domenica 28 luglio 2019

Iniziare una nuova stagione di impegno


Iniziare una nuova stagione di impegno

  Questo blog ha avuto inizio nel 2012 per intervenire su un problema locale, un problema della nostra parrocchia: un insufficiente pluralismo che aveva emarginato la componente di democrazia sociale, quella che  considerava la politica e, in genere, le attività in società come un importante campo di impegno rilevante anche come manifestazione di fede. Con il passare degli anni quel problema è stato  risolto. Ho cercato di spiegarlo nei precedenti interventi. E tuttavia la formazione, il tirocinio e le attività di democrazia sociale sono ancora insufficienti in parrocchia e, dove si programmano, procedono tra molte difficoltà. E’ manifestazione di una dinamica sociale che, più in generale, riguarda la gran parte delle collettività italiane.  Il coinvolgimento nella democrazia appare noioso, prima che inutile, e comunque, al dunque, inutile. Se poi ci si affianca il sociale, esso diventa ancor più ostico, perché si dovrebbe tener conto anche di chi sta peggio, e specialmente di chi sta molto peggio, ma si preferisce aver occhi prevalentemente per chi sta meglio, quindi verso l’alto, mai verso il basso. Un’obiezione: questo modo di fare non corrisponde agli insegnamenti della religione. E tuttavia ci si è abituati ad una certa tolleranza in materia di disciplina religiosa,  a partire dalle questioni sessuali, dove altrimenti si andrebbe poco lontano, dato il cieco  rigore della dottrina in quel campo,in linea di principio naturalmente, mentre al lato pratico non se ne fa più un dramma. Ma il ramo amori-amplessi-riproduzione è tutto sommato marginale rispetto alla convinzioni di fede più importanti. E’ molto determinato da una fisiologia che condividiamo con i viventi non umani e quando dico determinato  intendo proprio quello,  determinato. Sembra di stare facendo chissaché,  ma in definitiva è la solita faccenda riproduttiva tra mammiferi, sempre uguale a sé stessa, nonostante la molta emotività e la strabordante ideologia con le quali la rivestiamo. Non decidiamo noi certi gesti, siamo determinati da forze naturali a compierli  nel modo in cui vanno compiuti per raggiungere un fine che ci supera, va oltre noi stessi, anche se talvolta ci sforziamo di essere diversi da come siamo stati, diciamo così, progettati, e per un po’ ci riusciamo. Per le convinzioni centrali della nostra fede è diverso. Sono profondamente umane, nel senso che non le condividiamo con altri viventi. Questo perché, almeno per quanto sinora si sa, la fisiologia neurologica degli altri viventi non ha ancora consentito di far emergere in loro quell’immagine personale  a cui si riferiamo parlando di spirito, anche se in loro è distinguibile una psiche. Al centro della nostra fede c’è un particolare atteggiamento  spirituale  nell’affrontare la convivenza sociale, che storicamente è stato presentato in tanti modi, in filosofie e teologie, nello sviluppo delle dottrine ecclesiastiche, ed anche nella formazione comune di base, nella catechesi popolare. E’ proprio quell’atteggiamento che ci rende riconoscibili come persone di fede, anche quando assolviamo i nostri obblighi fisiologici riproduttivi così come  in tutte le altre occasioni sociali. Le varie procedure devozionali che ciascuno inevitabilmente apprende dalla tradizione dalla quale la sua fede deriva sono insufficienti a quel fine, anche se hanno grande credito religioso, come ad esempio la recita e meditazione del Rosario, aiutati dalla relativa coroncina. Dovrebbero solo a richiamare alla mente e a far scendere nel cuore ciò che conta veramente: a volta sono efficaci a quel fine, a volte meno. Così, ricordo che quando mio padre mi mandò a cercare di imparare l’inglese in Irlanda – Eire, nella Repubblica, acquistai una storia delle formazioni armate repubblicane che avevano combattuto nelle guerre di indipendenza contro gli occupanti britannici che aveva sulla copertina il calcio di un fucile con una corona del Rosario appesa sopra. Vi colsi una certa contraddizione rispetto al significato che la corona del Rosario aveva avuto nella mia formazione. Ma scoprii che per gli irlandesi di quel tempo, del tempo che fu definito dei Troubles, dei Disordini, era diverso.Ma in quel modo, in fondo, un simbolo religioso era strumentalizzato nella guerra civile che era  allora endemica e faceva tanti morti e feriti. Perché al centro della nostra fede vi è l’agàpe, che è quel particolare atteggiamento sociale per cui ci ritrova da amici a mangiare insieme senza che nessuno sia escluso, per cui si cerca di far posto a tutti e, quindi, di preoccuparsi di tutti, senza impedimenti di confini, etnia, cittadinanza locali, lingua, religione, sesso, altre condizioni personali e sociali, opinioni e via dicendo di distinzione in distinzione da abbattere, tutti. Qui, in quel far parte a tutti, occuparsi di tutti, sta il soprannaturale, perché la natura non funziona così e ci spingerebbe a far fuori quelli che non ci sono utili.
  Dunque c’è un problema  di assimilazione della democrazia sociale da parte della gente di fede. Dall’Ottocento, in Europa, ma anche altrove, dovunque la nostra fede sia riuscita a radicarsi, la democrazia sociale è stato un importante manifestazione dell’operare  come gente di fede. Una storia molto bella, perché in essa siamo riusciti a superare molte delle controindicazioni che la nostra religione aveva manifestato nei due millenni del suo multiforme radicamento popolare e delle sue varie metamorfosi. E’ stato il frutto di una conquista cultura molto importante in cui i laici di fede, intesi come quelli che non sono preti né frati o monaci, hanno avuto un ruolo preminente e si sono trascinati dietro quegli altri. Oggi però sembra che accada il contrario. Appunto perché, al di fuori delle scuole per preti e religiosi, a certe cose non si è stati formati e di esse non si è fatto tirocinio. Il problema è però che la democrazia, e anche la democrazia sociale, può essere vissuta pienamente solo da laici, perché il clero non  è organizzato democraticamente, ma secondo un antico sistema feudale, parzialmente temperato da elementi di democrazia. Anche le parrocchie non sono organizzate democraticamente e questo non è un loro pregio, ma un loro difetto: d’altra parte, mancando formazione e tirocinio, quando si cerca di introdurre elementi di democrazia, si fallisce, la gente non sa che fare e che dire.
 Qualche giorno fa ho parlato a dei giovani universitari e ho provato a chiedere loro se sapessero quanto è durata quella che chiamiamo Prima Repubblica, che ha cercato di dare attuazione alla Costituzione che, approvata nel 1947, entrò in vigore il 1 gennaio 1948. E’ durata dal 1948 al 1994: quarantasei anni. Fu caratterizzata dal ruolo centrale di governo che i ebbe un partito di ispirazione  cristiano sociale: la Democrazia Cristiana. Un ventenne di oggi, un millennial,  ha cominciato a partecipare consapevolmente alla società quando quel sistema politico era finito da circa vent’anni e la rilevanza politica della fede religiosa in Italia andava rapidamente. Mai avrei immaginato negli anni ’70 che un Papa arrivasse ad essere tranquillamente ignorato in Italia, come ora accade al Papa regnante. Dicono perché egli   è andato troppo oltre nella desacralizzazione. Ma in realtà siamo noi italiani che abbiamo desacralizzato certi fondamenti, mantenendo una certa sensibilità sacrale  solo per certe elementi non essenziali, di contorno, la processione, il santuario miracolante, la corona del Rosario ecc.
 Dunque ecco uno stimolo per ripartire con questo blog. Fornire elementi per collegarsi a una tradizione nobile.
 Ne ha scritto su Avvenire dello scorso 24 luglio il prof. Fulvio De Giorgi, che conobbi in gioventù quando entrambi eravamo universitario. Leggete il suo articolo su  https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/cattolici-impegnati-in-politica-il-papa-consolida-il-magistero
 Scrive che «Questo grande orientamento – che possiamo dire di giustizia sociale – è stato sviluppato dai Pontefici successivi, sui due assi: della dignità della persona umana (libertà e diritti di ogni persona) e dei doveri di solidarietà sociale (funzione sociale della proprietà, diminuzione delle disuguaglianze sociali, sostegno ai Paesi più poveri). L’impegno dei cattolici in politica ha avuto, in particolare in Italia, questa principale indicazione, e pur sviluppandosi pluralisticamente – come è ovvio nell’opinabile campo della politica – ha avuto una posizione maggioritaria (da Sturzo a De Gasperi, Dossetti, Moro, fino – potremmo dire – a Sergio Mattarella): quella della democrazia sociale.» Aggiungendo che «l’impostazione di democrazia sociale, grazie al contributo di importanti politici cattolici (Dossetti, La Pira, Mortati, Fanfani, Moro, Lazzati), è stata acquisita dalla Costituzione della Repubblica […] la classe di governo democristiana ha perseguito un 'modello di sviluppo' che si opponeva tanto al liberismo del grande capitale (rappresentato dalla Confindustria), che mirava a porre al primo posto il privatismo proprietario, quanto al comunismo dei partiti marxisti, che miravano a eliminare la proprietà privata. Il 'modello' democristiano è stato invece quello di una redistribuzione della ricchezza, di una diffusione della proprietà, di un allargamento dei ceti medi.».
E conclude osservando che «Il primo grande orientamento della giustizia sociale (riaffermato in modo forte dal Concilio Vaticano II) è stato completato dai Papi, nel secolo delle guerre mondiali e della guerra fredda, dal secondo grande orientamento della pace e del dialogo  […]Ma, fin dagli anni 70 del Novecento, è emerso un nuovo problema, tendenzialmente di primo piano, per l’intera umanità: quello ecologico […] papa Francesco ha sviluppato, aggiornato e completato con l’enciclica Laudato si’ tale magistero, con il terzo grande orientamento, quello ambientale, e soprattutto ha prospettato una visione unitaria e organica che dunque, ora, indica: giustizia, pace, salvaguardia del creato.»
 Oggi il panorama politico è diverso da quello della Prima Repubblica, prevalgono neo-liberisti  e sovranisti-populisti. Allora, sostiene De Giorgi,«i neoliberisti (di destra e di sinistra) sono carenti sul piano dei doveri di solidarietà sociale; i cosiddetti sovranisti-populisti sono carenti sul piano del rispetto della dignità umana e dei diritti della persona  […] Significa che i cattolici, se militano in tali formazioni, devono essere consapevoli di tali carenze e devono cercare di colmarle.».
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli