Nell’azione sociale
La dottrina sociale, come disciplina
teologica, non contiene molto di più di quello che si ricava dai brani biblici
che nei giorni scorsi ho proposto. L’Incarnazione, il comando “Amatevi come io
vi ho amato” e la rivelazione che il
Fondamento è agàpe dicono tutto. Non ci
sono i complicati ghirigori concettuali
che hanno travagliato le nostre comunità di fede dalle origini su altri temi
teologici. C’è da dire che tutto è semplificato per il fatto, che, a differenza di
altre affermazioni teologiche su realtà spirituali e come tali invisibili, l’amore è suscettibile di verifica sperimentale. Tutti
possono facilmente constatare come si ama e chi
si ama. Tuttavia i problemi sorgono
nell’attuazione pratica dei principi, nell’azione sociale.
Le società sono costituite da un sistema di relazioni tra gruppi che a
volte si scontrano ed altre si alleano, e trovano sempre buoni motivi per fare
l’una o l’altra cosa o entrambe contemporaneamente. Il governo sociale richiede
di decidere chi comanda. In natura, tra gli animali sociali, comanda il più
forte e più o meno così va anche nelle società umane. Ci si è anche organizzati, tuttavia, per porre dei limiti all’arbitrio dei più forti, cercando di essere più forti tutti
insieme: questo è l’obiettivo delle democrazie. Di solito chi comanda è
insofferente di questi limiti e cerca di
giustificare il suo potere sostenendo che le masse, collettivamente e
individualmente, non capiscono che c’è da fare e non sanno nemmeno farlo: sono
come figli piccoli o pecore di un gregge. C’è bisogno di un padre o di un pastore per guidarle per il giusto cammino. Non a caso
i nostri capi religiosi del clero si attribuiscono il titolo di padri e di pastori.
Eppure è esperienza costante che un potere illimitato prima o poi si corrompe,
che è quando diventa incoerente con gli stessi principi con i quali ha
giustificato il suo dominio.
Di solito le società appaiono poco amorevoli, questo significa che hanno
bisogno di riforma, se all’amore si dà valore. Agàpe significa realizzare società in cui nessuno sia escluso e che siano caratterizzate da una certa benevolenza. Come ci si può riuscire? Di
solito si comincia provando e riprovando. Poi ci si pensa su, valutando i
risultati dell’esperienza. Ad un certo punto, quando si pensa di aver trovato
una soluzione valida, si costruiscono regole per replicarla. Ma le società
evolvono, cambiano di generazione in generazione e secondo le difficoltà e
opportunità che incontrano. Questo richiede di mettere in conto un’azione
costante di riforma. Quest’ultima di solito non è gradita a chi sta più in alto
ed è arrivato lì sfruttando le
opportunità offerte dal sistema che si vorrebbe riformare. Cerca di contrastare
quelle riforme che metterebbero in questione il suo potere. Ha quindi un
atteggiamento conservatore. Se scalzato, vorrebbe tornare indietro, e diventa
reazionario. Il riformatore, quando non è reazionario, guarda avanti, a ciò che
ancora non c’è ma che vorrebbe realizzare perché migliore, e ha quindi un
atteggiamento progressista. Ciascuno, in concreto, sceglie sempre una di queste
posizioni. Qual è quella giusta, secondo la legge dell’amore-agàpe? La dottrina
sociale moderna ha proposto varie soluzioni, anche contraddittorie nel tempo. Ad
esempio prima ha contrastato la democrazia e poi l’ha dichiarata un’esperienza
politica valida. Prima ha assunto dal liberalismo, che pure contrastava sotto
altri aspetti, l’esigenza di tutela assoluta della proprietà privata e poi è
tornata sui suoi passi riscoprendo l’antica dottrina che la vuole condizionata
dalla funzione sociale, venendo sospettata di socialismo. Questo pluralismo di
soluzioni disturba i teologi, che vorrebbero fare ordine, e li spinge ad
idealizzare il modello della famiglia, come società caratterizzata
da autorità naturali quali quelle dei genitori, poco inclini a lasciarsi mettere in questione, anche se esso è veramente poco
considerato negli scritti biblici derivati dalle nostra prime comunità. In
queste ultime non appare molto evidente la centralità del modello familiare.
Che fine ha fatto, ad esempio, la moglie dell’apostolo Pietro, che si ritiene
essere stato sposato in quanto, secondo le scritture, dotato di una suocera? Non viene precisato. L’avrà
portata a Roma, avrà avuto anche dei figli da lei? Non si sa. Così come non è scritto
nulla della vita di Giuseppe, che svolse il ruolo di padre del Maestro, dopo l’episodio
del ritrovamento del figlio ragazzino tra
i dottori del Tempio in
Gerusalemme.
In realtà, nell’azione sociale ispirata dalla fede vi è molto spazio all’inventiva
e al lavoro pratico di tutti, e questo fin da molto piccoli, da quando,
trovandosi da bambini con coetanei, si organizza il primo gioco comune. Non vi è un modello valido
dovunque e in ogni tempo. E ogni modello presenta delle controindicazioni, che
è quando genera sofferenza ed esclusione, contrastando lo spirito dell’amore - agàpe. I riformatori allora si mettono all’opera
per cambiarlo, ma in genere non sono d’accordo su come procedere e devono
raggiungere, per assicurarsi il consenso e la collaborazione più vasti, delle
intese, spiegandosi con gli altri. Questo è il dialogo. Ma si discute anche con
quelli che fanno resistenza al cambiamento, almeno fino a quando le posizioni
diventino inconciliabili e si passi a vie di fatto. Quest’ultima soluzione è
ammissibile per innamorati dell’amore? Appare contraddittoria. Eppure talvolta
la si ritiene giustificata quando l’alternativa sia subire prepotenze. In
religione, un antico principio afferma che nessuna autorità può pretendere
obbedienza se contrasta la legge morale e anche che in quel caso la resistenza è addirittura doverosa. Eccolo esposto in un
brano della Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo La gioia e la speranza - Gaudium et spes,
del Concilio Vaticano 2° (1962-1965):
«4. Natura e fine della
comunità politica
[…]È dunque evidente che la
comunità politica e l'autorità pubblica hanno il loro fondamento nella natura
umana e perciò appartengono all'ordine fissato da Dio, anche se la
determinazione dei regimi politici e la designazione dei governanti sono
lasciate alla libera decisione dei cittadini.
Ne segue parimenti che
l'esercizio dell'autorità politica, sia da parte della comunità come tale, sia
da parte degli organismi che rappresentano lo Stato, deve sempre svolgersi
nell'ambito dell'ordine morale, per il conseguimento del bene comune (ma
concepito in forma dinamica), secondo le norme di un ordine giuridico già
definito o da definire. Allora i cittadini sono obbligati in coscienza ad
obbedire. Da ciò risulta chiaramente la responsabilità, la dignità e
l’importanza del ruolo di coloro che governano.
Dove i cittadini sono oppressi da un'autorità pubblica che va al
di là delle sue competenze, essi non rifiutino ciò che è oggettivamente
richiesto dal bene comune; sia però lecito difendere i diritti propri e dei
concittadini contro gli abusi dell'autorità, nel rispetto dei limiti dettati
dalla legge naturale e dal Vangelo. »
Tuttavia l’autorità religiosa non ammette quel
modo di procedere riguardo a se stessa e proclama via di santità obbedirle
anche quando i comandi che dà siano palesemente ingiusti. Per questa via è
stato storicamente umiliato nei popoli di fede lo spirito profetico, che
richiama all’azione sociale di riforma nello
spirito dell’agàpe. Lo spirito di riforma religiosa secondo l’agàpe permea il messaggio evangelico, chiamando i primi seguaci (ma anche noi, oggi) alla conversione anche qualora questo li avesse portati contro autorità
pubbliche che agivano in altro spirito. Questo appunto determinò i problemi che
le nostre prime comunità ebbero con l’antico ebraismo degli inizi e con varie
altre autorità pubbliche, fino a quando,
da Quarto secolo, il cristianesimo divenne ideologia di stato e si fece anche
conservatore.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli