Domenica 29 settembre
2019 - Avvenire
Idee. Kasper: «Chiesa e modernità: da nemici a
alleati per il futuro della democrazia»
Testo integrale dell’intervento
del card. Walter Kasper [presidente emerito del
Pontificio consiglio per la promozione dell'unità dei cristiani] alla Scuola di formazione e cultura
politica organizzata dalla rivista Il Regno e
dalla Comunità di Camaldoli presso il monastero di Camaldoli, nel
casentinese, pubblicato il 29-9-19 da Avvenire
Le difficoltà della Chiesa di
riconoscersi nelle democrazie moderne hanno prodotto un Occidente
secolarizzato. Ma la crisi democratica può trovare una soluzione attraverso la
missione della Chiesa
Dopo il crollo del muro di Berlino e
della Cortina di ferro lo sguardo si è aperto ben oltre l’Europa, e si è
sviluppato il sogno di un mondo unito. Si è sviluppata una
"globalizzazione", cioè una rete internazionale mondiale a livello
economico, finanziario, dei mezzi di comunicazione, della tecnologia e del
turismo. Ma questo nuovo universalismo è rimasto a livello materiale,
funzionale, economico, tecnico; è mancato un universalismo più profondo,
spirituale e solidale. Così la vittoria della libertà è divenuta una
vittoria della mentalità dello sviluppo economico e del capitalismo
talvolta feroce e aggressivo nell’emisfero Sud, che ha portato come reazione a
movimenti di antiglobalizzazione, anch’essi talvolta violenti.
La globalizzazione è una
realtà complessa e ambigua. Da un lato porta nuovi vantaggi economici e di
comunicazione, ma dall’altro la nuova libertà ha creato anche nuove
interdipendenze politiche ed economiche complesse, che la gente “normale”
fatica a cogliere. Poiché ora le decisioni si prendono a livelli internazionali
lontani dal normale cittadino, l’uomo medio non si sente più a casa in un modo
globalizzato, dove tutto cambia in modo sempre più accelerato. Ma è
soprattutto nel movimento migratorio, oggi un segno dei tempi universale, che
si mostra il lato negativo dell’universalismo globalizzato. La gente vi
ravvede il pericolo di una perdita della propria patria e dell’identità
ereditata dalla propria storia e cultura. Vede nei migranti una crisi
dell’Europa come l’hanno conosciuta finora.
Tale situazione crea lo spazio per
un populismo che dà risposte facili a domande estremamente difficili e
complesse. Questo populismo non è un’ideologia coerente, ma è frutto
della paura e della strumentalizzazione della paura. Le sue risposte spesso
sono verità parziali, se non vere e proprie fake news.
Per tutelarsi da questo mondo nuovo,
molti si ritirano o desiderano farlo nel mondo passato e così conservare la
propria identità. Ma un’identità chiusa ed esclusiva, avversa a tutto
ciò che è straniero, un’identità identitaria e xenofoba che conduca a un nuovo
nazionalismo e sovranismo, nel mondo globalizzato non solo è illusoria, ma
anche pericolosissima per la pace. L’uomo è per sua natura un essere
sociale. Pertanto un’identità racchiusa è un’identità debole e malata.
Un’identità forte è un’identità aperta, un’identità in scambio, che si lascia
arricchire nell’incontro con altre identità.
Per la Bibbia tutta l’umanità è una
grande unità, è il genere umano, una grande famiglia, una fratellanza. Il cristianesimo
dunque non è mai un’identità chiusa in se stessa, ma un’identità universalmente
aperta verso gli altri e per gli altri, soprattutto per i poveri e bisognosi e
per profughi e perseguitati da altri Paesi e culture. Pertanto bisogna essere
consapevoli che l’antiglobalizzazione e l’antieuropeismo sono solo un
movimento antiuniversale, e in questo senso un movimento antimoderno e
antilluminista, ma che si presenta con la maschera conservatrice del
cristianesimo.
L’antiglobalizzazione, che si
propone come tutela e difesa del cristianesimo, è in realtà un cristianesimo
divenuto ideologia. Il vero cristianesimo non costruisce muri, ma ponti.
Questa identità è stata ed è la
grandezza d’Europa, che in tutta la sua storia non è mai stata una realtà
unitaria e identitaria: dal suo inizio e in tutta la sua storia l’Europa è
stata un crocevia, uno spazio e un processo d’incontri e di mutua penetrazione
di culture diverse (nel passato le culture ebraica, greca, romana, celtica,
germanica, slava, normanna, senza dimenticare la cultura araba musulmana e
dell’illuminismo moderno). L’Europa non è mai stata monoetnica; l’impero
medioevale non fu sicuramente una realtà pluralista nel senso moderno, tuttavia
costituì un’unità composta da popoli, principati e regni diversi, città
imperiali e monasteri indipendenti.
Lo stato nazionale e soprattutto il
nazionalismo sono nati solo in tempi relativamente recenti nel Sette e
Ottocento, e poi nel Novecento nei sistemi fascisti e nazionalsocialisti sono
divenuti la rovina dell’Europa e ci hanno portato alla catastrofe della Seconda
guerra mondiale e alla Shoah.
Certo, dopo tutte queste crisi e
disastri non possiamo ricostruire l’unità spirituale medioevale. Oggi in modo
nuovo siamo di fronte alla necessità di mantenere e arricchire l’identità
dell’Europa attraverso un incontro tra le diverse civiltà non europee, che non
diventi uno «scontro di civiltà» (S. Huntington).
