Introduzione del cardinale presidente Gualtiero Bassetti
alla Sessione invernale del Consiglio permanente della Conferenza Episcopale
Italiana
14-1-19
dal Web:
https://www.chiesacattolica.it/cei-questione-di-metodo/
Cari
confratelli,
apriamo un nuovo anno e lo iniziamo insieme:
è grazia questo nostro riunirci, che ci vede convergere da tutte le regioni del
Paese. Portiamo nel cuore le fatiche e le speranze della nostra gente, delle
nostre Chiese e dei nostri territori, coinvolti come siamo dalla loro domanda
di vita: domanda che ci interpella in prima persona, rispetto alla quale
avvertiamo la responsabilità di non far mancare il contributo sostanziale di
quell’esperienza cristiana che passa dall’annuncio credente e dalla
testimonianza credibile del Vangelo.
È con tale sguardo che vogliamo aiutarci
anche a interpretare questo tempo, attraversato da venti che disperdono,
provocando in molti confusione e smarrimento, ripiegamento e chiusura.
Io sono anziano e sono il primo a sentirmi a
volte inadeguato, ma intuisco che in questo contesto dobbiamo – a maggior
ragione – impegnarci a lavorare meglio, appassionati e concentrati
sull’essenziale. Se la confusione è grande, non dobbiamo essere noi ad
aumentarla; se ci sentiamo provocati o criticati, dobbiamo cercare di capirne
le ragioni; se siamo ignorati, dobbiamo tornare a bussare con rispetto e
convinzione; se veniamo tirati per la giacca, dobbiamo riflettere prima di
acconsentire e fare.
Personalmente, non temo tanto le difficoltà,
quanto lo scoraggiamento e la sfiducia, che costituiscono il terreno sul quale
il male attecchisce e cresce. Temo l’indifferenza con cui il male si
impadronisce delle nostre paure per trasformarle in rabbia. Temo l’astuzia che
si serve dell’ignoranza. Temo la vanità che avvelena gli arrivisti. Temo
l’orizzonte angusto dei luoghi comuni, delle risposte frettolose, dei richiami
gridati. Il male ama l’ordine fine a se stesso, la potenza, la ricchezza; lo
Spirito, invece, è fuoco, è libertà vigile, è sorpresa e incontro. Il male invecchia,
arrabbiato e stanco; il bene è una giovane primavera. La relazione cristiana
non è un galateo o una lezione di buone maniere, bensì una disposizione del
cuore e della mente, una scoperta di quanto sia possibile affrontare anche i
problemi più impegnativi quando si ha amore. Per questo preghiamo: per pensare
meglio e agire con discernimento e concretezza, criteri a cui più volte il
Santo Padre ci richiama.
Del resto, quando il popolo è confuso, il
modo migliore per rispondere al nostro dovere non è quello di proporre facili
rassicurazioni, lasciando capire che poi tutto s’aggiusta o che, comunque,
altri sono quelli che devono pensarci. Siamo chiamati, piuttosto, a saperci
confrontare con franchezza e ad assumere con determinazione le scelte necessarie,
così da essere non solo più efficienti, ma soprattutto più chiari e uniti.
Quanto è triste osservare chi è intento ad andare per la sua strada e, al più,
si ferma per commentare e criticare! Quanto è bello poter fare tesoro
dell’esperienza di una comunità, poter contare sulla creatività di alcuni e
sulla saggezza di altri, entrambe poste a servizio del bene. Intorno a Cristo
non si sta sparsi e sdegnosi, ma insieme; con Maria si prega insieme; davanti a
chi soffre ci si dà una mano.
Le nostre decisioni devono seguire un metodo, supportato da un’idea forte e da
continue verifiche, da un luogo di elaborazione culturale che non sia
semplicemente una vetrina per proporre se stessi. Ci serve metodo anche per utilizzare al meglio le risorse materiali e finanziarie
che i cittadini e i fedeli mettono a disposizione della Chiesa; ci serve metodo per interagire con le
Istituzioni, in modo distinto e collaborativo; ci serve metodo per guardare avanti con fiducia e impegno. Non possiamo,
infatti, limitarci a rincorrere l’attualità con comunicati e interviste; non
possiamo perdere la capacità di costruire autonomamente la nostra agenda,
aperti a ciò che accade – a partire dalle emergenze che bussano ogni giorno
alla porta – ma fedeli a un nostro programma pastorale, che è poi il Vangelo di
nostro Signore, incarnato in questo tempo.
