MESSA NELLA SOLENNITÀ DELL'EPIFANIA DEL SIGNORE
CAPELLA PAPALE
OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
Basilica Vaticana
Domenica, 6 gennaio 2019
Domenica, 6 gennaio 2019
Sintesi: [Il Signore] si rivela a tutte le
genti: ogni nazione, lingua e popolazione è da Lui accolta e amata. [Il Signore
si manifesta] non nel palazzo regale di Gerusalemme, ma in un’umile dimora a
Betlemme. La luce di Dio non va da chi splende di luce propria. È sempre grande
la tentazione di confondere la luce di Dio con le luci del mondo. Quante volte
abbiamo inseguito i seducenti bagliori del potere e della ribalta, convinti di
rendere un buon servizio al Vangelo! Solo chi lascia i propri attaccamenti
mondani per mettersi in cammino trova il mistero di Dio. Vale anche per noi. Quante volte poi, come
Chiesa, abbiamo provato a brillare di luce propria! Ma non siamo noi il sole dell’umanità.
Siamo la luna, che, pur con le sue ombre, riflette la luce vera, il
Signore. A Dio va dato il primo posto. Va adorato. Ma per farlo bisogna privare
sé stessi del primo posto e credersi bisognosi, non autosufficienti. Come
l’incenso per profumare deve bruciare, così per la preghiera occorre “bruciare”
un po’ di tempo, spenderlo per il Signore. Il Signore gradisce che ci prendiamo
cura dei corpi provati dalla sofferenza, della sua carne più debole, di chi è
rimasto indietro, di chi può solo ricevere senza dare nulla di materiale in
cambio. È preziosa agli occhi di Dio la misericordia verso chi non ha da
restituire, la gratuità!
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Epifania: la parola indica la manifestazione del Signore, il
quale, come dice san Paolo nella seconda Lettura (cfr Ef 3,6),
si rivela a tutte le genti, rappresentate oggi dai Magi. Si svela così la
bellissima realtà di Dio venuto per tutti: ogni nazione, lingua e popolazione è
da Lui accolta e amata. Simbolo di questo è la luce, che tutto raggiunge e
illumina.
Ora, se il nostro Dio si manifesta
per tutti, desta tuttavia sorpresa come si manifesta. Nel
Vangelo è narrato un via-vai attorno al palazzo del re Erode, proprio mentre
Gesù è presentato come re: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei?» (Mt 2,2),
domandano i Magi. Lo troveranno, ma non dove pensavano: non nel palazzo regale
di Gerusalemme, ma in un’umile dimora a Betlemme. Lo stesso paradosso emergeva
a Natale, quando il Vangelo parlava del censimento di tutta la terra ai tempi
dell’imperatore Augusto e del governatore Quirinio (cfr Lc 2,2).
Ma nessuno dei potenti di allora si rese conto che il Re della storia nasceva
al loro tempo. E ancora, quando Gesù, sui trent’anni, si manifesta pubblicamente,
precorso da Giovanni il Battista, il Vangelo offre un’altra solenne
presentazione del contesto, elencando tutti i “grandi” di allora, potere
secolare e spirituale: Tiberio Cesare, Ponzio Pilato, Erode, Filippo, Lisania,
i sommi sacerdoti Anna e Caifa. E conclude: «la Parola di Dio venne su Giovanni
nel deserto» (Lc 3,2). Dunque su nessuno dei grandi, ma su un uomo
che si era ritirato nel deserto. Ecco la sorpresa: Dio non sale alla ribalta
del mondo per manifestarsi.
Ascoltando quella lista di personaggi
illustri, potrebbe venire la tentazione di “girare le luci” su di loro.
Potremmo pensare: sarebbe stato meglio se la stella di Gesù fosse apparsa a
Roma sul colle Palatino, dal quale Augusto regnava sul mondo; tutto l’impero
sarebbe diventato subito cristiano. Oppure, se avesse illuminato il palazzo di
Erode, questi avrebbe potuto fare del bene, anziché del male. Ma la luce di Dio
non va da chi splende di luce propria. Dio si propone, non si impone; illumina,
ma non abbaglia. È sempre grande la tentazione di confondere la luce di Dio con
le luci del mondo. Quante volte abbiamo inseguito i seducenti bagliori del
potere e della ribalta, convinti di rendere un buon servizio al Vangelo! Ma
così abbiamo girato le luci dalla parte sbagliata, perché Dio non era lì. La
sua luce gentile risplende nell’amore umile. Quante volte poi, come Chiesa,
abbiamo provato a brillare di luce propria! Ma non siamo noi il sole dell’umanità.
Siamo la luna, che, pur con le sue ombre, riflette la luce vera, il
Signore. La Chiesa è il mysterium lunae e il Signore è la luce
del mondo (cfr Gv 9,5). Lui, non noi.
La luce di Dio va da chi la
accoglie. Isaia nella prima Lettura (cfr 60,2) ci ricorda che la luce divina
non impedisce alle tenebre e alle nebbie fitte di ricoprire la terra, ma
risplende in chi è disposto a riceverla. Perciò il profeta rivolge un invito,
che interpella ciascuno: «Àlzati, rivestiti di luce» (60,1). Occorre alzarsi,
cioè levarsi dalla propria sedentarietà e disporsi a camminare. Altrimenti si
rimane fermi, come gli scribi consultati da Erode, i quali sapevano bene
dov’era nato il Messia, ma non si mossero. E poi bisogna rivestirsi di Dio che
è la luce, ogni giorno, finché Gesù diventi il nostro abito quotidiano. Ma per
indossare l’abito di Dio, che è semplice come la luce, bisogna prima dismettere
i vestiti pomposi. Altrimenti si fa come Erode, che alla luce divina preferiva
le luci terrene del successo e del potere. I Magi, invece, realizzano la
profezia, si alzano per essere rivestiti di luce. Essi soli vedono la stella in
cielo: non gli scribi, non Erode, nessuno a Gerusalemme. Per trovare Gesù c’è
da impostare un itinerario diverso, c’è da prendere una via alternativa, la
sua, la via dell’amore umile. E c’è da mantenerla. Infatti, il Vangelo odierno
conclude dicendo che i Magi, incontrato Gesù, «per un’altra strada fecero
ritorno al loro paese» (Mt 2,12). Un’altra strada, diversa da
quella di Erode. Una via alternativa al mondo, come quella percorsa da quanti a
Natale stanno con Gesù: Maria e Giuseppe, i pastori. Essi, come i Magi, hanno
lasciato le loro dimore e sono diventati pellegrini sulle vie di Dio. Perché
solo chi lascia i propri attaccamenti mondani per mettersi in cammino trova il
mistero di Dio.
Vale anche per noi. Non basta
sapere dove Gesù è nato, come gli scribi, se non raggiungiamo quel dove.
Non basta sapere che Gesù è nato, come Erode, se non lo
incontriamo. Quando il suo dove diventa il nostro dove, il
suo quando il nostro quando, la sua persona la nostra vita,
allora le profezie si compiono in noi. Allora Gesù nasce dentro e diventa Dio
vivo per me. Oggi, fratelli e sorelle, siamo invitati a imitare i Magi.
Essi non discutono, no, camminano; non rimangono a guardare, ma entrano nella
casa di Gesù; non si mettono al centro, ma si prostrano a Lui, che è il centro;
non si fissano nei loro piani, ma si dispongono a prendere altre strade. Nei
loro gesti c’è un contatto stretto col Signore, un’apertura radicale a Lui, un
coinvolgimento totale in Lui. Con Lui utilizzano il linguaggio dell’amore, la
stessa lingua che Gesù, ancora infante, già parla. Infatti i Magi vanno dal
Signore non per ricevere, ma per donare. Ci chiediamo: a Natale abbiamo portato
qualche dono a Gesù, per la sua festa, o ci siamo scambiati regali solo tra di
noi?
Se siamo andati dal Signore a mani
vuote, oggi possiamo rimediare. Il Vangelo riporta infatti, per così dire, una
piccola lista-regali: oro, incenso e mirra. L’oro, ritenuto l’elemento
più prezioso, ricorda che a Dio va dato il primo posto. Va adorato. Ma per
farlo bisogna privare sé stessi del primo posto e credersi bisognosi, non
autosufficienti. Ecco allora l’incenso, a simboleggiare la relazione col
Signore, la preghiera, che come profumo sale a Dio (cfr Sal 141,2).
Ma, come l’incenso per profumare deve bruciare, così per la preghiera occorre
“bruciare” un po’ di tempo, spenderlo per il Signore. E farlo davvero, non solo
a parole. A proposito di fatti, ecco la mirra, unguento che verrà
utilizzato per avvolgere con amore il corpo di Gesù deposto dalla croce
(cfr Gv 19,39). Il Signore gradisce che ci prendiamo cura dei
corpi provati dalla sofferenza, della sua carne più debole, di chi è rimasto
indietro, di chi può solo ricevere senza dare nulla di materiale in cambio. È
preziosa agli occhi di Dio la misericordia verso chi non ha da restituire, la
gratuità! È preziosa agli occhi di Dio la gratuità. In questo tempo di Natale
che volge al termine, non perdiamo l’occasione per fare un bel regalo al nostro
Re, venuto per tutti non sui palcoscenici fastosi del mondo, ma nella povertà luminosa
di Betlemme. Se lo faremo, la sua luce risplenderà su di noi.