La nostra sfida è conservare e
rinnovare i valori fondamentali che hanno fatto grande l’Europa e realizzare
questi valori nella nuova situazione della globalizzazione, con lo stesso
coraggio che hanno mostrato i nostri antenati. Certo è un compito molto complesso,
nel quale non si può accontentare tutti, ma a cui bisogna invitare la grande
maggioranza della gente di buona volontà; un compito la cui realizzazione
richiede l’arte politica, una politica che è l’arte del possibile (O. von
Bismarck). (Purtroppo, talvolta anche l’arte di fare l’impossibile). C’è il
famoso detto di Wolfgang Böckenförde, stimato giurista e già presidente della
Corte costituzionale tedesca: «Lo stato liberale secolarizzato si fonda su
presupposti che esso stesso non è in grado di garantire». Non li può estorcere,
se non vuole abdicare al suo carattere di stato libero, che rispetta la libertà
e riconosce la libertà religiosa. In tal senso lo stato democratico non è uno stato
neutro riguardo ai valori fondamentali, che esso presuppone e di cui vive.
Così la democrazia presuppone che la
stragrande maggioranza della popolazione riconosca i valori costitutivi della
democrazia, cioè la dignità della persona a prescindere dalla cultura, dalla
religione, dalla provenienza, dalla nazionalità, dal sesso e dal colore della
pelle; riconosca la libertà di coscienza e di parola, la libertà dell’altro, la
giustizia non solo commutativa ma anche sociale, la tolleranza, soprattutto la
tolleranza religiosa e per altre visioni del mondo. Il riconoscimento
maggioritario di tali valori è il sine qua non della
democrazia.
Questi valori fondamentali sono
valori che risalgono alla tradizione cristiana e alla sua sintesi con i valori
fondamentali della cultura grecoromana. In ultima analisi questi valori sono
fondati nella creazione dell’uomo a immagine di Dio (Gen 1,27).
Già dopo la svolta di Costantino nel
monachesimo in reazione contro una concezione imperiale della Chiesa si trovano
forme democratiche (per esempio nella forma della partecipazione della comunità
alle decisioni dell’abate, dell’elezione dei superiori a tempo ecc.). I teologi
dell’Università di Salamanca all’inizio del Seicento (quasi duecento anni prima
della Rivoluzione francese!) furono i primi a sviluppare sulla base della
teologia di Tommaso d’Aquino il diritto dei popoli (Völkerrecht) e il
fondamento dei diritti dell’uomo, anche degli indigeni nelle colonie, un’idea
che la Rivoluzione francese ha risolutamente negato. I monaci e i teologi erano
più avanti!
Ma la tragedia della storia
moderna è che la Chiesa in Europa (anche le Chiese luterane) per lungo tempo
non è stata in grado di riconoscere i suoi propri valori e idee nella
democrazia moderna. A lungo ha sollevato critiche sui diritti umani e
la democrazia. Così i moderni diritti dell’uomo sono stati sviluppati contro la
Chiesa in un modo secolarizzato. Solo e molto tardi il Concilio Vaticano II,
dopo lunghe controversie, è stato in grado di riconoscere i diritti dell’uomo e
il diritto alla libertà religiosa. A causa di questo fallimento, la Chiesa e le
Chiese luterane sono divenute corresponsabili della secolarizzazione della
civiltà europea moderna.
D’altra parte a causa della
secolarizzazione i diritti dell’uomo, e insieme a essi il fondamento della
democrazia, sono stati staccati dalle loro radici cristiane, e staccati dalle
radici - come ogni pianta - si sono indeboliti, e ora sono in crisi. Tale
indebolimento e crisi hanno aperto la porta ai populisti e alla loro propaganda
antidemocratica, antimoderna e anticristiana.
Durante gran parte dell’Ottocento e
nella prima parte del Novecento, l’argomento sostenuto dalla Chiesa era che
l’autorità dello stato è derivata da Dio. E questo escludeva il riconoscimento
della democrazia, in cui tutta l’autorità deriva dal popolo. Oggi questa
argomentazione è superata. Già papa Pio XII, nel suo messaggio per il Natale
1942, riconosceva che la democrazia come struttura statale era un sistema
oggigiorno adeguato.
Il Concilio Vaticano II si è
espresso definitivamente in questo senso. Secondo il Concilio l’autorità
secolare dello Stato deriva da Dio, ma l’ordinamento concreto dello Stato, che
sia democratico o monarchico, va affidato alla decisione del popolo. Pertanto
il Concilio non esprime alcuna opzione in favore né della monarchia, né della
democrazia o di un altro ordinamento dello Stato. Il criterio del
riconoscimento non pertiene alla struttura, ma se in qualsiasi struttura
democratica siano rispettati i diritti umani fondamentali, soprattutto il
diritto fondamentale della libertà religiosa e la giustizia sociale. Teonomia
del mondo e dello stato da un lato e autonomia della libertà umana e politica
d’altra non sono contrastanti, ma vanno insieme. Di più, la teonomia non solo
non esclude i diritti dell’uomo, ma li garantisce e li difende.
In conclusione, poiché la
democrazia vive di valori, che originariamente sono valori cristiani, la crisi
d’Europa è molto più di una crisi istituzionale strutturale: è crisi
dei valori costitutivi per l’Europa e per la sua democrazia per effetto della
secolarizzazione, anche a causa della Chiesa. O l’Europa scoprirà di nuovo le
sue radici cristiane, o l’Europa e la sua cultura non saranno più l’Europa e la
cultura dell’Europa come le abbiamo conosciute finora. Il futuro della
democrazia dipende molto dalla formazione delle nuove generazioni, ma dipende
soprattutto dalla presenza pastorale e dalla missione della Chiesa.
Il testo qui pubblicato è un
estratto del contributo del cardinale Walter Kasper, presidente emerito del
Pontificio consiglio per la promozione dell'unità dei cristiani, alla sessione conclusiva della Scuola di formazione e cultura politica
organizzata nel monastero di Camaldoli dalla rivista il Regno e dalla comunità
monastica.