sabato 21 settembre 2019

Novità per noi dall'Amazzonia


Novità per noi dall'Amazzonia

 L’Amazzonia non è uno stato, ma una regione geografica immensa; è compresa nei territori di vari stati sud-americani:  Brasile, Bolivia, Perù, Ecuador, Colombia, Venezuela, Guyana, Suriname. Vi è compresa una delle ultime colonie europee in America, la Guyana francese. Di solito ce la mostrano in immagini come una grande foresta traversata da fiumi.  E’ abitata anche, e in alcune parti quasi solo, da discendenti dei nativi americani, di popolazioni che gli invasori europei trovarono sul continente. Si narra che i loro antenati siano giunti là provenendo dall’Asia, dal nord, che in epoche preistoriche era ancora raggiungibile provenendo dall’altro continente. La preistoria e la storia delle popolazioni umane sono quelle di continue migrazioni. Che successe quando i migranti si scontrarono la storia delle Americhe ce lo insegna. Dal Cinquecento a all’Ottocento fu caratterizzata da genocidi perpetrati dagli europei. I nativi furono massacrati, fatti schiavi o confinati in territori sempre più ristretti. I loro regni furono abbattuti. Si tentò di cancellarne le civiltà. La loro reale identità culturale fu negata chiamandoli indiani. Questo fu il contesto della colonizzazione delle Americhe da parte degli europei ed anche quello dell’evangelizzazione dei nativi, l’imposizione delle religioni degli europei ai nativi. Il più recente episodio di brutalità nei confronti dei nativi è stato l’immenso incendio nelle foreste amazzoniche, per consentirne lo sfruttamento commerciale. In quell’ambiente che si andava distruggendo c’erano anche persone umane, i nativi, e le società da esse formate. E’ proprio di esse che il Sinodo ha voluto mettersi in ascolto, in preparazione dell’assemblea per l’Amazzonia programmata per il prossimo ottobre.

11.  Gesù offre una vita in abbondanza (cf. Gv 10,10), una vita piena di Dio, vita salvifica (zōē), che inizia nella creazione e si manifesta già nel suo grado più elementare della vita (bios). In Amazzonia, essa si riflette nella sua ricchezza di biodiversità e culture. Ovvero, una vita piena e integra, una vita che canta, un canto alla vita, come il canto dei fiumi. È una vita che danza e che rappresenta la divinità e il nostro rapporto con essa. “Il nostro servizio pastorale”, come hanno affermato i Vescovi ad Aparecida, è un servizio “alla vita piena dei popoli indigeni [che] esige di annunciare Gesù Cristo e la Buona Novella del Regno di Dio, di denunciare le situazioni di peccato, le strutture di morte, la violenza e le ingiustizie interne ed esterne, di favorire il dialogo interculturale, interreligioso ed ecumenico.” (DAp. 95). Alla luce di Gesù Cristo il Vivente (cf. Ap 1,18), pienezza della rivelazione (cf. DV 2), discerniamo tale annuncio e denuncia.
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17.  Le comunità consultate hanno anche sottolineato il legame tra la minaccia alla vita biologica e quella alla vita spirituale, cioè una minaccia integrale. Gli impatti causati dalla distruzione multipla del bacino panamazzonico generano uno squilibrio del territorio locale e globale, nelle stagioni e nel clima. Ciò influenza, tra l'altro, la dinamica della fertilità e della riproduzione della fauna e della flora e, a sua volta, in tutte le comunità amazzoniche. Ad esempio, la distruzione e l'inquinamento naturale incidono sulla produzione, sull'accesso e sulla qualità degli alimenti. E in questo senso, per prendersi cura responsabile della vita e del “buon vivere”, è urgente affrontare tali minacce, aggressioni e indifferenze. La cura della vita si oppone alla cultura dello scarto, della menzogna, dello sfruttamento e dell'oppressione. Allo stesso tempo, implica l’opporsi ad una visione insaziabile di crescita illimitata, di idolatria del denaro, ad un mondo distaccato (dalle sue radici, dal suo ambiente), ad una cultura della morte. In breve, la difesa della vita implica la difesa del territorio, delle sue risorse o beni naturali, ma anche della vita e della cultura dei popoli, il rafforzamento della loro organizzazione, il pieno esercizio dei loro diritti e la possibilità di essere ascoltati. Con le parole degli stessi indigeni: “noi indigeni di Guaviare (Colombia) siamo-facciamo parte della natura perché siamo acqua, aria, terra e vita nell'ambiente creato da Dio. Pertanto, chiediamo che cessino i maltrattamenti e lo sterminio della ‘Madre Terra’. La terra possiede sangue e si sta dissanguando, le multinazionali hanno tagliato le vene della nostra ‘Madre Terra’. Vogliamo che il nostro grido indigeno sia ascoltato da tutto il mondo”.
[Dallo Strumento di lavoro  del Sinodo Panamazzonico]

  Ascoltare significa fare i conti con un passato atroce e come tale umanamente insostenibile, tanto che al sentirlo narrare siamo tentati di negarlo o comunque di attenuarne la durezza con discorsi giustificazionistici vari, storicizzandolo e in tal modo presentandolo come una sorta di reperto archeologico o, infine, inserendolo in un quadro provvidenziale del quale si illumina la meta e il senso ultimo lasciando al mistero religioso tutto il resto, e in particolare il perché di quella incontenibile, efferata, immensa malvagità. Quel passato appare come la smentita pratica di ogni concezione che confidi nella possibilità di una redenzione. La negazione pratica della proclamazione delle Beatitudini. La negazione, in definitiva,  della nostra fede. Perché allora ascoltare? Nel nome di Gesù, ci si mette in ascolto. La conversione sarà possibile? Attuabile? O, in definitiva, l’orrore del passato è insuperabile e ci separa definitivamente? Ci si propone di ascoltare “Alla luce di Gesù Cristo il Vivente”. E' lui la nostra unica speranza. Dunque, ascoltare nel suo nome.  Questo il metodo proposto. E' ciò che ci è stato insegnato dal Maestro e che tante volte abbiamo abbandonato, dandoci alla bestialità della violenza per la sopraffazione. Si confida poi che, convertendoci, tutte le cose siano fatte nuove intorno a noi: salvando, di essere anche noi salvati.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli