sabato 12 gennaio 2019

Problemi di costruzione sociale - 12


Problemi di costruzione sociale - 12

  Uno dei temi ricorrenti nelle narrazioni fantascientifiche è il racconto di società immaginarie in cui tutti gli individui sono connessi tra loro e formano un’unica mente. Non a caso, in questa prospettiva, spesso gli individui vengono presentati come organismi biologici integrati da parti artificiali. Infatti quel tipo di connessione è al di là delle nostre capacità organiche. Possiamo avere e gestire tra noi solo connessioni episodiche, più o meno frequenti, più o meno intense, ma episodiche, mediate da un sistema condiviso di atteggiamenti, suoni, simboli e segni che nel suo insieme costituisce il linguaggio, gestuale, verbale, simbolico e scritto. Ognuno appare  all’altro nell’incontro episodico provenendo dall’ignoto. Su dove fosse prima  di apparire abbiamo un’idea imprecisa, basata su precedenti abituali che però potrebbero non essersi ripetuti. Su dove andrà dopo abbiamo un’idea predittiva basata sugli stessi elementi, che però in concreto potrebbe non corrispondere a ciò che avverrà. Gli individui non viaggiano su binari, come i treni. L’interazione nell’incontro è puntuale, limitata nel tempo e nel suo oggetto. Poi si scioglie e gli individui che vi hanno partecipato  scompaiono  gli uni per gli altri. Sapersi figurare l’immagine di un gruppo che  permane al di là degli incontri episodici è una capacità che si acquisisce nell’evoluzione della psiche, nell’infanzia. Il bambino piccolo, senza un contatto fisico e visivo con la persona che ne ha cura, non mantiene la consapevolezza del fatto che comunque  ci sia  e si occupi di lui: quella persona  scompare. A questa condizione si ritorna nel caso di alcune malattie neurologiche. In questi casi gli altri con cui si hanno relazioni abituali profonde, quando scompaiono, ritornano nella massa indistinta intorno e, al riapparire, non vengono riconosciuti e bisogna ripetere le procedure di familiarizzazione, che partono dalla domanda  “Chi sei?” rivolta dalla persona malata al nuovo  apparso. La capacità di avere consapevolezza della permanenza del gruppo sociale anche quando fisicamente è nella fase di scioglimento è anche una conquista culturale: quando la si raggiunge si comincia a pensare alla società come un tutto che esprime anche sé stessi, nella quale si è integrati non solo come una galassia o rete alla quale si sia connessi dall'esterno. La relazione di integrazione  distingue la collettività familiare dalla relazione di connessione  che è tipica delle reti sociali telematiche. La permanenza di queste ultime, a differenza delle collettività di tipo familiare, dipende da chi le controlla.  La questione della permanenza  delle società è al centro di un’importante tema teologico che riguarda la natura della Chiesa secondo la nostra fede: sussiste solo al momento dell’incontro di un gruppo o anche nei momenti in  cui non si è episodicamente insieme? La teologia della nostra confessione è per la seconda alternativa e, in particolare, vi ha costruito sopra il dogma della presenza reale, che determina il particolare modo in cui ci comportiamo quando entriamo in una chiesa, che riteniamo  abitata  dal divino.
  Da un punto di vista sociologico e antropologico, i locali parrocchiali sono il luogo di incontri significativi secondo la nostra fede. Lì appariamo  gli uni agli altri per riconoscerci come gente di fede, partecipare a liturgie, approfondire la nostra conoscenza reciproca e sui temi della religione, programmare attività collettive. Nei locali parrocchiali si addensano  relazioni sociali, guidate  da consuetudini e rituali condivisi. Quando parliamo di Chiesa in uscita immaginiamo un gruppo di fedeli che  abiti  la Chiesa come ambiente sociale in quelle consuetudini di incontri e lo vorremmo capace di stabilire più ampie relazioni sociali, di estenderle incontrando  altre persone, che significa sempre  entrare  in altri ambienti sociali, dove relazioni sociali si addensano, altrove. In realtà ognuno di noi abita  più ambienti sociali, ciascuno con le sue consuetudini e i suoi riti sociali. Nessuno è mai veramente confinato in quella particolare sede di incontro che è la Chiesa. In un certo senso la Chiesa è già uscita, e, anzi, appare  nel convergere di individui sociali dall’esterno. Schematicamente immaginiamo una dinamica di movimento fisico, andare dall’interno all’esterno, ma in realtà lo scopo che si prefigge è di influire su altri ambienti sociali, lì dove le relazioni sociali si addensano sulla base di altre esigenze e ideologie. Ogni ambiente sociale è definito da una cultura particolare, intesa come insieme di costumi e linguaggi: il contatto interculturale richiede una struttura di mediazione. Il semplice apparire  agli altri in genere non basta. In passato, nel corso di una  missione  diocesana, si andò al Pratone a predicare la nostra fede a chi c’era, ma chi ascoltava rimase indifferente. In realtà, per come fu organizzato quell’incontro episodico, non ebbe voce, si limitò ad ascoltare non intendendo: si erano infatti saltate le procedure di  familiarizzazione che rendono possibile la mediazione culturale. E’ un errore che si commette spesso. Qualche giorno fa, alcuni giovani volontari di un’associazione caritativa religiosa  sono venuti a visitare mia madre, ospite di un pensionato e affetta da una grave encefalopatia, mentre io ero presente. Mia madre conserva capacità cognitive, ma bisogna avvicinarlesi in un certo modo, parlando a bassa voce e lentamente, con gesti lenti e soprattutto stabilendo un contatto fisico, ad esempio tenendole la mano o accarezzandole la testa. Quei volontari sono entrati tutti allegri parlandole festosamente ad alta voce e mostrandole dei doni che le portavano: caramelle, che mia madre non è più in grado di mangiare, un flacone di shampoo, che mia madre non è più in grado di usare. E, nel mostrarle quelle cose, non si sono resi conto che mia madre teneva gli occhi chiusi. La confusione l’angoscia. Ho provato a descrivere la situazione di mia madre ai nuovi venuti, ma loro agivano secondo uno schema prefissato, che evidentemente avevano intenzione di replicare con tutti gli anziani che andavano a visitare, senza tener conto della loro specifica condizione. Ho cercato anche di spiegare chi fosse mia madre e, in particolare, che si trattava di persona di fede molto profonda, che per vent’anni aveva vissuto da collaboratrice laica nella sede di un nuovo ordine religioso e del fatto che da giovane aveva partecipato, consapevole e attiva, a gruppi che avevano avuto un certa rilevanza nelle faccende pubbliche italiane. Ma l’ascoltare non rientrava nel protocollo di quei volenterosi. Il tempo, del resto, era poco. E poi si trattava di eventi del passato che qualche volta, benché poi non tanto lontani nel tempo, hanno per i più giovani la stessa consistenza delle guerre puniche. Mancando una struttura di mediazione culturale, l’incontro, in realtà, non c’è stato, anche se probabilmente quei volontari hanno immaginato di sì. E quello che probabilmente hanno pensato anche i predicatori del Pratone.
  La costruzione di una ideologia di mediazione culturale è essenziale per far sì che da incontri episodici si costruisca una società, un addensamento di relazioni sociali con carattere di stabilità e di tendenziale intensificazione. Su di esso poi potranno organizzarsi istituzioni che promuovano la stabilità e la coerenza dell’insieme. Senza quella struttura gli incontri, anche se realizzati in un contesto liturgico, rimangono poco o nulla significativi. Se si è costretti ad utilizzare i medesimi locali o servizi lo si fa con spirito  condominiale, nei limiti del contratto di condominio che costituisce sempre una transazione tra i propri appetiti e quelli degli altri,  in base alla quale, facendosi reciproche concessioni determinate dai reciproci rapporti di forza, si arriva a condividere ciò che si preferirebbe avere tutto per sé, costituendo gli altri solo un fastidioso inconveniente, per altro ineliminabile. Questa è l’allucinante situazione del condominio di varie confessioni religiose sulla basilica del Santo Sepolcro, a Gerusalemme, in Israele: la pace è sempre precaria e spesso, come si narra, scoppiano anche violente zuffe tra i sant’uomini che, con spirito condominiale, si occupano di quei luoghi. I cattolici e i protestanti, che storicamente sono arrivati dopo, contano poco. Complessivamente sono sei le confessioni cristiane partecipi dell’accordo di condominio sul luogo ritenuto sacro da tutte. Nonostante professino  la fede dell’amore, non riescono ad andare veramente d’accordo: manca una struttura di mediazione cultura valida e la teologia, in quel contesto, non aiuta perché serve a marcare le differenze, a dividere.
  Non dobbiamo attenderci che, poiché professiamo la religione dell’amore, si riesca a convivere pacificamente. Il Vangelo non basta. E nemmeno soccorrere gli altri, secondo lo schema dell’ospedale da campo. La metafora vale se vuole spingerci ad uscire da circoli chiusi di adepti per operare nella società di fuori. Ma non è detto che l’incontro di soccorso crei quelle relazioni sociali che costruiscono la società. Non funzionò ai tempi del Maestro. Come si legge nei Vangeli, le folle che accorsero a lui per essere guarite in definitiva non vennero stabilmente coinvolte, se non a seguito di un lavoro successivo di inculturazione. Mi ha sempre sorpreso infatti che, poco tempo dopo i festosi Osanna  al momento del suo ingresso a Gerusalemme, tanto fragorosi da far preoccupare le autorità sacerdotali,  il popolo convenuto davanti al palazzo di Pilato avesse poi scelto di salvare Barabba piuttosto che lui. Non era sicuramente tutto  il popolo, ma dov’erano gli altri?
 Certo, l’incontro personale  è essenziale per stabilire relazioni profonde. Le altre relazioni sono labili. Per conoscersi veramente, e per piacersi, ciò che è alla base della costruzione sociale, in particolare nel tempo della fondazione (che i sociologici assimilano all'innamoramento, quale sentimento di stato nascente), sono necessari incontri di prossimità, in cui ci si  possa vedere  e sentire, alla lettera, il calore reciproco. Questo dipende dalla nostra biologia e non ci possiamo fare nulla. Altri tipi di relazioni, come quelle telematiche, lasciano il tempo che trovano. La frequentazione reciproca è quindi molto importante e a questo servono gli ambienti parrocchiali. Nella delicata fase di  fondazione, come quella che stiamo vivendo in parrocchia, dovrebbe coinvolgere obbligatoriamente, sotto vincolo di obbedienza canonica, tutti coloro che, a qualsiasi titolo, pretendono di esercitare o  di fatto esercitano una qualche influenza sociale nell’ambiente sociale parrocchiale. Costoro dovrebbero  iniziare a fare vita comunitaria, con incontri più frequenti e prolungati, secondo una programmazione che compete al parroco quale luogotenente del vescovo. In questa consuetudine di incontri, in cui si realizzerà anche l’addomesticamento  reciproco, la  familiarizzazione, occorrerà ideare e sperimentare le strutture di mediazione che servono. Il Consiglio pastorale, per il peso eccessivo della sua struttura formale e per i suoi limitati compiti, non serve allo scopo. E’ divenuto inoltre pletorico, per ciò che ricordo, non si sa più bene chi abbia titolo a parteciparvi, e si riunisce troppo poco spesso. Quando ci si incontra, per come me ne raccontano, prevale lo spirito condominiale e questo fatalmente, perché si ha insufficiente consuetudine reciproca. La partecipazione a quel nuovo tipo di esperienza comunitaria dovrebbe essere condizione ineludibile per essere ammessi ad esercitare in parrocchia qualsiasi tipo di influenza sociale. In questo si seguirebbe l’esempio del Maestro con i primi apostoli, ai quali egli  spiegava  ciò che rimaneva oscuro per la cerchia più estesa di chi ascoltava. L’incontro ravvicinato è veicolo di mediazione culturale, anche se non basta, per sé, a produrla: essa va ideata e sperimentata per vedere se in che limiti funzioni, apportando su campo le opportune modifiche, imparando dall'esperienza fatta e non incaponendosi nel ripetere errori evidenti.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli