Problemi di
costruzione sociale - 15
1.
Chi ha preso come riferimento un certo
gruppo sociale, anche se vi ha partecipato passivamente o discontinuamente,
deve sentirsene responsabile. E questo anche non ha condiviso la politica di
chi l’ha guidato o addirittura l’ha avversata. Il risultato di un gruppo
sociale, infatti, dipende dall’azione di tutti e non è mai precisamente
determinabile da chi riesce a comandarlo. Quindi riserva sempre delle sorprese.
Ne trattò per esteso uno dei precursori delle scienze sociali europee, il
francese Alexis de Toqueville (1805-1859).
Ho avuto l’opportunità di vivere nel quartiere
delle Valli per gran parte della mia vita, a parte quattro anni nei quali ho
vissuto altrove. A parte gli anni del mio scoutismo, nei quali sono stato
parrocchiano degli Angeli Custodi, a piazza Sempione, ho fatto riferimento alla
nostra parrocchia, in tutte sue varie ere. Vi ho ricevuto Prima Comunione e
Cresima. Vi ho vissuto in prevalenza passivamente, fino a quando, dal 2012, ho
cominciato a sussurrare con il blog acvivearomavalli.
In genere ne sono stato un osservatore distaccato e, per questo, forse, più
obiettivo. Però capisco di dovermi sentire responsabile di com’è la parrocchia
e che questo mio modo di partecipare l’ha sicuramente fatta un po’ diversa da
come poteva essere.
Nella seconda metà degli anni ’70, mia madre, che in parrocchia faceva
la catechista ed era stata molto coinvolta dalle idee nuove diffuse dal
Concilio Vaticano 2°, una sera mi presentò a don Franco, il viceparroco che
animava uno strepitoso gruppo giovani. Anche in quella occasione non mi feci
coinvolgere. Che sarebbe successo se invece l’avessi fatto? Da giovani, quando
si è anziani lo si rimpiange, si perde tanto tempo, e io allora stavo appunto
perdendo il mio tempo.
Dunque, nella misura in cui si è stati in
qualche modo coinvolti, anche mantenendo un ruolo passivo o di opposizione, in
un’esperienza sociale, nel fare un esame di coscienza sociale bisogna sempre parlare in prima persona, certo
in prima persona plurale se non si è
stati in una posizione di vertice. Dunque, se si ritiene che si sia sbagliato,
bisogna riconoscere “abbiamo”
sbagliato. Se ci si chiama fuori, non si ha una visione realistica della cosa.
In una società democratica come la nostra, in cui non si rischiano vita o
salute prendendo certe posizioni, le opportunità di incider su ogni esperienza
sociale sono molte, e in genere molte di più di quelle che si sono sfruttate.
Così, ad un franco esame retrospettivo, si ha sempre qualcosa da rimproverarsi,
qualcosa che avremmo preferito aver fatto in modo diverso.
Se in quell’esame di coscienza sociale si è sinceri, si è anche più
efficaci, perché si considerano i
problemi per come effettivamente si sono presentati. Quando mi diede le
prime lezioni di matematica, mio padre mi ammoniva a cercare di iniziare con l’esporre
in modo chiaro il problema da risolvere, perché questo era parte della sua
soluzione. Se si fa in altro modo, se ci si chiama fuori, lo si farà anche a
fini difensivi, perché la consapevolezza del proprio reale ruolo in genere c’è
sempre anche se in modo indistinto, in fondo all’anima, e allora si comincerà
per gettare la colpa sugli altri, su come sono fatti, su quello che hanno
realizzato. Il passo successivo è di riformare mediante demolizione ed
esclusione. Questo modo di ricostruire non si adatta alla riforma sociale, genera
molta inutile sofferenza e un enorme spreco di risorse. La legge generale della
riforma sociale è che non si parte mai da zero, e non bisogna
augurarsi di essere costretti a partire da quel punto. Si riforma in base alla
cultura del proprio tempo, che preesiste. L’altra legge generale è che si
costruisce sempre per apporti. Questo dipende dal fatto che la materia della
costruzione sociale sono, appunto, la società e la sua cultura e si interviene sempre nel corso di un loro processo storico che determina la ricettività
sociale e il grado di coinvolgimento delle persone alle quali ci si rivolge. Nessuna
civiltà, e nessuna delle sue società, in fondo nasce, ma solo evolve. Del resto questo può dirsi anche
del singolo vivente, fin da quando lo è, dalla sua vita monocellulare dei primi
istanti. La sua vita è caratterizzata, e limitata, dal suo patrimonio genetico,
che è sempre in evoluzione.
2. Ragionando con quello spirito, ho riconosciuto che oggi il problema della parrocchia non sono le
neocomunità poco integrate con l’insieme, ma le relazioni con il quartiere.
Queste ultime si sono troppo allentate e ognuno sembra preferire fare da sé, al
massimo con chi gli è più simile e pensa come lui. Dunque, quello che imputiamo
alle neocomunità è, in realtà, lo spirito del quartiere, in cui si diffida di
ogni società. Questo è l’andazzo dell’Italia di oggi e crea gravi problemi in
politica, nel governo della società nazionale ad ogni livello.
Le comunità devono adattarsi alla gente tanto più quanto più le si fanno
prossime e, nelle realtà cosiddette di mondo
vitale, come la famiglia, quelle da cui si trae il senso della vita, devono
adattarsi al singolo come un abito.
Altrimenti non funzionano per lo scopo per le quali sono state pensate e
vissute.
Questo significa che nel costruire le comunità di mondo vitale ci si deve
consentire una maggiore libertà, specialmente dal punto di vista ideologico.
Da bambino ho fatto parte dei Lupetti, il primo gruppo dello
scoutismo, e si aveva come mito fondativo
la storia di Mowgli nel branco dei lupi raccontata dall’inglese Rudyard Kipling
(1865-1936). Sorprendentemente, però, non ci si immedesimava nel ragazzo Mowli, ma nei lupi. Il gruppo dei Lupetti è chiamato branco.
Il capo-gruppo, infatti, assumeva il
soprannome di Akela, che nel racconto
di Kipling è i capo-branco. Il prete che
ci seguiva assunse il nome di Baloo,
l’orso saggio della storia di Kipling. Un pedante revisore ideologico avrebbe
potuto perdere il suo tempo facendo le
pulci a quel mito, segnalandone, ad
esempio, i discostamenti dal dogma. Un sacerdote paragonato ad un animale e
nemmeno capo della comunità!? Ma appunto non lo si faceva e non lo si fa. Il
mito è strumentale allo scopo sociale del gruppo e vale in quei limiti, serve a
far sviluppare la personalità del ragazzo, a farla evolvere secondo il metodo
scout, che, alla fine, vorrebbe produrre un cittadino partecipe, consapevole e
responsabile, capace di orientarsi in ogni difficoltà, senza perdersi d’animo,
come i trapper nord-americani ai tempi della conquista del West. E’ esattamente con questo spirito
che andrebbero considerati, e valutati, i particolari costumi e riti delle
neocomunità che abitano la parrocchia. Perdono tempo i loro più astiosi e
pedanti critici. Valgono nella misura in cui sono funzionali alla coesione e
alla vita del gruppo e quest’ultimo, che si presenta come realtà di mondo
vitale, è stato adattato alle necessità delle persone che vi vengono coinvolte.
Non bisogna ogni volta costruirci sopra un dramma teologico, e questo vale
anche per i capi delle neocomunità, che tendono ad attribuire un’importanza
eccessiva a quei costumi, ritenendoli addirittura, a volte mi è sembrato, un
discrimine dell’ortodossia. No: si può essere ortodossi anche in altro
modo, con altre ideologie fondative. Altrimenti non si spiegherebbe lo storico
pluralismo di ordini religiosi e confraternite: si tenderebbe tutti ad un solo
modello, e così non è stato.
L’errore che a lungo abbiamo fatto in parrocchia è stato quello di
considerare quel modello neocomunitario il più adatto ad ogni fedele, benché, con tutta evidenza, fosse
stato costruito per una particolare tipologia di fedele. Ad esempio per chi,
nella giovinezza, pensa di esprimere la sua religiosità anche nel fare più figli della media. E sicuramente
lo si può fare, perché il genitore ha modo di praticare con i figli ogni virtù
cristiana, e così santificarsi. Ma non è una via che va bene per tutti. E,
soprattutto, è una via faticosa, che tiene concentrati su una realtà di estrema
prossimità, e, dunque, socialmente, va integrata con chi abbia voglia di fare
un lavoro diverso, più rivolto a realtà sociali più estese, ciò che appunto non
siamo riusciti a fare. Semplicemente, ad un certo
punto, mi è sembrato che non ci sia più
pensato. Ce se n’è anche fatti una ragione, dicendosi che pensare in grande era
inutile perché la società intorno era malvagia e, anche quando non lo era
ancora, comunque insufficiente dal punto di vista religioso. In ciò ci si è
accodati ai nostri vescovi nei loro momenti di depressione e allo stesso san
Karol Wojtyla negli ultimi suoi anni di regno, nei quali, con le forze fisiche
che inesorabilmente gli si indebolivano, vedeva tutto nero e minacciato dall’Anticristo,
sulla scia delle oscure visioni del russo Valdimir Sergeevic Solovev
(1853-1900).
Ad un certo punto è venuta meno l’interazione con il quartiere, che
invece aveva caratterizzato la fase espansiva della nostra parrocchia negli
anni ’70. Semplicemente non si sono più fatte proposte sociali al quartiere e
ci si è limitati ad attendere che la
gente venisse, per ricevere servizi religiosi di base, selezionando poi tra essa
chi fosse adatto all’integrazione nelle neocomunità. Questo mi pare si sia
fatto con un certo maggiore radicalismo con i giovani, nel post Cresima. Per
gli anziani vennero lasciate altre possibilità, ma non credendoci troppo, più
che altro, mi parve, come medicina dell’anima o circolo per riempire il tempo
libero da pensionati. Certo che, poi, così facendo e ragionando, il quartiere
ci è divenuto estraneo e noi ad esso.
Nel frattempo il quartiere, che negli anni Settanta si presentava un po’ come
una borgata, con una sua specifica caratterizzazione, è andato manifestando i problemi di
dissoluzione sociale che travagliano l’intera società italiana e per questo è
divenuto più difficile agganciarlo. Ma è proprio al ripristino dell’interazione
con il quartiere che dovremmo puntare, senza travagliarci troppo sui problemi
di comprensione tra neocomunità e altri fedeli, che si risolveranno
spontaneamente quando parrocchia e quartiere riprenderanno a conoscersi e a
piacersi, arriverà gente nuova che, partecipando, cambierà il nostro risultato
sociale, in modi che potrebbero sorprenderci. Così è per ogni evoluzione
sociale. L’alternativa, concretamente possibile, è la fine di una società, ciò
che papa Francesco dice sempre di temere, con le chiese ridotte a museo del
passato, abitate solo da una burocrazia ecclesiastica.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa, Roma, Monte Sacro, Valli