martedì 15 gennaio 2019

Problemi di costruzione sociale - 15


Problemi di costruzione sociale  - 15

 1. Chi  ha preso come riferimento un certo gruppo sociale, anche se vi ha partecipato passivamente o discontinuamente, deve sentirsene responsabile. E questo anche non ha condiviso la politica di chi l’ha guidato o addirittura l’ha avversata. Il risultato di un gruppo sociale, infatti, dipende dall’azione di tutti e non è mai precisamente determinabile da chi riesce a comandarlo. Quindi riserva sempre delle sorprese. Ne trattò per esteso uno dei precursori delle scienze sociali europee, il francese Alexis de Toqueville (1805-1859).
 Ho avuto l’opportunità di vivere nel quartiere delle Valli per gran parte della mia vita, a parte quattro anni nei quali ho vissuto altrove. A parte gli anni del mio scoutismo, nei quali sono stato parrocchiano degli Angeli Custodi, a piazza Sempione, ho fatto riferimento alla nostra parrocchia, in tutte sue varie ere. Vi ho ricevuto Prima Comunione e Cresima. Vi ho vissuto in prevalenza passivamente, fino a quando, dal 2012, ho cominciato a sussurrare con il blog acvivearomavalli. In genere ne sono stato un osservatore distaccato e, per questo, forse, più obiettivo. Però capisco di dovermi sentire responsabile di com’è la parrocchia e che questo mio modo di partecipare l’ha sicuramente fatta un po’ diversa da come poteva essere.
  Nella seconda metà degli anni ’70, mia madre, che in parrocchia faceva la catechista ed era stata molto coinvolta dalle idee nuove diffuse dal Concilio Vaticano 2°, una sera mi presentò a don Franco, il viceparroco che animava uno strepitoso gruppo giovani. Anche in quella occasione non mi feci coinvolgere. Che sarebbe successo se invece l’avessi fatto? Da giovani, quando si è anziani lo si rimpiange, si perde tanto tempo, e io allora stavo appunto perdendo il mio tempo.
 Dunque, nella misura in cui si è stati in qualche modo coinvolti, anche mantenendo un ruolo passivo o di opposizione, in un’esperienza sociale, nel fare un esame di coscienza  sociale  bisogna sempre parlare in prima persona, certo in prima persona plurale se non si è stati in una posizione di vertice. Dunque, se si ritiene che si sia sbagliato, bisogna riconoscere “abbiamo” sbagliato. Se ci si chiama fuori, non si ha una visione realistica della cosa. In una società democratica come la nostra, in cui non si rischiano vita o salute prendendo certe posizioni, le opportunità di incider su ogni esperienza sociale sono molte, e in genere molte di più di quelle che si sono sfruttate. Così, ad un franco esame retrospettivo, si ha sempre qualcosa da rimproverarsi, qualcosa che avremmo preferito aver fatto in modo diverso.
  Se in quell’esame di coscienza sociale si è sinceri, si è anche più efficaci, perché si considerano i  problemi per come effettivamente si sono presentati. Quando mi diede le prime lezioni di matematica, mio padre mi ammoniva a cercare di iniziare con l’esporre in modo chiaro il problema da risolvere, perché questo era parte della sua soluzione. Se si fa in altro modo, se ci si chiama fuori, lo si farà anche a fini difensivi, perché la consapevolezza del proprio reale ruolo in genere c’è sempre anche se in modo indistinto, in fondo all’anima, e allora si comincerà per gettare la colpa sugli altri, su come sono fatti, su quello che hanno realizzato. Il passo successivo è di riformare mediante demolizione ed esclusione. Questo modo di ricostruire  non si adatta alla riforma sociale, genera molta inutile sofferenza e un enorme spreco di risorse. La legge generale della riforma sociale è che  non si parte mai da zero, e non bisogna augurarsi di essere costretti a partire da quel punto. Si riforma in base alla cultura del proprio tempo, che preesiste. L’altra legge generale è che si costruisce sempre per apporti.  Questo dipende dal fatto che la materia della costruzione sociale sono, appunto, la società e la sua cultura e si interviene sempre  nel corso di un loro  processo storico che determina la ricettività sociale e il grado di coinvolgimento delle persone alle quali ci si rivolge. Nessuna civiltà, e nessuna delle sue società, in fondo nasce, ma solo  evolve. Del resto questo può dirsi anche del singolo vivente, fin da quando lo è, dalla sua vita monocellulare dei primi istanti. La sua vita è caratterizzata, e limitata, dal suo patrimonio genetico, che è sempre in evoluzione.
2. Ragionando con quello spirito, ho riconosciuto che oggi  il problema della parrocchia non sono le neocomunità poco integrate con l’insieme, ma le relazioni con il quartiere. Queste ultime si sono troppo allentate e ognuno sembra preferire fare da sé, al massimo con chi gli è più simile e pensa come lui. Dunque, quello che imputiamo alle neocomunità è, in realtà, lo spirito del quartiere, in cui si diffida di ogni società. Questo è l’andazzo dell’Italia di oggi e crea gravi problemi in politica, nel governo della società nazionale ad ogni livello.
  Le comunità devono adattarsi alla gente tanto più quanto più le si fanno prossime e, nelle realtà cosiddette di mondo vitale, come la famiglia, quelle da cui si trae il senso della vita, devono adattarsi al singolo  come un abito. Altrimenti non funzionano per lo scopo per le quali sono state pensate e vissute.
  Questo significa che nel costruire le comunità di mondo vitale  ci si deve consentire una maggiore libertà, specialmente dal punto di vista ideologico.
 Da bambino ho fatto parte dei Lupetti, il primo gruppo dello scoutismo, e si aveva come mito fondativo la storia di Mowgli nel branco dei lupi raccontata dall’inglese Rudyard Kipling (1865-1936). Sorprendentemente, però, non ci si immedesimava nel ragazzo Mowli, ma nei lupi. Il gruppo dei Lupetti  è chiamato branco.  Il capo-gruppo, infatti, assumeva il soprannome di Akela, che nel racconto di Kipling è i capo-branco.  Il prete che ci seguiva assunse il nome di Baloo, l’orso saggio della storia di Kipling. Un pedante revisore ideologico avrebbe potuto perdere il suo  tempo facendo le pulci a quel mito, segnalandone, ad esempio, i discostamenti dal dogma. Un sacerdote paragonato ad un animale e nemmeno capo della comunità!? Ma appunto non lo si faceva e non lo si fa. Il mito è strumentale allo scopo sociale del gruppo e vale in quei limiti, serve a far sviluppare la personalità del ragazzo, a farla evolvere secondo il metodo scout, che, alla fine, vorrebbe produrre un cittadino partecipe, consapevole e responsabile, capace di orientarsi in ogni difficoltà, senza perdersi d’animo, come i trapper  nord-americani ai tempi della conquista del West. E’ esattamente con questo spirito che andrebbero considerati, e valutati, i particolari costumi e riti delle neocomunità che abitano la parrocchia. Perdono tempo i loro più astiosi e pedanti critici. Valgono nella misura in cui sono funzionali alla coesione e alla vita del gruppo e quest’ultimo, che si presenta come realtà di mondo vitale, è stato adattato alle necessità delle persone che vi vengono coinvolte. Non bisogna ogni volta costruirci sopra un dramma teologico, e questo vale anche per i capi delle neocomunità, che tendono ad attribuire un’importanza eccessiva a quei costumi, ritenendoli addirittura, a volte mi è sembrato, un discrimine dell’ortodossia. No: si può essere ortodossi  anche in altro modo, con altre ideologie fondative. Altrimenti non si spiegherebbe lo storico pluralismo di ordini religiosi e confraternite: si tenderebbe tutti ad un solo modello, e così non è stato.
  L’errore che a lungo  abbiamo  fatto in parrocchia è stato quello di considerare quel modello neocomunitario  il più adatto  ad ogni  fedele, benché, con tutta evidenza, fosse stato costruito per una particolare tipologia di fedele. Ad esempio per chi, nella giovinezza, pensa di esprimere la sua religiosità  anche  nel fare più figli della media. E sicuramente lo si può fare, perché il genitore ha modo di praticare con i figli ogni virtù cristiana, e così santificarsi. Ma non è una via che va bene per tutti. E, soprattutto, è una via faticosa, che tiene concentrati su una realtà di estrema prossimità, e, dunque, socialmente, va integrata con chi abbia voglia di fare un lavoro diverso, più rivolto a realtà sociali più estese, ciò che appunto non siamo  riusciti a fare. Semplicemente, ad un certo punto, mi  è sembrato che non ci sia più pensato. Ce se n’è anche fatti una ragione, dicendosi che pensare in grande  era inutile perché la società intorno era malvagia e, anche quando non lo era ancora, comunque insufficiente dal punto di vista religioso. In ciò ci si è accodati ai nostri vescovi nei loro momenti di depressione e allo stesso san Karol Wojtyla negli ultimi suoi anni di regno, nei quali, con le forze fisiche che inesorabilmente gli si indebolivano,  vedeva tutto nero e minacciato dall’Anticristo, sulla scia delle oscure visioni del russo Valdimir Sergeevic Solovev (1853-1900).
  Ad un certo punto è venuta meno l’interazione con il quartiere, che invece aveva caratterizzato la fase espansiva della nostra parrocchia negli anni ’70. Semplicemente non si sono più fatte proposte sociali al quartiere e ci si  è limitati ad attendere che la gente venisse, per ricevere servizi religiosi di base, selezionando  poi tra essa chi fosse adatto all’integrazione nelle neocomunità. Questo mi pare si sia fatto con un certo maggiore radicalismo con i giovani, nel post Cresima. Per gli anziani vennero lasciate altre possibilità, ma non credendoci troppo, più che altro, mi parve, come medicina dell’anima o circolo per riempire il tempo libero da pensionati. Certo che, poi, così facendo e ragionando, il quartiere ci  è divenuto estraneo e noi ad esso. Nel frattempo il quartiere, che negli anni Settanta si presentava un po’ come una borgata, con una sua specifica caratterizzazione,  è andato manifestando i problemi di dissoluzione sociale che travagliano l’intera società italiana e per questo è divenuto più difficile agganciarlo. Ma è proprio al ripristino dell’interazione con il quartiere che dovremmo puntare, senza travagliarci troppo sui problemi di comprensione tra neocomunità e altri fedeli, che si risolveranno spontaneamente quando parrocchia e quartiere riprenderanno a conoscersi e a piacersi, arriverà gente nuova che, partecipando, cambierà il nostro risultato sociale, in modi che potrebbero sorprenderci. Così è per ogni evoluzione sociale. L’alternativa, concretamente possibile, è la fine di una società, ciò che papa Francesco dice sempre di temere, con le chiese ridotte a museo del passato, abitate solo da una burocrazia ecclesiastica.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa, Roma, Monte Sacro, Valli