venerdì 28 dicembre 2018

Nell’azione sociale


Nell’azione sociale

 La dottrina sociale, come disciplina teologica, non contiene molto di più di quello che si ricava dai brani biblici che nei giorni scorsi ho proposto. L’Incarnazione, il comando “Amatevi come io vi ho amato”  e la rivelazione che il Fondamento è agàpe dicono tutto. Non ci sono i complicati ghirigori  concettuali che hanno travagliato le nostre comunità di fede dalle origini su altri temi teologici. C’è da dire che tutto è semplificato per il fatto, che, a differenza di altre affermazioni teologiche su realtà spirituali e come tali invisibili, l’amore   è suscettibile di verifica sperimentale. Tutti possono facilmente constatare come  si ama e chi  si ama. Tuttavia i problemi sorgono nell’attuazione pratica dei principi, nell’azione sociale.
  Le società sono costituite da un sistema di relazioni tra gruppi che a volte si scontrano ed altre si alleano, e trovano sempre buoni motivi per fare l’una o l’altra cosa o entrambe contemporaneamente. Il governo sociale richiede di decidere chi comanda. In natura, tra gli animali sociali, comanda il più forte e più o meno così va anche nelle società umane.  Ci si è anche organizzati, tuttavia, per  porre dei limiti all’arbitrio dei più forti, cercando di essere più forti tutti insieme: questo è l’obiettivo delle democrazie. Di solito chi comanda è insofferente di questi limiti  e cerca di giustificare il suo potere sostenendo che le masse, collettivamente e individualmente, non capiscono che c’è da fare e non sanno nemmeno farlo: sono come figli piccoli o pecore di un gregge. C’è bisogno di un padre o di un  pastore  per guidarle per il giusto cammino. Non a caso i nostri capi religiosi del clero si attribuiscono il titolo di padri  e di pastori. Eppure è esperienza costante che un potere illimitato prima o poi si corrompe, che è quando diventa incoerente con gli stessi principi con i quali ha giustificato il suo dominio.
  Di solito le società appaiono poco amorevoli, questo significa che hanno bisogno di riforma, se all’amore si dà valore. Agàpe significa realizzare società in cui nessuno sia escluso e che siano caratterizzate da una certa benevolenza. Come ci si può riuscire? Di solito si comincia provando e riprovando. Poi ci si pensa su, valutando i risultati dell’esperienza. Ad un certo punto, quando si pensa di aver trovato una soluzione valida, si costruiscono regole per replicarla. Ma le società evolvono, cambiano di generazione in generazione e secondo le difficoltà e opportunità che incontrano. Questo richiede di mettere in conto un’azione costante di riforma. Quest’ultima di solito non è gradita a chi sta più in alto ed  è arrivato lì sfruttando le opportunità offerte dal sistema che si vorrebbe riformare. Cerca di contrastare quelle riforme che metterebbero in questione il suo potere. Ha quindi un atteggiamento conservatore. Se scalzato, vorrebbe tornare indietro, e diventa reazionario. Il riformatore, quando non è reazionario, guarda avanti, a ciò che ancora non c’è ma che vorrebbe realizzare perché migliore, e ha quindi un atteggiamento progressista. Ciascuno, in concreto, sceglie sempre una di queste posizioni. Qual è quella giusta, secondo la legge dell’amore-agàpe? La dottrina sociale moderna ha proposto varie soluzioni, anche contraddittorie nel tempo. Ad esempio prima ha contrastato la democrazia e poi l’ha dichiarata un’esperienza politica valida. Prima ha assunto dal liberalismo, che pure contrastava sotto altri aspetti, l’esigenza di tutela assoluta della proprietà privata e poi è tornata sui suoi passi riscoprendo l’antica dottrina che la vuole condizionata dalla funzione sociale, venendo sospettata di socialismo. Questo pluralismo di soluzioni disturba i teologi, che vorrebbero fare ordine, e li spinge ad idealizzare il modello della  famiglia, come società  caratterizzata da autorità naturali  quali quelle dei genitori, poco inclini a lasciarsi mettere in questione, anche se esso è veramente poco considerato negli scritti biblici derivati dalle nostra prime comunità. In queste ultime non appare molto evidente la centralità del modello familiare. Che fine ha fatto, ad esempio, la moglie dell’apostolo Pietro, che si ritiene essere stato sposato in quanto, secondo le scritture,  dotato di una suocera? Non viene precisato. L’avrà portata a Roma, avrà avuto anche dei figli da lei? Non si sa. Così come non è scritto nulla della vita di Giuseppe, che svolse il ruolo di padre del Maestro, dopo l’episodio del ritrovamento del figlio ragazzino tra  i dottori del Tempio in Gerusalemme.  
  In realtà, nell’azione sociale ispirata dalla fede vi è molto spazio all’inventiva e al lavoro pratico di tutti, e questo fin da molto piccoli, da quando, trovandosi da bambini con coetanei, si organizza il primo  gioco comune. Non vi è un modello valido dovunque e in ogni tempo. E ogni modello presenta delle controindicazioni, che è quando genera sofferenza ed esclusione, contrastando lo  spirito dell’amore  - agàpe. I riformatori allora si mettono all’opera per cambiarlo, ma in genere non sono d’accordo su come procedere e devono raggiungere, per assicurarsi il consenso e la collaborazione più vasti, delle intese, spiegandosi con gli altri. Questo è il dialogo. Ma si discute anche con quelli che fanno resistenza al cambiamento, almeno fino a quando le posizioni diventino inconciliabili e si passi a vie di fatto. Quest’ultima soluzione è ammissibile per innamorati dell’amore? Appare contraddittoria. Eppure talvolta la si ritiene giustificata quando l’alternativa sia subire prepotenze. In religione, un antico principio afferma che nessuna autorità può pretendere obbedienza se contrasta la legge morale e anche che in quel caso  la resistenza   è addirittura doverosa. Eccolo esposto in un brano della Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo La gioia e la speranza - Gaudium et spes, del Concilio Vaticano 2° (1962-1965):

«4. Natura e fine della comunità politica
 […]È dunque evidente che la comunità politica e l'autorità pubblica hanno il loro fondamento nella natura umana e perciò appartengono all'ordine fissato da Dio, anche se la determinazione dei regimi politici e la designazione dei governanti sono lasciate alla libera decisione dei cittadini.
  Ne segue parimenti che l'esercizio dell'autorità politica, sia da parte della comunità come tale, sia da parte degli organismi che rappresentano lo Stato, deve sempre svolgersi nell'ambito dell'ordine morale, per il conseguimento del bene comune (ma concepito in forma dinamica), secondo le norme di un ordine giuridico già definito o da definire. Allora i cittadini sono obbligati in coscienza ad obbedire. Da ciò risulta chiaramente la responsabilità, la dignità e l’importanza del ruolo di coloro che governano.
  Dove i cittadini sono oppressi da un'autorità pubblica che va al di là delle sue competenze, essi non rifiutino ciò che è oggettivamente richiesto dal bene comune; sia però lecito difendere i diritti propri e dei concittadini contro gli abusi dell'autorità, nel rispetto dei limiti dettati dalla legge naturale e dal Vangelo.»

  Tuttavia l’autorità religiosa non ammette quel modo di procedere riguardo a se stessa e proclama via di santità obbedirle anche quando i comandi che dà siano palesemente ingiusti. Per questa via è stato storicamente umiliato nei popoli di fede lo spirito profetico, che richiama all’azione sociale  di riforma nello spirito dell’agàpe.  Lo spirito di riforma religiosa secondo l’agàpe  permea il messaggio evangelico, chiamando i  primi seguaci (ma anche noi, oggi)  alla conversione anche qualora questo li avesse portati contro autorità pubbliche che agivano in altro spirito. Questo appunto determinò i problemi che le nostre prime comunità ebbero con l’antico ebraismo degli inizi e con varie altre autorità pubbliche, fino  a quando, da Quarto secolo, il cristianesimo divenne ideologia di stato e si fece anche conservatore.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli