonna dorsale. E, comunque, la natura non ci parla di un dio buono. La natura biologica, in particolare, ci appare travagliata da continui, intensi e letali conflitti, in cui tutti sembrano mangiare gli altri, dopo averli fatti a pezzi. Quella fisica è sconquassata da continui cataclismi. Ai tempi di Galileo Galilei [vissuto tra il Cinquecento e il Seicento, ritenuto uno dei primi scienziati della natura in senso moderno], bastò l’osservazione imprevista di una cometa, un elemento accidentale che si muoveva velocemente per andare non si sapeva dove,  per mettere in crisi quegli argomenti basati sulla perfezione del Creato.
  Gli scienziati della natura si dichiarano incompetenti sul soprannaturale, ma sostengono di non averne mai osservato manifestazioni fisiche, anche solo come tracce di eventi passati. Dal loro punto di vista questo basta per argomentare che, fino a prova contraria, gli dei  non esistono.
  Gli storici, gli archeologi, gli antropologi, i sociologi concludono che, per quanto le narrazioni bibliche abbiano spesso agganci con gli eventi storici da loro studiati e di cui abbiamo tracce, la gran parte di esse non possono definirsi come storicamente accertate secondo i criteri seguiti nello studio degli altri fatti umani e delle vite dei grandi personaggi dell’antichità, ad esempio quella dell’imperatore romano Ottaviano Augusto, citato nei Vangeli e contemporaneo di Gesù di Nazaret. A quei tempi erano già state scritte importanti, estese e affidabili narrazioni storiche, come i racconti delle guerre in cui era stato coinvolto Giulio Cesare, vissuto nel Primo secolo dell’era antica. Ma sui fatti biblici, fondamentali per la nostra fede religiosa, in genere non ne abbiamo nelle Scritture che riteniamo sacre. Esse non sono sacre in quanto storicamente affidabili, ma perché ci interpellano su questioni ineludibili. 
 Nonostante tutti gli argomenti che ho sintetizzato e che dovrebbero scoraggiare dal credere, non solo si è continuato a credere fino ad oggi, costruendo religioni e imponenti istituzioni sociali per dirigerle e tramandarle, ma la nostra fede religiosa continua ad attrarre, addirittura anche, come ho osservato, coloro che dicono di essere  non credenti. Perché?
  Se ne sono date molte spiegazioni, che fondamentalmente fanno riferimento al funzionamento della nostra mente, capace di costruire la realtà osservata creando immaginazioni che ad essa si sovrappongono, e alle dinamiche sociali, per le quali storicamente si è ricorsi agli dei per dare continuità alle società umane sottomesse ai fenomeni naturali dell’invecchiamento individuale e del ricambio generazionale e quindi si è prodotta una pressione sociale per rendere la gente religiosa (le prime manifestazione giuridiche furono su base religiosa). Ma non sono questi gli argomenti che mi appaiono più convincenti, tenendo conto che le fedi religiose (non solo quella cristiana) hanno resistito anche in tempi in cui con molta determinazione, dal Seicento circa e ancora fino ad oggi, si è cercato di  far luce  per smascherare gli inganni o abbagli cognitivi, in particolare quelli connessi con il soprannaturale.
  Nel libro di Abraham Joshua Heschel (1907-1972), Dio alla ricerca dell’uomo (Una filosofia dell’ebraismo), del 1955, pubblicato in traduzione italiana dell’editore Borla nel 2006, ho trovato un ragionamento su quel tema che corrisponde al mio attuale punto di vista e alla mia esperienza religiosa. E’ un testo di filosofia di difficile lettura, che richiede un’istruzione universitaria, ma che anche chi ha un diploma di scuola media superiore può cercare di affrontare. Ho conosciuto il pensiero di Heshel fin da ragazzo, quando, da liceale, lessi il suo Chi è l’uomo?. Ho trovato quegli scritti molto profondi e il pensiero dell’autore mi ha molto coinvolto.




  Dunque, Heschel sostiene che «la religione comincia con la meraviglia e con il mistero», ma ha il suo centro nel  che cosa fare, in una nostra risposta di fronte al mistero della nostra esistenza. Ognuno sente  di essere chiamato a dare una risposta, non è come per le questioni scientifiche che possiamo sempre lasciare ad altri.
  Scrive Heschel, nel capitolo 10 dell’opera citata, dal titolo “Un interrogativo rivolto a noi” (pag.130 della traduzione in italiano edita da Borla):
«Vi è un’altra differenza fondamentale tra il modo in cui il problema di Dio si configura nella speculazione e il modo in cui esso si configura  nella religione. Nel primo caso si tratta di un interrogativo su  Dio; nel secondo caso di un interrogativo posto da  Dio. Nel primo caso quello che interessa è di dare una soluzione al problema se esiste Dio e, in caso positivo, scoprire qual è la sua natura. Nel secondo caso invece ciò che conta è la nostra personale risposta al problema, che ci si presenta  direttamente nei fatti e negli avvenimenti del mondo e della nostra esperienza individuale. A differenza delle questioni scientifiche che, se lo desideriamo, possiamo sempre lasciare ad altri da risolvere, l’interrogativo ultimo non ci dà requie. Ognuno di noi è chiamato a dare una risposta.
[…]
 Pensare  a Dio non significa semplicemente teorizzare o esprimere congetture su qualcosa che è vano e sconosciuto. Noi non evochiamo il significato di Dio dal nulla. Non ci troviamo di fronte al vuoto, ma al sublime, alla meraviglia, al mistero, alla sfida.
 Non vi è vera sollecitudine per Dio se manca il timore ed è soltanto nei momenti di timore che Dio è sentito come problema. Nei momenti di indifferenza e di presunzione, egli potrà sì essere un concetto, ma non una sollecitudine, e soltanto un sentimento di sollecitudine può dare origine al pensiero religioso.
[…]
 All’origine della religione non vi è la sensazione del mistero dell’esistenza o un senso di timore, di meraviglia o di paura, quanto il problema di che cosa fare con la sensazione  del mistero dell’esistenza, che cosa fare del timore, la meraviglia o la paura.
[…]
 Nonostante il nostro orgoglio, nonostante la nostra attitudine ad acquisire, noi siamo spinti  dalla consapevolezza che qualcosa ci è richiesto; che ci viene chiesto di meravigliarci, di pensare, di venerare e vivere in maniera compatibile con la grandiosità e il mistero dell’esistenza.
 Ciò che dà origine alla religione non è una curiosità intellettuale, ma il fatto e l’esperienza di essere chiamati a rispondere.
[…]
 La consapevolezza di essere chiamati a rispondere può essere repressa facilmente, poiché essa è soltanto un’eco dell’allusione che è debole e silenziosa. Ma essa non rimarrà per sempre sommessa. Verrà un giorno in cui diventerà “come il vento impetuoso che eseguisce la sua parola” (Salmo 148,8).
 In verità l’assoluta vacuità del cuore è intollerabile per l’uomo. Non possiamo continuare a vivere se non sappiamo che cosa ci viene chiesto».
   E su quei temi, in conclusione, faccio mie le parole di Heschel, senza avere null’altro di meglio  da aggiungere.
  Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli