Problemi di
costruzione sociale - 12
Uno dei temi ricorrenti nelle narrazioni fantascientifiche è il racconto
di società immaginarie in cui tutti gli individui sono connessi tra loro e
formano un’unica mente. Non a caso, in questa prospettiva, spesso gli individui
vengono presentati come organismi biologici integrati da parti artificiali.
Infatti quel tipo di connessione è al di là delle nostre capacità organiche.
Possiamo avere e gestire tra noi solo connessioni episodiche, più o meno frequenti, più
o meno intense, ma episodiche, mediate da un sistema condiviso di atteggiamenti,
suoni, simboli e segni che nel suo insieme costituisce il linguaggio, gestuale, verbale, simbolico e scritto. Ognuno appare all’altro nell’incontro episodico provenendo
dall’ignoto. Su dove fosse prima di apparire abbiamo un’idea imprecisa, basata
su precedenti abituali che però potrebbero non essersi ripetuti. Su dove andrà dopo abbiamo un’idea predittiva basata
sugli stessi elementi, che però in concreto potrebbe non corrispondere a ciò
che avverrà. Gli individui non viaggiano su binari, come i treni. L’interazione
nell’incontro è puntuale, limitata nel tempo e nel suo oggetto. Poi si scioglie e gli individui che vi hanno
partecipato scompaiono gli uni per gli altri. Sapersi figurare l’immagine
di un gruppo che permane al di là degli incontri episodici è una capacità che si acquisisce
nell’evoluzione della psiche, nell’infanzia. Il bambino piccolo, senza un
contatto fisico e visivo con la persona che ne ha cura, non mantiene la
consapevolezza del fatto che comunque ci sia e si occupi di lui: quella persona scompare.
A questa condizione si ritorna nel caso di alcune malattie neurologiche. In
questi casi gli altri con cui si hanno relazioni abituali profonde, quando
scompaiono, ritornano nella massa indistinta intorno e, al riapparire, non
vengono riconosciuti e bisogna ripetere le procedure di familiarizzazione, che partono dalla domanda “Chi sei?” rivolta dalla
persona malata al nuovo apparso. La capacità di avere consapevolezza della permanenza del gruppo sociale anche quando fisicamente è nella fase di scioglimento è anche una conquista culturale: quando la si raggiunge si comincia a pensare alla società come un tutto che esprime anche sé stessi, nella quale si è integrati non solo come una galassia o rete alla quale si sia connessi dall'esterno. La relazione di integrazione distingue la collettività familiare dalla relazione di connessione che è tipica delle reti sociali telematiche. La permanenza di queste ultime, a differenza delle collettività di tipo familiare, dipende da chi le controlla. La questione della permanenza delle società è al centro di un’importante
tema teologico che riguarda la natura della Chiesa secondo la nostra fede:
sussiste solo al momento dell’incontro di un gruppo o anche nei momenti in cui non si è episodicamente insieme? La
teologia della nostra confessione è per la seconda alternativa e, in
particolare, vi ha costruito sopra il dogma della presenza reale, che determina il particolare modo in cui ci
comportiamo quando entriamo in una chiesa, che riteniamo abitata dal divino.
Da un punto di vista sociologico e antropologico, i locali parrocchiali
sono il luogo di incontri significativi secondo la nostra fede. Lì appariamo gli uni agli altri per riconoscerci come gente
di fede, partecipare a liturgie, approfondire la nostra conoscenza reciproca e
sui temi della religione, programmare attività collettive. Nei locali
parrocchiali si addensano relazioni sociali, guidate da consuetudini e
rituali condivisi. Quando parliamo di Chiesa
in uscita immaginiamo un gruppo di fedeli che abiti la Chiesa come ambiente sociale in quelle
consuetudini di incontri e lo vorremmo capace di stabilire più ampie relazioni
sociali, di estenderle incontrando altre persone, che significa sempre entrare in altri ambienti sociali, dove relazioni
sociali si addensano, altrove. In realtà ognuno di noi abita più ambienti sociali,
ciascuno con le sue consuetudini e i suoi riti sociali. Nessuno è mai veramente
confinato in quella particolare sede di incontro che è la Chiesa. In un certo
senso la Chiesa è già uscita, e, anzi, appare nel convergere di
individui sociali dall’esterno.
Schematicamente immaginiamo una dinamica di movimento fisico, andare dall’interno all’esterno, ma in
realtà lo scopo che si prefigge è di influire su altri ambienti sociali, lì
dove le relazioni sociali si addensano sulla base di altre esigenze e
ideologie. Ogni ambiente sociale è definito da una cultura particolare, intesa
come insieme di costumi e linguaggi: il contatto interculturale richiede una
struttura di mediazione. Il semplice apparire
agli altri in genere non basta. In
passato, nel corso di una missione diocesana, si andò al Pratone a predicare la nostra fede a chi c’era, ma chi ascoltava
rimase indifferente. In realtà, per come fu organizzato quell’incontro
episodico, non ebbe voce, si limitò ad ascoltare non intendendo: si erano
infatti saltate le procedure di familiarizzazione che rendono possibile la
mediazione culturale. E’ un errore che si commette spesso. Qualche giorno fa,
alcuni giovani volontari di un’associazione caritativa religiosa sono venuti a
visitare mia madre, ospite di un pensionato e affetta da una grave
encefalopatia, mentre io ero presente. Mia madre conserva capacità cognitive,
ma bisogna avvicinarlesi in un certo modo, parlando a bassa voce e lentamente,
con gesti lenti e soprattutto stabilendo un contatto fisico, ad esempio
tenendole la mano o accarezzandole la testa. Quei volontari sono entrati tutti
allegri parlandole festosamente ad alta voce e mostrandole dei doni che le
portavano: caramelle, che mia madre non è più in grado di mangiare, un flacone di
shampoo, che mia madre non è più in grado di usare. E, nel mostrarle quelle cose,
non si sono resi conto che mia madre teneva gli occhi chiusi. La confusione l’angoscia.
Ho provato a descrivere la situazione di mia madre ai nuovi venuti, ma loro
agivano secondo uno schema prefissato, che evidentemente avevano intenzione di
replicare con tutti gli anziani che andavano a visitare, senza tener conto
della loro specifica condizione. Ho cercato anche di spiegare chi fosse mia
madre e, in particolare, che si trattava di persona di fede molto profonda, che
per vent’anni aveva vissuto da collaboratrice laica nella sede di un nuovo
ordine religioso e del fatto che da giovane aveva partecipato, consapevole e
attiva, a gruppi che avevano avuto un certa rilevanza nelle faccende pubbliche
italiane. Ma l’ascoltare non rientrava nel protocollo di quei volenterosi. Il tempo, del resto, era
poco. E poi si trattava di eventi del passato che qualche volta, benché poi non
tanto lontani nel tempo, hanno per i più giovani la stessa consistenza delle
guerre puniche. Mancando una struttura di mediazione culturale, l’incontro, in
realtà, non c’è stato, anche se probabilmente quei volontari hanno immaginato di sì. E quello che
probabilmente hanno pensato anche i predicatori del Pratone.
La costruzione di una ideologia di mediazione culturale è essenziale per
far sì che da incontri episodici si costruisca una società, un addensamento di
relazioni sociali con carattere di stabilità e di tendenziale intensificazione.
Su di esso poi potranno organizzarsi istituzioni che promuovano la stabilità e
la coerenza dell’insieme. Senza quella struttura gli incontri, anche se
realizzati in un contesto liturgico, rimangono poco o nulla significativi. Se
si è costretti ad utilizzare i medesimi locali o servizi lo si fa con spirito condominiale, nei limiti del contratto di
condominio che costituisce sempre una transazione tra i propri appetiti e
quelli degli altri, in base alla quale,
facendosi reciproche concessioni determinate dai reciproci rapporti di forza,
si arriva a condividere ciò che si preferirebbe avere tutto per sé, costituendo
gli altri solo un fastidioso inconveniente, per altro ineliminabile. Questa è l’allucinante
situazione del condominio di varie confessioni religiose sulla basilica del
Santo Sepolcro, a Gerusalemme, in Israele: la pace è sempre precaria e spesso,
come si narra, scoppiano anche violente zuffe tra i sant’uomini che, con
spirito condominiale, si occupano di quei luoghi. I cattolici e i protestanti,
che storicamente sono arrivati dopo,
contano poco. Complessivamente sono sei le confessioni cristiane partecipi dell’accordo
di condominio sul luogo ritenuto sacro da tutte. Nonostante professino la fede dell’amore, non riescono ad andare
veramente d’accordo: manca una struttura di mediazione cultura valida e la
teologia, in quel contesto, non aiuta perché serve a marcare le differenze, a
dividere.
