mercoledì 14 agosto 2019

Ad uno spietato

  Non ho un'indole sacerdotale. Ad una persona che mi dice di non essere credente, di solito rispondo: "va bene". Ne prendo atto e non sto a insistere. Vada per la sua strada. Non di rado quella, però, si risente. A lei non va bene. Ma che voleva da me? Lei da una parte e io dall'altra, non è che ci si debba azzuffare, siamo persone civili. No, in realtà questa mia indifferenza non l'accetta. Preferirebbe che questionassi, che le spiegassi perché dovrebbe credere. In effetti, come cristiano, sono inviato anche a lei per raggiungerla nella sua incredulità. Non è un compito solo per sacerdoti, anche se per loro è una specie di mestiere, al quale si preparano a lungo. Io però non so fare di meglio che indicare all'incredulo Gesù: egli è infatti via, verità e vita (leggi dal Vangelo secondo Giovanni, il versetto 6 del capitolo 14; in forma contratta si scrive Gv 14,6). In gran parte dei post che ho scritto su questo blog non sono stato così esplicito, perché mi sono occupato prevalentemente di azione sociale, che richiede un complesso lavoro di mediazione per potersi intendere con tutti, ma trattando direttamente di fede, e in particolare di motivazione alla fede, non dando quindi la fede come presupposta, devo esserlo. Ma è un lavoro semplice: infatti Gesù è principio e fondamento della nostra fede. È la porta. L'ha insegnato lui stesso (leggi dal Vangelo secondo Giovanni, il versetto 9 del capitolo 10; Gv 10,9). Non c'è altro da dire sul punto. Tutta la complicata nostra teologia serve poi per capire che fare in base a chi Gesù è, quindi per la conseguente azione sociale. Che si deve fare in concreto? Anche questo c'è l'ha insegnato lui, e si deve cominciare da lì: amare come lui ha amato (leggi dal Vangelo secondo Giovanni i versetti 12 e 17 del capitolo 15). Amare: niente di sentimentale però. Si tratta dell'agàpe che significa, nel greco antico evangelico, amicizia di condivisione e soccorso universale, amore operoso. E infatti: non c'è amore più grande che dare la vita per i propri amici, ci è stato insegnato (leggi nel Vangelo secondo Giovanni il versetto 13 del capitolo 15). Ma ci è comandata addirittura l'agape universale incondizionata,  per amare in quel senso anche i nemici (leggi dal Vangelo secondo Matteo i versetti 43 e 44 del capitolo 5). Ora mi proponi tante tue giustificazioni per limitare questa agápe universale? Non ti ascolto. Conosco solo Gesù e Gesù crocifisso, lui, il Dio mio amico che diede la vita per me, questo mi hanno insegnato (leggi nella prima lettera di Paolo apostolo,il versetto 2 del capitolo 2). Mi dici che è difficile seguirlo? Ti rispondo: e no. È difficile costruire nel nostro mondo l'agape, dunque il fare, esso richiede sapienza, che significa anche cultura oltre che buona volontà;  molto più semplice è il non fare, l'astenersi dal male. Comincia da lì. Anche questo può costare caro, ad esempio il discredito sociale. Gesù morì da reietto sociale, non solo fu ucciso, ma giustiziato. Ma, insomma, se, ad esempio, io non mi associo al coro di quelli che di questi tempi gridano "Lasciateli affondare! Chiudete i porti a chi li ha soccorsi!", che rischio? Dico solo quello che dice il Papa. Sarò forse criticato da alcuni, forse sarò aggredito a parole sulle reti sociali, ma poco di più. Mi costa poco seguire Gesù nell'astenermi da quel male. Ad alcuni questo non va? Dunque vadano per la loro strada, io non li seguirò. O meglio, sono tentato di non seguirli, perché in realtà Gesù, via, verità è vita, Buon Pastore, li segue per riportarli al sicuro, per la retta via, che è lui stesso, e così devo fare anch'io, suo seguace, benché, lo confesso, molto riottoso perché per indole preferirei tenermene lontano, Dove andate, voi, spietati, senza Gesù?, mi corre l'obbligo di ricordare loro. Nella sofferenza non invocate anche voi misericordia, quella stessa che però negate agli altri? Perché fate agli altri quello che non vorreste fosse fatto a voi? Lo sapete che, una volta introdotto in società il principio di spietatezza, quello vi si ritorcerà contro, quando le forze, fatalmente, vi abbandoneranno? Questa è appunto la spietata legge di natura, quella delle belve nostre antiche progenitrici secondo la biologia. Se vi farete belve, farete la loro fine. Imparate dalla natura.
 Gesù, nostra unica speranza nella fede! Nei racconti evangelici delle procedure che condussero alla sentenza di morte su di lui ad un certo punto entra in scena la folla, composta da abitanti di Gerusalemme, città nella quale alcuni giorni prima Gesù era stato acclamato a gran voce. Quella folla invocò, pretese la sua morte (leggi nel Vangelo secondo Luca in versetti dal 13 al 25 del capitolo 23). Non ci sono forniti particolari. A Gerusalemme c'erano sicuramente seguaci di Gesù. Egli infatti fu condotto a Pilato, alto funzionario dell'Impero romano, potenza straniera che occupava la Palestina dell'epoca, con l'accusa di essere un sobillatore del popolo. Ecco che si rischia ad insistere con chi non vuol sentire! Ma, in occasione di quella sorta di processo in piazza, la voce dei suoi sostenitori non fu udita. Gesù non ebbe avvocati difensori. Fu lasciato solo nelle mani dei suoi nemici. Ora, in genere, siamo portati a deplorare tutto questo e non ci piacerebbe pensarci in mezzo a quella folla che urlava a Pilato "Crocifiggilo!". Ma in realtà ci comportiamo proprio come quelli lá quando gridiamo "Lasciateli affondare" o addirittura "Affondateli" e comunque "Chiudete i porti". Non vi è stato insegnato che tutto ciò che si fa a quei disperati in pericolo di affogare o strappati al mare ma ancora in pericolo in mezzo al mare è come se fosse fatto a Gesù stesso (leggi dal Vangelo secondo Matteo i versetti dal 41 al 46 del capitolo 25)? Questo è il peccato, e un peccato molto grave perché commesso contro Gesù, il fondamento. Sono solo chiacchiere, si dice. Che male possono fare in fondo? Ma non sapete che anche quelle sono peccato, perché, come recitiamo all'inizio della Messa, si pecca anche in pensieri e parole? Ma poi ad esse, in democrazia, seguono anche le opere, opere malvagie, perché in democrazia la voce della folla è ascoltata da chi comanda, come lo fu da Pilato, e dunque ecco che quelli che abbiamo chiesto di lasciar affondare affogano veramente  e quelli che sono stati soccorsi e salvati in mare soffrono vicino alle nostre coste perché i nostri porti sono stati effettivamente chiusi, come era stato chiesto. Su tutto questo ci ammonisce il Papa, con autorità, la suprema autorità secondo la nostra confessione: è peccato e peccato grave, quello che macchia e che esclude dalla Comunione, ci istruisce accorato, ma non è ascoltato. Attenti però, spietati, che lui ci indica il Buon Pastore, la via, gli altri, quelli che vi hanno persuasi alla spietatezza, sono solo ladri e briganti (leggi nel Vangelo secondo Giovanni i versetti da 1 a 4 del capitolo 10).
Mario Ardigò- Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli