Sulle ali della
colomba - elogio della fuga
Pubblico una mia trascrizione di una
predicazione del pastore valdese Luca Baratto, andata in onda il 13 ottobre
2019, su Radio Rai 1, durante la trasmissione Culto evangelico. Mi ha profondamente colpito per la sua saggezza,
in particolare con riferimento alla psicologia e condizione del malato grave,
che conosco bene.
A volte interpretiamo l’ecumenismo più che altro come un ascoltare solo chi
ci viene incontro e mostra di concordare in qualcosa, sperando poi di poterlo
assimilare. Invece credo che lo spirito giusto sia quello di ascoltare, puramente e semplicemente,
cercando di rimanere amici. Perché, quando si rimane amici, non c’è più separazione, il comandamento
dell’unità è adempiuto senza che occorra che qualcuno si lasci assimilare da
qualcun altro, e questo anche se d’abitudine si prega in posti diversi e
guidati da diversi pastori.
Tra i cattolici predicare da un pulpito come ha fatto Baratto, proponendo alcune delle idee che leggerete in materia di etica della fine della vita, costerebbe probabilmente molto caro. Certe cose tra noi vengono solo sussurrate. Tra noi la linea d’obbligo mi pare sia proposta, e imposta, come quella diversa del dovere di vivere, sempre, e quindi anche, inevitabilmente, della colpa di voler morire quando si è in certe disperate e dolorosissime condizioni di malattia grave ma non terminale, intrappolati tra la vita e la morte senza poter ritornare alla prima e senza poter scivolare nell'altra, che, portata agli estremi, mi appare disumana. E, come ho detto, conosco bene ciò di cui parlo. C’è invece totale condivisione sul proposito di soccorrere, sempre, chi fugge.
Tra i cattolici predicare da un pulpito come ha fatto Baratto, proponendo alcune delle idee che leggerete in materia di etica della fine della vita, costerebbe probabilmente molto caro. Certe cose tra noi vengono solo sussurrate. Tra noi la linea d’obbligo mi pare sia proposta, e imposta, come quella diversa del dovere di vivere, sempre, e quindi anche, inevitabilmente, della colpa di voler morire quando si è in certe disperate e dolorosissime condizioni di malattia grave ma non terminale, intrappolati tra la vita e la morte senza poter ritornare alla prima e senza poter scivolare nell'altra, che, portata agli estremi, mi appare disumana. E, come ho detto, conosco bene ciò di cui parlo. C’è invece totale condivisione sul proposito di soccorrere, sempre, chi fugge.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
Dal salmo 55 (Sal 55,3-8) [traduzione interconfessionale in lingua
corrente]
3 Prestami attenzione e rispondimi: mi lamento preso da
tristi pensieri,
4 sono turbato dalle grida dei nemici, dall’aggressione dei
malvagi.
Riversano su di me la loro
cattiveria, mi perseguitano con furore.
5 Mi sento scoppiare il cuore, mi ha afferrato il terrore
della morte.
6 Sono pieno di paura e timore, schiacciato dallo spavento.
7 Mi son detto: «Avessi ali di colomba, volerei via, andrei
a posarmi altrove.
8 Fuggirei in un luogo lontano, passerei la notte nel
deserto.
9 M’affretterei a trovare un
riparo dal vento impetuoso della tempesta».
“Se avessi le ali della colomba volerei via e andrei ad abitare nel
deserto”. Queste del salmista sono le parole rassegnate di chi non ama più
la vita, di chi non regge più il dolore, il tormento, la vergogna a cui è
sottoposto e vorrebbe poter chiudere gli occhi per trovare un po’ di pace, per
fuggire dalla propria realtà. “Se avessi le ali della colomba”, di un uccello
migratore, capace di colmare grandi distanze, “volerei via dalla mia vita”. A
rendere insopportabile l’esistenza del salmista è il tradimento di un amico. “Se
mi avesse offeso un nemico”, scrive, “l’avrei sopportato, ma sei stato tu, mio
compagno e mio intimo amico”. Ed ora questo ex amico non gli dà requie. Gli fa
la guerra, lo perseguita, lo calunnia, trafiggendolo con parole che sono lame
affilate. Nel suo dolore, il salmista non invoca Dio come sua rocca e sua
forza, non pensa di rifugiarsi nel Tempio, dove, dice un altro salmista, “anche
il passero trova rifugio”. Ormai non c’è più alcun luogo, sacro o profano, che
egli possa considerare come casa propria. “Se avessi le ali della colomba,
volerei via e andrei ad abitare nel deserto”, un luogo di oblio, di serenità
senza vita, di pace senza coscienza, di fuga dalla realtà.
Se c’è una cosa che mi è stata
insegnata fin da bambino, insegnata ma devo dire praticata con grande
difficoltà e poca coerenza, è che i problemi non vanno fuggiti bensì
affrontati. Eppure non possiamo negare che qualche volta la fuga è l’unico modo
di mettersi in salvo. La parola fuga non sempre è negativa. Racconta lo scrittore
apologeta cristiano C. S. Lewis, autore delle Cronache di Narnia, di una conversazione in cui con l’amico
Tolkien, autore del Signore degli anelli,
si chiedevano quale categoria di persone trovasse pericolosa la parola fuga. E la risposta fu: i carcerieri, chi ci vuole mantenere
prigionieri. Sarebbe stato certamente d’accordo Pier Martire Vermigli, un
riformatore italiano del Sedicesimo secolo, vissuto in un tempo in cui l’eventualità
di finire sul rogo per ragioni religiose era molto concreta egli scrisse un Trattato sul diritto alla fuga in tempo di persecuzione, affermando la
fuga non è un peccato di codardia ma una specifica vocazione cristiana, non
diversa da quella che Dio ha rivolto ad Abramo, “Esci dalla tua terra e va!”.
Venendo però ai nostri tempi ci sono due categorie di persone
che meglio incarnano le parole del salmista.
“Il sospiro del salmista è simile a quello di molti infermi”, così
scriveva il pastore Ermanno Rostan ne Il
tempo della prova, un vero e proprio best-seller tra i lettori protestanti
degli anni ’70.
Nelle parole del salmista “Se avessi le ali della colomba, volerei via”,
c’è il desiderio di fuga di chi sperimenta ogni giorno un dolore che non dà requie,
e turba il corpo, fiacca la volontà e l’anima.
Come mi faceva notare un
pastore molti anni fa, le richieste di un malato, un malato molto grave,
partono dall’attesa fiduciosa di una guarigione, per poi non chiedere più di
guarire ma di migliorare un po’, poi di non peggiorare e di non soffrire, e poi
ancora di non soffrire troppo, di non soffrire inutilmente, fino alla richiesta
di poter morire. E’ la richiesta di poter uscire da un inferno di dolore, di
dolore, e di dolore, come ha chiesto Fabiano Antoniani, più conosciuto come DJ Fabo, divenuto tetraplegico e
completamente cieco a causa di un incidente stradale e aiutato a morire in una
clinica svizzera.
Non sempre è possibile
scivolare via sulle ali della colomba, non
sempre è giusto permetterlo, ma le persone che lo chiedono non sono né egoiste
né senza fede, sono come il nostro salmista, vanno ascoltate e accompagnate.
Il mondo in cui viviamo è un mondo in
fuga. Secondo i dati dell’O.N.U., sono
oltre settanta milioni le persone che scappano a causa di persecuzioni,
conflitti, fame, violenze e violazioni dei diritti fondamentali. Spesso la loro
fuga è pericolosa, costellata di soprusi e anche di morte. E’ di pochi giorni fa, appunto, la notizia
della morte di tredici donne al largo di Lampedusa, di decine di dispersi nel
mare, tra cui otto bambini. Perché darsi a una fuga così rischiosa? Perché mettere a rischio la propria vita e quella
dei propri figli? Perché tutto questo?
La loro casa non è più un luogo
di vita, a causa della guerra, della miseria, della persecuzione. La propria
casa diventa la bocca di uno squalo, come recita una poesia di Warsan Shire:
Nessuno abbandona casa sua
a meno che la casa non sia
diventata la bocca di uno squalo
corri verso il confine
solo quando vedi correre tutta
la città
verso la stessa direzione.
Nessuno abbandona la propria casa
se non è la tua stessa casa a
inseguirti
a farti scappare col fuoco
sotto i piedi
e il sangue caldo nella pancia.
Devi capire
nessuno mette i propri figli
su una barca
a meno che l’acqua sia più
sicura della terra.
Nessuno sceglie di strisciare sotto i recinti
rischiare di venire violentata
di affogare
di vivere in campi profughi o
in prigione.
Vorrei tornare a casa mia
ma la mia casa ormai
è la bocca di uno squalo.
Avere le ali di una colomba per fuggire da una casa che è diventata la
bocca di uno squalo.
C’è davvero solo sconforto nella
voce del salmista? No, c’è anche speranza.
La colomba infatti non è solo
un uccello migratore che sa coprire distanze immense. Nel racconto del diluvio,
quando la terra è ancora tutta sommersa dalle acque, è la colomba a ritornare
con un ramo d’ulivo nel becco. E’ lei ad
annunciare la vita che riprende. Un mondo nuovo che rinasce, una nuova
creazione che il Signore benedirà.
E nel Nuovo Testamento la
colomba è il simbolo dello Spirito santo, dello Spirito del Signore che proprio
come la colomba sa coprire distanze che noi umani non immaginiamo e oltrepassare
confini che noi non osiamo varcare.
Dopo aver provato a sbattere le
ali della colomba, l’ultima parola del salmista è “Getta sul Signore il tuo affanno ed egli ti sosterrà”. Abbandonarsi
al Signore è l’ultima parola del
salmista. A dire il vero, detta al penultimo versetto, troppo all’ultimo
momento per sembrare del tutto sincera, ma è proprio questo quello che egli ci
invita a fare e a scoprire di volta in volta ciò che questo può significare nella nostra
vita.
L’aprirsi una via di fuga per i
perseguitati, trovare nella nostra spossatezza consolazione nelle braccia del
Signore, poter chiudere gli occhi in pace e dignitosamente, e trovare un nuovo
posto da chiamare casa nel mondo.
Nel nome di Gesù, amen.