Al riguardo, non presumo di avere grandi
riforme da proporre, né vedo il bisogno di pensare cose per le quali non siamo
attrezzati. Sento, invece, come sia il momento di sperimentare con rinnovata
convinzione la forza della nostra comunione; di fare in modo che le singole
Conferenze Episcopali Regionali siano rese maggiormente protagoniste; di
studiare le singole questioni con l’aiuto dei molti che possono darci una mano;
di stimolare e valorizzare l’operosità degli Uffici della nostra Segreteria
generale. Con l’arrivo di Mons. Stefano Russo i nostri assetti sono ristabiliti
in piena funzionalità: disponibilità e competenze non mancano, aiutiamoci
quindi a maturare quell’arte del governo che rende tutti responsabili e
gratifica chi compie al meglio il proprio dovere.
Ripartiamo, fratelli, da questo stile
sinodale, viviamolo sul campo, tra la gente, per consigliare, sostenere,
consolare. Sarà, allora, più facile distinguere le buone idee dalle cattive,
adottare i provvedimenti più incisivi, scegliere i collaboratori più validi.
Vorrei arrivare
all’Assemblea di maggio con un progetto condiviso, così che si possa dire: la
Chiesa italiana non si lamenta, ma si prepara a fare di più e meglio. Vorrei
che sapessimo mostrare al Paese che noi cattolici non disertiamo le sfide
impegnative di questo nostro tempo, convinti come siamo che possono essere
affrontate e superate.
È con questo spirito che iniziamo i lavori di
questa sessione del Consiglio Permanente, dove siamo chiamati a confrontarci
innanzitutto sugli Orientamenti pastorali
con cui costruire condivisione di sguardo e d’impegno tra le Chiese che sono in
Italia. In questi giorni, inoltre, approveremo il Regolamento del Servizio nazionale a tutela dei minori e degli
adulti vulnerabili; in questo ambito daremo pure gambe ai Servizi regionali,
fino all’individuazione dei referenti diocesani e delle necessarie iniziative
formative.
Il nostro ritrovarci come Consiglio
Permanente ci offre l’opportunità anche per una disanima delle principali
questioni che interessano il Paese: la faremo insieme, per chiarire
innanzitutto a noi stessi le modalità con cui come Chiesa intendiamo abitare
questo tempo, al fine di contribuire a renderlo migliore per tutti.
Concludo con un duplice
ringraziamento e un appello.
Il primo grazie
lo rivolgo agli abitanti di Torre di Melissa. Mentre sul migrante e sulla
persona fragile stentiamo perfino a confrontarci con serenità, pronti come
siamo a scaricare su di loro un malcontento sociale che – come sostiene Papa
Francesco – «enfatizza i rischi per la sicurezza nazionale o l’onere
dell’accoglienza», la piccola comunità sulla costa crotonese ha scritto una
pagina di segno contrario. A fronte di quella cinquantina di profughi
abbandonati in balìa delle onde, sindaco, forze dell’ordine, volontari e
semplici cittadini hanno saputo esprimere una solidarietà corale. Sui poveri
non ci è dato di dividerci, né di agire per approssimazione: la stessa
posizione geografica del nostro Paese e, ancor più, la nostra storia e la
nostra cultura, ci affidano una responsabilità nel Mediterraneo come in Europa.
Il secondo grazie lo voglio rivolgere a quanti – non da ultimo le testate
giornalistiche – si sono adoperati per evitare il raddoppio della tassazione
sugli enti che svolgono attività non
profit. Sono grato al Presidente del Consiglio dei Ministri – che già aveva
sottolineato il ruolo determinante del Terzo settore – di aver annunciato
questo pomeriggio che l’agevolazione sarà ripristinata. È il riconoscimento di
un mondo di valori e progetti, di uno spazio educativo e formativo all’insegna
della gratuità e del servizio; spazio di impegno civile, teso alla costruzione
del bene comune. Più di ieri c’è bisogno di questa società civile organizzata,
c’è bisogno dei corpi intermedi, di quella sussidiarietà che risponde alle
povertà e ai bisogni con la forza dell’esperienza e della creatività, della
professionalità e delle buone relazioni.
È l’orizzonte su cui il 18 gennaio di
cent’anni fa don Luigi Sturzo fondava il Partito Popolare Italiano, con
l’attenzione a coniugare l’integralità del Cristianesimo con il rispetto della
laicità della politica, anche per evitare – come diceva lo stesso Sturzo – che
«la religione venga compromessa in agitazioni politiche e in ire di parte».
Va in questa medesima direzione anche l’appello con cui concludo: governare il
Paese significa servirlo e curarlo come se lo si dovesse riconsegnare in ogni
momento. Ai liberi e forti di oggi
dico: lavorate insieme per l’unità del Paese, fate rete, condividete esperienza
e innovazione. Come Chiesa assicuro che faremo la nostra parte con pazienza e
coraggio, senza cercare interessi di bottega, per meritarci fino in fondo la
considerazione e la stima del nostro popolo.