domenica 5 gennaio 2020

Il vangelo di ognuno di noi per gli altri intorno

Il vangelo di ognuno di noi per gli altri intorno

  La seconda domenica dopo Natale quest’anno cade a ridosso della solennità dell’Epifania ed è come se la rafforzasse e chiamasse a capirla meglio. L'Epifania è il frutto di un’antica teologia, di una riflessione sui fatti e sulla fede delle origini.
  C’è chi, mostrandosi un po’ saccente, ne tratta con una certa superficialità, come una delle varie narrazioni su "deinati  in mezzo agli esseri umani  e ci sorride sopra, pensando di aver superato, in tutti i sensi, l’età, quella primitiva dell’umanità e quella dell’infanzia personale, in cui ancora si possono credere  certe cose. O chi si limita a strumentalizzarla, come coloro che brandiscono in giro presepi da combattimento, come elementi di una tradizione culturale escludente da usare al modo di corpi contundenti contro gente di altre culture giunte in mezzo a noi.
  Com’è, però, che tanti sapienti, del passato ma anche nostri contemporanei, l’hanno presa e la  prendono ancora tanto sul serio? Chi condivide il loro atteggiamento deve  rendere ragione  di questo. Da dove cominciare, però?  La teologia sull’Epifania, che significa manifestazione, dal greco antico, che faceva ἐπιϕάνεια translitterato in caratteri latini in epifàneia che suona, a parte l’accento sulla terz’ultima sillaba, quasi come la parola italiana, è infatti molto complessa perché è un capitolo del trattato sull'Incarnazione, il mistero che è alla base della fede cristiana.
  Possiamo cominciare proprio dal presepe  allestito per la prima volta, come si narra, da Francesco d’Assisi a Greccio, nella Sabina,  nel 1223. Non era fatto con pupazzi, ma da persone viventi.
  Quel presepe vivente rendeva evidente, quindi senza necessità di complicate spiegazioni, il significato teologico dell’Incarnazione  sintetizzato nell'espressione “s’è fatto come noi”.  Gesù fu  veramente  uno di noi, non soltanto si rivesti delle nostre sembianze. Nacque infante, crebbe come gli esseri umani crescono, divenuto adulto iniziò a risanare e a insegnare il suo vangelo, e, infine, morì giustiziato, a Gerusalemme, per ordine del Procuratore romano di Giudea, Ponzio Pilato, su istigazione dei capi dei sacerdoti ebraici del Tempio che nei giorni precedenti aveva frequentato e di una turba che gli era ostile (a differenza della folla che al suo ingresso in città lo aveva acclamato; a dimostrazione di diversi movimenti di opinione a sfondo religioso nell'ebraismo di allora in quei posti); morì come uno di noi, per noi  disse, tra altri due come noi, ai quali venne inflitto il medesimo supplizio. E tuttavia la nostra fede riconosce in lui anche il Fondamento, il Figlio divino del Creatore, l’Artefice e, quindi, espresso in parole più semplici,  il senso e il fine della Creazione, e per noi la Via, la Verità e la Vita: « Gesù gli disse: — Io sono la via, io sono la verità e la vita. Solo per mezzo di me si va al Padre. Se mi conoscete, conoscerete anche il Padre, anzi, già lo conoscete  e lo avete veduto.» [dal Vangelo secondo Giovanni 14, 6-7]. Lo conosciamo perché egli si è manifestato,  e ci si continua a manifestare, e, come ci ha detto, rimarrà sempre con noi, tutti i giorni, fino alla fine del mondo.
  La sua Resurrezione dalla morte, che fu testimoniata dai discepoli delle origini e che a partire da loro fu tramandata di generazione in generazione fino a noi, ci aprì la porta del Cielo, perché s'era fatto come noi. Riconoscere nell'uomo Gesù il Figlio, la via e la porta del Cielo è la sua Epifania per noi.
    L’Epifania del Signore, così,  si rinnova nella vita personale di ognuno di noi, e per ogni nostra collettività di generazione in generazione, quando si comprende il senso religioso di quel “s’è fatto come noi”. Gesù è  il vangelo: «In principio, c’era colui che è “la Parola”. Egli era con Dio, Egli era Dio. Egli era al principio con Dio. Per mezzo di lui Dio ha creato ogni cosa. Senza di lui non ha creato nulla.  Egli era la vita e la vita era luce per gli uomini.  Quella luce risplende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta.» [dal Vangelo secondo Giovanni, 1, 1-5]. Quel risplendere  è la sua Epifania. Questa convinzione di fede distingue il cristiano da chi, ad esempio, è convinto che  “ci sia qualcosa lassù”, ma non pensa ancora di potergli dare un nome o gli dà un altro nome. Ma la pratica del vangelo è comunque alla portata di ogni essere umano, proprio per quel “s’è fatto come noi”, anche se il praticante  non è stato ancora raggiunto dalla predicazione esplicita  o non ne è ancora convinto, e quindi non ha fatto esperienza personale di Epifania. Ciascuno, così, ha in sé, per come si manifesta agli altri, un suo vangelo e gli altri, incontrandolo, ne hanno l’epifania. Ma può diventare anche la loro rovina, ad esempio infierendo verso avversari e nemici, quindi agendo come le fiere, vale a dire le belve, manifestando un anti-vangelo, da malvagio. L’Epifania del vangelo cristiano, che è anche epifania della persona cristiana, si ha quando ci si comporta verso gli altri secondo l’idea di paternità universale  e quindi di fratellanza universale  che sono sempre implicate in quel  "s’è fatto come noi" cristiano dell’Incarnazione, per la quale, tutti, nessuno escluso, si è figli  di un unico Padre, che è Padre nostro. E, insomma, i cristiani, al loro meglio, dovrebbero essere l’Epifania  del vangelo di Gesù, rinnovata in loro, davanti al mondo e per la salvezza del  mondo di generazione in generazione, oltre ogni frontiera che divide e per ogni cultura umana. Il vangelo cristiano, osservò l'induista Mohandas Karamchand Gandhi, detto  Mahatma cioè grande anima, ha un suo profumo, come la rosa, per cui può essere riconosciuto, apprezzato e praticato anche se non si è ancora acculturati ad una dottrina, perché è prima di tutto una prassi di misericordia verso gli altri, fino all'offerta della vita, seguendo l'esempio del Maestro e affidando a lui la propria vita.
 Ha insegnato papa Francesco:

«Il discepolo sa offrire la vita intera e giocarla fino al martirio come testimonianza di Gesù Cristo, però il suo sogno non è riempirsi di nemici, ma piuttosto che la Parola venga accolta e manifesti la sua potenza liberatrice e rinnovatrice.
 Il Vangelo invita prima di tutto a rispondere al Dio che ci ama e che ci salva, riconoscendolo negli altri e uscendo da sé stessi per cercare il bene di tutti. Quest’invito non va oscurato in nessuna circostanza! Tutte le virtù sono al servizio di questa risposta di amore. Se tale invito non risplende con forza e attrattiva, l’edificio morale della Chiesa corre il rischio di diventare un castello di carte, e questo è il nostro peggior pericolo. Poiché allora non sarà propriamente il Vangelo ciò che si annuncia, ma alcuni accenti dottrinali o morali che procedono da determinate opzioni ideologiche. Il messaggio correrà il rischio di perdere la sua freschezza e di non avere più “il profumo del Vangelo”.»

[da Evangelii Gaudium (=la gioia del Vangelo) - Esortazione apostolica di Papa Francesco - 24 novembre 2013 - n.24 e 39]

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


https://www.youtube.com/watch?v=Qclw-Wq_lQ8

Dio s’è fatto come noi
(Gino Stefani - Marcello Giombini)

Dio s’è fatto come noi,
per farci come lui.
Rit. Vieni, Gesù, resta con noi!
Resta con noi!
Vieni dal grembo d’una donna,
la Vergine Maria.
Rit.
Tutta la storia lo aspettava:
il nostro Salvatore.
Rit.
Egli era un uomo come noi,
e ci ha chiamato amici.
Rit.
Egli ci ha dato la sua vita,
insieme a questo pane.
Rit.
Noi, che mangiamo questo pane,
saremo tutti amici.
Rit.
Noi, che crediamo nel suo amore,
vedremo la sua gloria.
Rit.

Vieni, Signore, in mezzo a noi:
resta con noi per sempre.