domenica 1 settembre 2019

Non nominare il nome di Dio invano


Non nominare il nome di Dio invano

Sono cresciuto in una famiglia cattolica in cui non si è mai bestemmiato. Io non ho mai bestemmiato. Lo avremmo trovato innaturale, perché abbiamo fede. Quando me la sono vista molto brutta, ho tenuto sempre tra le mani il Rosario che mi aveva regalato il Papa tanti anni prima, quando ero universitario, e, in particolare il piccolo Crocifisso che c’è attaccato. Non è un simbolo della mia religione, del mio essere battezzato cristiano, cattolico, praticante i riti cattolici e uno che cerca anche di sforzarsi di praticare la sua fede insieme ad una comunità, e quindi di praticare i comandi del Maestro. No:  è un’immagine, un segno, che mi aiuta a tenermi concentrato sulla mia fede. Ne sentiamo il bisogno e questo nonostante l’antico comando di non farsi immagini: ma quello non è un idolo, dal quale mi aspetti chissà che per il solo fatto di averlo tra le mani, è un promemoria. Indica la via, la porta, l’acqua viva, colui a cui mi affido, il Signore Crocifisso e Risorto, e, in questo affidarmi, è il mio vero essere praticante. Tutto questo faccio perché mi è stato insegnato a fare e a pensare così: ho ricevuto un’educazione cristiana.
 Aggiungo che, oltre alle bestemmie becere, porco qui, porco là, mi è stato insegnato a riconoscerne di meno evidenti. Un giorno, da bambino, a un campo dei lupetti, infastidito dalle mosche, dissi “mannaggia a chi le ha inventate” e l’assistente ecclesiastico mi fece una gran scenata perché, mi spiegò, avevo pronunciato una  brutta bestemmia. Un’altra volta  me ne uscii con un “la solita Messa”, e anche allora fui ripreso perché “la Messa non è mai solita! Lo sai chi viene tra noi? Lo sai chi hai offeso? Lui!”. E, insomma, per certe cose ho sviluppato una acuta sensibilità.
 In religione sono cattolico romano, di fede sono cristiano. La croce e il Crocifisso sono segni esteriori della fede, non della religione. Qual è il simbolo  della religione cattolica, la sua bandiera? Non saprei. Il regno  a cui religiosamente si anela non è infatti di questo mondo. Ci raduna una voce, che chiamiamo  Parola. Il Papato romano, invece, ad esempio, ha un suo simbolo che è quello di una grande corona, con sotto due chiavi incrociate: il Papato romano è un regno  di questo mondo, un’istituzione religiosa destinata ad operarvi dentro. Possiede anche un micro-stato, qui a Roma, la Città del Vaticano, che ha una sua bandiera. Ma sul frontone della nostra parrocchia non c’è alcuna bandiera del genere: c’è l’Agnello e le pecore che vanno verso di lui. Noi fedeli siamo le  sue  pecore, il gregge che egli guida. Lui è il Buon Pastore.
 Leggo sul giornale di oggi che, secondo un politico locale:
a) la Repubblica italiana sarebbe fondata sulla religione;
b) il Crocifisso sarebbe un simbolo culturale identitario;
c) il Signore rappresenta un sistema valoriale a cui non possiamo sottrarci.
 Osservo che questo non corrisponde a ciò che mi è stato insegnato.
 Ecco di seguito ciò che mi è stato insegnato.
 La Repubblica italiana non è fondata sulla religione!  Tanto è vero che all’art.3 della Costituzione (per ora) vigente è scritto che i cittadini sono uguali senza distinzione di religione. Questo me lo avevano spiegato già in religione e poi anche a Legge. Stato e Chiesa sono distinti.
 Il Crocifisso, vale a dire l’immagine  del Signore Crocifisso, non è un simbolo  culturale  identitario, ma una sintesi del Credo cristiano, rappresenta la nostra fede nel Signore, la  via, la  porta, l’acqua viva.
 Il Signore, non rappresenta un  sistema valoriale: egli è  la via, la porta, l’acqua viva, il Salvatore,   ci ha salvato lasciandosi crocifiggere e quindi per noi la Croce è la nostra via di salvezza, e certamente ognuno gli si può sottrarre, è la principale questione della fede, passare per lui o rifiutarlo, e lo si rifiuta se non si fa ciò che egli comanda, vale a dire amarsi come egli ci ha amato, fino al sacrificio della vita, compresi i nemici.  
 Certe affermazioni sulla religione e sulla fede, come quelle di quel politico, mi suonano male, come quando dissi “la solita Messa”  ecc. Chi le ha fatte, leggo sul giornale,  si definisce non praticante. Ecco, perché, da non praticante, ha sentito di doversene uscirse in quel modo? Forse sarebbe consigliabile, prima di dire certe cose, praticare, e, innanzi tutto, esporsi alla predicazione di una Chiesa cristiana. Non ci sono proprio per questo le Chiese? E c’è pure sempre, ancora, il secondo Comandamento: non nominare il nome di Dio invano.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli