Il vangelo di ognuno di noi per gli
altri intorno
La seconda domenica dopo Natale
quest’anno cade a ridosso della solennità dell’Epifania ed è come se la
rafforzasse e chiamasse a capirla meglio. L'Epifania è il frutto di un’antica
teologia, di una riflessione sui fatti e sulla fede delle origini.
C’è chi, mostrandosi un po’
saccente, ne tratta con una certa superficialità, come una delle varie
narrazioni su "dei" nati in mezzo agli esseri
umani e ci sorride sopra, pensando di aver superato, in tutti i sensi,
l’età, quella primitiva dell’umanità e quella dell’infanzia personale, in cui
ancora si possono credere certe cose. O chi si limita a
strumentalizzarla, come coloro che brandiscono in giro presepi da
combattimento, come elementi di una tradizione culturale escludente da usare al modo di corpi contundenti contro gente di altre culture giunte in mezzo a noi.
Com’è, però, che tanti sapienti,
del passato ma anche nostri contemporanei, l’hanno presa e la prendono
ancora tanto sul serio? Chi condivide il loro atteggiamento deve rendere
ragione di questo. Da dove cominciare, però? La teologia
sull’Epifania, che significa manifestazione, dal greco antico, che
faceva ἐπιϕάνεια translitterato
in caratteri latini in epifàneia che suona, a parte l’accento
sulla terz’ultima sillaba, quasi come la parola italiana, è infatti molto
complessa perché è un capitolo del trattato sull'Incarnazione, il
mistero che è alla base della fede cristiana.
Possiamo
cominciare proprio dal presepe allestito per la prima
volta, come si narra, da Francesco d’Assisi a Greccio, nella Sabina, nel
1223. Non era fatto con pupazzi, ma da persone viventi.
Quel presepe vivente rendeva evidente, quindi senza necessità di complicate spiegazioni, il significato teologico dell’Incarnazione sintetizzato nell'espressione “s’è fatto come noi”. Gesù fu veramente uno di noi, non soltanto si rivesti delle nostre sembianze. Nacque infante, crebbe come gli esseri umani crescono, divenuto adulto iniziò a risanare e a insegnare il suo vangelo, e, infine, morì giustiziato, a Gerusalemme, per ordine del Procuratore romano di Giudea, Ponzio Pilato, su istigazione dei capi dei sacerdoti ebraici del Tempio che nei giorni precedenti aveva frequentato e di una turba che gli era ostile (a differenza della folla che al suo ingresso in città lo aveva acclamato; a dimostrazione di diversi movimenti di opinione a sfondo religioso nell'ebraismo di allora in quei posti); morì come uno di noi, per noi disse, tra altri due come noi, ai quali venne inflitto il medesimo supplizio. E tuttavia la nostra fede riconosce in lui anche il Fondamento, il Figlio divino del Creatore, l’Artefice e, quindi, espresso in parole più semplici, il senso e il fine della Creazione, e per noi la Via, la Verità e la Vita: « Gesù gli disse: — Io sono la via, io sono la verità e la vita. Solo per mezzo di me si va al Padre. Se mi conoscete, conoscerete anche il Padre, anzi, già lo conoscete e lo avete veduto.» [dal Vangelo secondo Giovanni 14, 6-7]. Lo conosciamo perché egli si è manifestato, e ci si continua a manifestare, e, come ci ha detto, rimarrà sempre con noi, tutti i giorni, fino alla fine del mondo.
La sua Resurrezione dalla morte, che fu testimoniata dai discepoli delle origini e che a partire da loro fu tramandata di generazione in generazione fino a noi, ci aprì la porta del Cielo, perché s'era fatto come noi. Riconoscere nell'uomo Gesù il Figlio, la via e la porta del Cielo è la sua Epifania per noi.
L’Epifania del Signore, così, si rinnova nella vita personale di ognuno di noi, e per ogni nostra collettività di generazione in generazione, quando si comprende il senso religioso di quel “s’è fatto come noi”. Gesù è il vangelo: «In principio, c’era colui che è “la Parola”. Egli era con Dio, Egli era Dio. Egli era al principio con Dio. Per mezzo di lui Dio ha creato ogni cosa. Senza di lui non ha creato nulla. Egli era la vita e la vita era luce per gli uomini. Quella luce risplende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta.» [dal Vangelo secondo Giovanni, 1, 1-5]. Quel risplendere è la sua Epifania. Questa convinzione di fede distingue il cristiano da chi, ad esempio, è convinto che “ci sia qualcosa lassù”, ma non pensa ancora di potergli dare un nome o gli dà un altro nome. Ma la pratica del vangelo è comunque alla portata di ogni essere umano, proprio per quel “s’è fatto come noi”, anche se il praticante non è stato ancora raggiunto dalla predicazione esplicita o non ne è ancora convinto, e quindi non ha fatto esperienza personale di Epifania. Ciascuno, così, ha in sé, per come si manifesta agli altri, un suo vangelo e gli altri, incontrandolo, ne hanno l’epifania. Ma può diventare anche la loro rovina, ad esempio infierendo verso avversari e nemici, quindi agendo come le fiere, vale a dire le belve, manifestando un anti-vangelo, da malvagio. L’Epifania del vangelo cristiano, che è anche epifania della persona cristiana, si ha quando ci si comporta verso gli altri secondo l’idea di paternità universale e quindi di fratellanza universale che sono sempre implicate in quel "s’è fatto come noi" cristiano dell’Incarnazione, per la quale, tutti, nessuno escluso, si è figli di un unico Padre, che è Padre nostro. E, insomma, i cristiani, al loro meglio, dovrebbero essere l’Epifania del vangelo di Gesù, rinnovata in loro, davanti al mondo e per la salvezza del mondo di generazione in generazione, oltre ogni frontiera che divide e per ogni cultura umana. Il vangelo cristiano, osservò l'induista Mohandas Karamchand Gandhi, detto Mahatma cioè grande anima, ha un suo profumo, come la rosa, per cui può essere riconosciuto, apprezzato e praticato anche se non si è ancora acculturati ad una dottrina, perché è prima di tutto una prassi di misericordia verso gli altri, fino all'offerta della vita, seguendo l'esempio del Maestro e affidando a lui la propria vita.
Ha insegnato papa Francesco:
Quel presepe vivente rendeva evidente, quindi senza necessità di complicate spiegazioni, il significato teologico dell’Incarnazione sintetizzato nell'espressione “s’è fatto come noi”. Gesù fu veramente uno di noi, non soltanto si rivesti delle nostre sembianze. Nacque infante, crebbe come gli esseri umani crescono, divenuto adulto iniziò a risanare e a insegnare il suo vangelo, e, infine, morì giustiziato, a Gerusalemme, per ordine del Procuratore romano di Giudea, Ponzio Pilato, su istigazione dei capi dei sacerdoti ebraici del Tempio che nei giorni precedenti aveva frequentato e di una turba che gli era ostile (a differenza della folla che al suo ingresso in città lo aveva acclamato; a dimostrazione di diversi movimenti di opinione a sfondo religioso nell'ebraismo di allora in quei posti); morì come uno di noi, per noi disse, tra altri due come noi, ai quali venne inflitto il medesimo supplizio. E tuttavia la nostra fede riconosce in lui anche il Fondamento, il Figlio divino del Creatore, l’Artefice e, quindi, espresso in parole più semplici, il senso e il fine della Creazione, e per noi la Via, la Verità e la Vita: « Gesù gli disse: — Io sono la via, io sono la verità e la vita. Solo per mezzo di me si va al Padre. Se mi conoscete, conoscerete anche il Padre, anzi, già lo conoscete e lo avete veduto.» [dal Vangelo secondo Giovanni 14, 6-7]. Lo conosciamo perché egli si è manifestato, e ci si continua a manifestare, e, come ci ha detto, rimarrà sempre con noi, tutti i giorni, fino alla fine del mondo.
La sua Resurrezione dalla morte, che fu testimoniata dai discepoli delle origini e che a partire da loro fu tramandata di generazione in generazione fino a noi, ci aprì la porta del Cielo, perché s'era fatto come noi. Riconoscere nell'uomo Gesù il Figlio, la via e la porta del Cielo è la sua Epifania per noi.
L’Epifania del Signore, così, si rinnova nella vita personale di ognuno di noi, e per ogni nostra collettività di generazione in generazione, quando si comprende il senso religioso di quel “s’è fatto come noi”. Gesù è il vangelo: «In principio, c’era colui che è “la Parola”. Egli era con Dio, Egli era Dio. Egli era al principio con Dio. Per mezzo di lui Dio ha creato ogni cosa. Senza di lui non ha creato nulla. Egli era la vita e la vita era luce per gli uomini. Quella luce risplende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta.» [dal Vangelo secondo Giovanni, 1, 1-5]. Quel risplendere è la sua Epifania. Questa convinzione di fede distingue il cristiano da chi, ad esempio, è convinto che “ci sia qualcosa lassù”, ma non pensa ancora di potergli dare un nome o gli dà un altro nome. Ma la pratica del vangelo è comunque alla portata di ogni essere umano, proprio per quel “s’è fatto come noi”, anche se il praticante non è stato ancora raggiunto dalla predicazione esplicita o non ne è ancora convinto, e quindi non ha fatto esperienza personale di Epifania. Ciascuno, così, ha in sé, per come si manifesta agli altri, un suo vangelo e gli altri, incontrandolo, ne hanno l’epifania. Ma può diventare anche la loro rovina, ad esempio infierendo verso avversari e nemici, quindi agendo come le fiere, vale a dire le belve, manifestando un anti-vangelo, da malvagio. L’Epifania del vangelo cristiano, che è anche epifania della persona cristiana, si ha quando ci si comporta verso gli altri secondo l’idea di paternità universale e quindi di fratellanza universale che sono sempre implicate in quel "s’è fatto come noi" cristiano dell’Incarnazione, per la quale, tutti, nessuno escluso, si è figli di un unico Padre, che è Padre nostro. E, insomma, i cristiani, al loro meglio, dovrebbero essere l’Epifania del vangelo di Gesù, rinnovata in loro, davanti al mondo e per la salvezza del mondo di generazione in generazione, oltre ogni frontiera che divide e per ogni cultura umana. Il vangelo cristiano, osservò l'induista Mohandas Karamchand Gandhi, detto Mahatma cioè grande anima, ha un suo profumo, come la rosa, per cui può essere riconosciuto, apprezzato e praticato anche se non si è ancora acculturati ad una dottrina, perché è prima di tutto una prassi di misericordia verso gli altri, fino all'offerta della vita, seguendo l'esempio del Maestro e affidando a lui la propria vita.
Ha insegnato papa Francesco:
«Il discepolo sa offrire la vita intera
e giocarla fino al martirio come testimonianza di Gesù Cristo, però il suo
sogno non è riempirsi di nemici, ma piuttosto che la Parola venga accolta e
manifesti la sua potenza liberatrice e rinnovatrice.
Il Vangelo invita prima di tutto a
rispondere al Dio che ci ama e che ci salva, riconoscendolo negli altri e
uscendo da sé stessi per cercare il bene di tutti. Quest’invito non va oscurato
in nessuna circostanza! Tutte le virtù sono al servizio di questa risposta di
amore. Se tale invito non risplende con forza e attrattiva, l’edificio morale
della Chiesa corre il rischio di diventare un castello di carte, e questo è il
nostro peggior pericolo. Poiché allora non sarà propriamente il Vangelo ciò che
si annuncia, ma alcuni accenti dottrinali o morali che procedono da determinate
opzioni ideologiche. Il messaggio correrà il rischio di perdere la sua
freschezza e di non avere più “il profumo del Vangelo”.»
[da Evangelii Gaudium (=la
gioia del Vangelo) - Esortazione apostolica di Papa Francesco - 24 novembre
2013 - n.24 e 39]
Dio s’è fatto come noi
(Gino Stefani - Marcello Giombini)
Dio s’è fatto come noi,
per farci come lui.
per farci come lui.
Rit. Vieni, Gesù, resta con noi!
Resta con noi!
Resta con noi!
Vieni dal grembo d’una donna,
la Vergine Maria.
Rit.
la Vergine Maria.
Rit.
Tutta la storia lo aspettava:
il nostro Salvatore.
Rit.
il nostro Salvatore.
Rit.
Egli era un uomo come noi,
e ci ha chiamato amici.
Rit.
e ci ha chiamato amici.
Rit.
Egli ci ha dato la sua vita,
insieme a questo pane.
Rit.
insieme a questo pane.
Rit.
Noi, che mangiamo questo pane,
saremo tutti amici.
Rit.
saremo tutti amici.
Rit.
Noi, che crediamo nel suo amore,
vedremo la sua gloria.
Rit.
vedremo la sua gloria.
Rit.
Vieni, Signore, in mezzo a noi:
resta con noi per sempre.
resta con noi per sempre.