Non dobbiamo attenderci che, poiché professiamo la religione dell’amore,
si riesca a convivere pacificamente. Il Vangelo non basta. E nemmeno soccorrere
gli altri, secondo lo schema dell’ospedale
da campo. La metafora vale se vuole spingerci ad uscire da circoli chiusi
di adepti per operare nella società di fuori. Ma non è detto che l’incontro di
soccorso crei quelle relazioni sociali che costruiscono la società. Non
funzionò ai tempi del Maestro. Come si legge nei Vangeli, le folle che
accorsero a lui per essere guarite in definitiva non vennero stabilmente coinvolte,
se non a seguito di un lavoro successivo di inculturazione. Mi ha sempre
sorpreso infatti che, poco tempo dopo i festosi Osanna
al momento del suo ingresso a
Gerusalemme, tanto fragorosi da far preoccupare le autorità sacerdotali, il popolo convenuto davanti al palazzo di
Pilato avesse poi scelto di salvare Barabba piuttosto che lui. Non era sicuramente tutto il popolo, ma dov’erano gli altri?
Certo, l’incontro personale è essenziale per stabilire relazioni
profonde. Le altre relazioni sono labili. Per conoscersi veramente, e per
piacersi, ciò che è alla base della costruzione sociale, in particolare nel tempo della fondazione (che i sociologici assimilano all'innamoramento, quale sentimento di stato nascente), sono necessari incontri di
prossimità, in cui ci si possa vedere e sentire, alla lettera, il calore reciproco. Questo dipende
dalla nostra biologia e non ci possiamo fare nulla. Altri tipi di relazioni,
come quelle telematiche, lasciano il tempo che trovano. La frequentazione
reciproca è quindi molto importante e a questo servono gli ambienti
parrocchiali. Nella delicata fase di fondazione, come quella che stiamo vivendo
in parrocchia, dovrebbe coinvolgere obbligatoriamente,
sotto vincolo di obbedienza canonica, tutti coloro che, a qualsiasi titolo,
pretendono di esercitare o di fatto
esercitano una qualche influenza sociale nell’ambiente sociale parrocchiale. Costoro dovrebbero iniziare a fare vita comunitaria, con incontri
più frequenti e prolungati, secondo una programmazione che compete al parroco
quale luogotenente del vescovo. In questa consuetudine di incontri, in cui si
realizzerà anche l’addomesticamento reciproco, la familiarizzazione, occorrerà
ideare e sperimentare le strutture di mediazione che servono. Il Consiglio
pastorale, per il peso eccessivo della sua struttura formale e per i suoi
limitati compiti, non serve allo scopo. E’ divenuto inoltre pletorico, per ciò
che ricordo, non si sa più bene chi abbia titolo a parteciparvi, e si riunisce
troppo poco spesso. Quando ci si incontra, per come me ne raccontano, prevale
lo spirito condominiale e questo fatalmente, perché si ha insufficiente
consuetudine reciproca. La partecipazione a quel nuovo tipo di esperienza
comunitaria dovrebbe essere condizione ineludibile per essere ammessi ad
esercitare in parrocchia qualsiasi tipo di influenza sociale. In questo si
seguirebbe l’esempio del Maestro con i primi apostoli, ai quali egli spiegava ciò che rimaneva oscuro per la cerchia più
estesa di chi ascoltava. L’incontro ravvicinato è veicolo di mediazione
culturale, anche se non basta, per sé, a produrla: essa va ideata e sperimentata per vedere se in che limiti
funzioni, apportando su campo le opportune modifiche, imparando dall'esperienza fatta e non incaponendosi nel ripetere errori evidenti.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli