Giudizio
universale - resoconto della riunione del gruppo parrocchiale di AC del 7 gennaio 2020 su quel tema
Nella riunione del gruppo parrocchiale di AC,
proseguendo un itinerario di approfondimento culturale e spirituale, abbiamo
discusso di Giudizio universale. E’
quello ci sarà alla fine dei tempi, diverso da quello particolare che avremo dopo
la nostra personale fine terrena. Risorgeremo, tutti, allora. E ci incontreremo tutti. Ai tempi nostri è su questo, sull'incontro universale, che si preferisce porre l’accento,
una volta invece prevaleva l’aspetto del giudizio
e quindi della separazione dei dannati. Su come la cosa avverrà si è
abbondantemente impiegata l’immaginazione, fin dai tempi antichi, ma in realtà,
per quanto si sia cercato di figurarsela il risultato non convince del tutto.
Ad esempio c’è l’immagine, orrenda sotto certi profili e in certi particolari,
che nel Cinquecento ce ne ha data Michelangelo Buonarroti nel grande affresco,
del Giudizio Universale appunto,
nella Cappella Sistina, nei palazzi
Vaticani qui a Roma, sul quale abbiamo proiettato un filmato illustrativo.
Personalmente ho sempre sperato che tutto vada in modo diverso da quel carnaio.
Come in ogni cosa della nostra fede, meglio
non pretendere troppo, meglio guardare tutto dalla giusta distanza, non troppo
da vicino. Il soprannaturale rivestito del naturale finisce sempre per
deludere. Come consigliarono diversi maestri di mistica, meglio in definitiva tenere a freno
la fantasia.
In un altro filmato ci è stato detto che certe
narrazioni di quel grandioso e definitivo Giudizio
vanno considerate come parabole, non
come esposizione di quello che effettivamente accadrà. In particolare si è
fatto riferimento a questo brano del Vangelo secondo Matteo [Mt 25, 31-44],
considerata un’apocalisse, una
rivelazione della fine dei tempi:
«Quando il Figlio dell’uomo verrà nel suo
splendore, insieme con gli angeli, si siederà sul suo trono
glorioso. Tutti i popoli della terra saranno riuniti di fronte a lui
ed egli li separerà in due gruppi, come fa il pastore quando separa le pecore
dalle capre: metterà i giusti da una parte e i malvagi dall’altra. Allora
il re dirà ai giusti: — Venite, voi che siete i benedetti dal Padre mio;
entrate nel regno che è stato preparato per voi fin dalla creazione del
mondo. Perché, io ho avuto fame e voi mi avete dato da mangiare, ho
avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato nella
vostra casa; ero nudo e mi avete dato i vestiti; ero malato e siete
venuti a curarmi; ero in prigione e siete venuti a trovarmi.- E i
giusti diranno: — Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo
dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti
abbiamo incontrato forestiero e ti abbiamo ospitato nella nostra casa, o nudo e
ti abbiamo dato i vestiti? Quando ti abbiamo visto malato o in
prigione e siamo venuti a trovarti?- Il re risponderà: — In verità,
vi dico: tutte le volte che avete fatto ciò a uno dei più piccoli di questi
miei fratelli, lo avete fatto a me!- Poi dirà ai malvagi: — Andate
via da me, maledetti, nel fuoco eterno che Dio ha preparato per il *diavolo e
per i suoi servi! Perché, io ho avuto fame e voi non mi avete dato
da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero
forestiero e non mi avete ospitato nella vostra casa; ero nudo e non mi avete
dato i vestiti; ero malato e in prigione e voi non siete venuti a trovarmi.- E
anche quelli diranno: — Quando ti abbiamo visto affamato, assetato, forestiero,
nudo, malato o in prigione e non ti abbiamo aiutato?- Allora il re
risponderà: — In verità, vi dico: tutto quel che non avete fatto a uno di
questi piccoli, non l’avete fatto a me.- E questi andranno nella punizione
eterna mentre i giusti andranno nella vita eterna».
[Traduz.interconfess. ABU LDC]
[Traduz.interconfess. ABU LDC]
In realtà, si è fatto notare nel filmato,
quelli che nella narrazione fanno una brutta fine probabilmente nella loro vita avevano compiuto atti di altruismo, ad esempio nei confronti di familiari e
amici, ma non avevano fatto tutto ciò che dovevano di fronte al bisogno altrui.
Non è un po’ quello che accade a ciascuno di noi? Riflettendoci bene non è
consolante. Si spera, noi tutti, nella misericordia divina. Ma, noi, siamo poi
capaci, almeno, di un po’ di misericordia? Su questo bisognerebbe esercitarsi
molto.
L’assistente ecclesiastico ci ha chiesto che
cosa abbiamo pensato quando per la prima volta ci parlarono del Giudizio universale. Una signora ha
confessato da bambina che fu preoccupata di come si sarebbe vestita per quella
grande occasione. Michelangelo non lo considerò un grosso problema, come
possiamo constatare ammirando il suo affresco qui sopra. A questo punto è
saltato fuori un problema proprio sulla misericordia. Eh, ma non si andrà
troppo in là? «E se mi trovassi, in Paradiso, Adolf Hitler, non so… ». Un’altra socia ha replicato che lei,
trovandosi in Paradiso, dico in Paradiso!,
salva!, per un’eternità beata, non si sarebbe fatta tanti problemi di chi
c’era con lei. Però, però, Hitler!...si
è continuato a obiettare. Mi è venuto di pensare che l’onniscienza divina
avrebbe preveduto il problema e, vista la contestazione della sua infinita bontà, tutto
sommato un peccato, ma forse senza neanche che l’obiettante ne avesse
chiara consapevolezza, avrebbe potuto forse provvedere prescrivendo un po’ di Purgatorio, perché, insomma, la
misericordia è legge, anche se quella del Cielo può superare la nostra umana capacità di comprensione.
Ma la dannazione eterna…, come si concilia con
la bontà divina? E’ un argomento su cui
molti sapienti hanno ragionato, ad esempio il grande filosofo Emanuele Severino
[come nel saggio Téchne, le radici della
violenza, 1979, attualmente disponibile in edizione BUR Rizzoli. Alcuni
passi accessibili a noi non filosofi (l’autore scrive anche molto difficile)
sono leggibili su
https://books.google.it/books?id=-05s8Y6Tf6AC&pg=PT184&lpg=PT184&dq=emanuele+severino+dannazione+eterna&source=bl&ots=vsXY2Y8rqU&sig=ACfU3U00Fi348Mk5YWkLhtPEu7m2
e
sul quale la Chiesa cattolica si è mostrata sempre poco comprensiva, diciamo
così, con chi insisteva nel dubitare.
Oggi si spiega che, in realtà, andrà alla dannazione eterna chi avrà deciso di
andarci. Ma chi deciderebbe, poi, di andarci, sapendo quello che fa e che
rischia? Insomma, si vedrà… ora cerchiamo almeno di vivere bene, misericordiosi
meglio che si può, in modo da sperare nella misericordia divina, alla fine
(come recitiamo del Padre nostro: rimetti ai noi i nostri debiti, come noi li
rimettiamo ai nostri debitori).
Dopo la parte teologica, trattata da competenti nel ramo, mi è stato chiesto di spiegare l’amministrazione della giustizia nella nostra società e le relazioni con quel Giudizio soprannaturale.
Dopo la parte teologica, trattata da competenti nel ramo, mi è stato chiesto di spiegare l’amministrazione della giustizia nella nostra società e le relazioni con quel Giudizio soprannaturale.
La materia più affine è quella del ramo penale.
La prima differenza è che, tra noi, il giudice non sa come sono andate le cose, cerca di scoprirlo, innanzi tutto sentendo
testimoni e l’indiziato. La giustizia viene amministrata con una procedura che serve a questo. I processi di Gesù davanti
alle autorità ebraiche e davanti al Procuratore Pilato contengono, ad
esempio, quegli elementi. Nella rappresentazione
del Giudizio finale fatta dal
Maestro, come narrato nel brano evangelico sopra citato, non c’è processo, il
giudice sa e si passa subito all’esecuzione della sentenza.
Le obiezioni degli interessati (anche di quelli mandati in Paradiso!) dal punto
di vista del nostro processo penale possono essere considerate incidenti di esecuzione, che è quando,
nell’esecuzione di una condanna penale, si fa questione sul titolo esecutivo, su come la si debba
eseguire.
Nel campo giuridico non si pensa che le
persone siano realmente libere, come suppone la
teologia. Del resto le scienze cognitive contemporanee ci dicono proprio il
contrario. E’ comunque regola di esperienza che si possa influire sulle
decisioni delle persone prospettando delle conseguenze da loro temute, ecco
perché al crimine si fa conseguire una pena. In questo modo si può riuscire a mantenere l'ordine sociale secondo valori che storicamente sono molto mutati nel tempo e nei luoghi (questo è, in genere, il solo fine dei sistemi giudiziari, non di sistemare le persone definitivamente tra i salvati o i dannati a seconda dei loro meriti). Fino all’inizio del Novecento la
pena era concepita come una sofferenza più o meno grave, o addirittura come la
privazione della vita. Fin dall’antichità, dal cosiddetto codice di Hammurabi, re
babilonese vissuto circa 3.700 anni fa, si è considerata ragionevole una certa
proporzione tra crimine e pena. Nel Giudizio
universale, come ce lo rappresentiamo, essa manca. Ad una colpa finita
corrisponde una pena infinita. Si replica da parte dei teologi che è perché si
è rifiutato deliberatamente l’amore infinito.
Nei secoli passati si è pensato di riuscire a
contenere il crimine con pene orrende, ad esempio ardendo vivi i condannati. La
nostra Chiesa a lungo non vi ha trovato nulla da obiettare. Con l’Illuminismo
europeo, quindi dal Settecento, si è
cominciato a obiettare sull’irragionevolezza di questo modo di pensare, anche
perché alla crudeltà delle pene non corrispondeva una diminuzione dei crimini.
Studiando la psicologia umana si è visto che si può influire su di essa, le
persone possono cambiare e, se sono cambiate, perché continuare ad farle
soffrire? Il sistema penitenziario è quindi evoluto dalla segregazione totale, a cui a
volte si aggiungevano altri supplizi, un po’ al modo di come è rappresentato
nella Commedia di Dante Alighieri, che illustra il modo di
pensare del Trecento italiano, ad esempio deportazione
o lavori forzati, mutilazioni e marchi a fuoco sulla pelle, a quello basato su un trattamento diretto al
recupero sociale e alla rieducazione del condannato mediante appositi interventi, che
richiedono di essere attuati in un contesto umanitario.
I principi fondamentali della necessità di un
giusto
processo per irrogare pene criminali
e delle pene che non possono consistere in trattamenti contrari al senso di
umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato sono contenuti negli
articoli 24, 25, 27 e 111 della nostra Costituzione. Essi corrispondono anche a principi di civiltà
contenuti in vari Trattati internazionali a cui aderisce la Repubblica
italiana. La loro interpretazione è in continua evoluzione ad opera della
giurisprudenza, in particolare di quella della Corte di Cassazione, il giudice
italiano supremo, della Corte Costituzionale, il giudice delle leggi, della Corte Europea dei Diritti
dell’Uomo e della Corte di Giustizia dell’Unione
Europea, giudici delle leggi e degli stati ad un livello più elevato. Nell’Unione Europea nessuno dovrebbe essere sottoposto a trattamenti
degradanti in esecuzione di pena, nessuno
dovrebbe marcire in carcere. Le sofferenze carcerarie indebite fanno
sorgere, a norma della legge italiana, il diritto a risarcimenti in termini di
riduzione di pena e pecuniari, questi ultimi molto onerosi.
L’esigenza dell’umanità dei trattamenti
corrisponde anche ad esigenze evangeliche. Non leggiamo forse, nel brano evangelico sopra trascritto,
«ero
in prigione e siete venuti a trovarmi»? Ma è anche il principio supremo di ragionevolezza, desunto dal principio di eguaglianza, che è stato molto utilizzato
nell'interpretare le norme su processo e pene, anche per annullarle o
disapplicare quelle irrimediabilmente corrotte sotto quel profilo. Nelle civiltà democratiche anche i legislatori incontrano limiti nei principi umanitari fondamentali.
Nel processo e nell’esecuzione di pena ogni
potere pubblico implicato incontra importanti limiti di legge. Non è più
ammessa la pena di morte e anche l’ergastolo, la detenzione senza limite, è
stato mitigato in relazione ai progressi del condannato durante l’esecuzione
della pena, con possibilità di una liberazione, e si discute anche della sua
abolizione. Queste pene vengono considerate disumane e contrarie al principio
costituzionale delle finalità rieducative del condannato. Nel Giudizio
universale, come ci viene presentato
dalla dottrina, la dannazione è invece definitiva, e, naturalmente, ciascuno di noi
spera di scampare almeno a quella, dal momento che non è alla portata degli
esseri umani sottrarsi per sempre alla sofferenza, che si sia peccato o non.
Confidare nella misericordia è, del resto, profondamente umano: però si raggiunge la
saggezza quando si è anche capaci di implorarla a vantaggio degli
altri non solo di se stessi, come si racconta che fece Abramo con Sodoma, la quale poi però ricevette il fuoco dal cielo e fu annientata. Come tante altre città, e anche Roma nell'ultima guerra mondiale, che
storicamente subirono dai nemici trattamenti analoghi, pur abitate da tante
persone sicuramente innocenti. E ancora ai tempi nostri ci si fa lecito, tra noi umani,
di fare strage facendo piovere fiamme dall’alto, contendendo quel potere
al Cielo utilizzando strumenti di distruzione potentissimi come i missili, lanciati da aerei, elicotteri, droni o da terra, anche da distanze enormi, addirittura transcontinentali. Sono cose che al nostro animo religioso (ora) ripugnano e che la (attuale) dottrina sociale cattolica condanna senza riserve in nome del vangelo.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.
