Costruzione
di una comunità
La
dottrina sociale ci propone l’obiettivo di far emergere la realtà che tutti gli
esseri umani sono una sola famiglia a livello planetario e ci spiega anche
perché lo sono, poi ci lascia lì. Certo, prende poi atto di ciò che si fa e ci
dice se va bene o non va bene, ma, per il resto, bisogna fare da
soli. E la prima cosa di cui ci si avvede, facendolo, è che, sì, una
certa aria di famiglia c’è, ma non molto di più. Ognuno
vive come incapsulato nelle società di riferimento che gli
dicono chi è e che cosa deve fare. Le società poi, in genere, si
estenuano nello sforzo di stabilire chi è dentro e chi è fuori, chi ne fa parte
e chi non. Tra loro, in genere, non si amano perché hanno quasi sempre antiche
questioni controverse non risolte. Si aggregano prevalentemente quando si
tratta di fronteggiare un nemico comune. E riducono a malpartito i profeti.
La
nostra Chiesa, come fatto sociale, non è differente dalle altre
società, si conduce più o meno nel modo che ho descritto. Eppure è
la fonte della teologia che indica nell’intera umanità un’unica famiglia. Ma
essa stessa non vive come un’unica famiglia. Questo significa che è bisognosa
di riforma, se si vuole prendere sul serio quella sua dottrina. Un’esperienza
spettacolare di questo tipo fu vissuta dai saggi riuniti a Roma, tra il 1962 e
il 1965, nel Concilio Vaticano 2°. Vissero realmente, nelle sessioni del
Concilio, come una specie di famiglia a livello mondiale, in cui si litiga
anche, ma poi ci si vuole bene e questo prevale su tutto. Giunsero quindi a
deliberare quella dottrina, proponendola a tutti i fedeli come normativa. Non
dimentichiamoci, infatti, che tutti i documenti approvati in un Concilio sono
leggi. Si trattò di una riforma deliberata dall’alto alla quale seguirono
effettivamente nelle realtà di base esperienze simili. Dal 1970 si cominciò a
cambiare il modo di fare formazione religiosa, stabilendo nuovi principi e
metodi. Si produsse tuttavia una tale effervescenza sociale che, ad un
certo punto, nel tentativo di fare ordine, si decise di bloccare tutto. E non
si era neanche veramente incominciato il lavoro fuori degli
ambienti religiosi.
Una
ricerca svolta anni fa dal sociologo Franco Garelli ed esposta nel
libro Religione all’Italiana. L’anima del Paese messa a nudo, Il
Mulino 2011, ha evidenziato che la maggioranza degli italiani rimane esposta
all’influsso degli ambienti religiosi, in particolare in attività formative, solo per un periodo di 5-7 anni
nell’infanzia e nell’adolescenza. Oltre i ventiquattro anni lo è
solo l’11 % circa della popolazione, in prevalenza donne (le donne che vanno a
Messa regolarmente sono circa tre volte gli uomini). Le nuove idee del Concilio
penetrarono quindi fondamentalmente, tra i non addetti ai lavori, in chi
ebbe la ventura di essere adolescente negli anni ’70, cominciava quindi in
quegli anni a partecipare consapevolmente alla società e ricevette la prima
formazione religiosa secondo i nuovi principi. Io, ad esempio, sono tra questi.
Negli anni successivi, per questa fascia di popolazione quell’esperienza diventò
un ricordo sempre più lontano e sbiadito. Dagli anni ’80 ai giovani e meno
giovani fu proposto essenzialmente un neo-papismo centrato sulla figura
carismatica di san Karol Wojtyla, regnante in religione come Giovanni Paolo 2°
dal 1978 al 2005. L’associazionismo laicale fu rimodellato, pretendendo il
silenzio dalle voci più critiche. Si propose una stile detto sinodale che
significava, fondamentalmente, discutere, sì, ma poi convergere sulla linea
deliberata da coloro che in in un ambiente concepito come famigliare si erano
attribuiti il ruolo di padri.
Questa
evoluzione che ho descritto è all’origine dei nostri attuali problemi
comunitari, che si sono fatti molto più gravi di fronte al riemergere, in
Europa e anche in Italia, di tendenze francamente razziste e nazionaliste su
base razziale, secondo le quali le persone non fanno parte di un’unica
famiglia, ma appartengono a razze diverse, vale a dire a
tipi umani naturali connotati da caratteristiche fisiche
evidenti come il colore della pelle o la forma del viso, e ci sono razze superiori e inferiori,
quella propria essendo naturalmente superiore e non meritevole
di essere contaminata da quelle inferiori. Si tratta di una
convinzione religiosa, vale a dire fondata su
un’intuizione emotiva e resistente a qualsiasi argomentazione razionale, e in
particolare scientifica, secondo la quale le razze non
esistono, sono un prodotto ideologico, perché biologicamente tutti gli esseri
umani sono identici, a parte una quota genetica infima. Dal punto di vista
della nostra fede si tratta di una religione empia, perché contrastante, oltre
che con la ragione, anche con nostre convinzioni teologiche fondamentali e
normative, come tali obbligatorie. In parole povere: il
razzismo è un peccato molto grave, di quelli che vengono
definiti mortali, per rendere appunto l'idea di quanto pesano sulla
salute dell'anima.
Quindi,
insomma, siamo un po’ ancora al punto di partenza nel lavoro di costruire nuove
comunità in linea con la convinzione dell’umanità come una sola famiglia. Per
la verità, sono proprio le parrocchie gli ambienti sociali che sono più avanti
in questo lavoro, e questo ci conforta. Lo attesta quella ricerca sociologica
che ho citato. Ma sono anche ambienti che non solo non sono più molto
frequentati, ma soprattutto, quando lo sono, lo sono per troppo poco
tempo (quante stanze vuote per gran parte del giorno!).
In sostanza, si inserisce la parrocchia in un’agenda dove ci possono
essere il corso di lingue, quello di musica, la palestra, lo yoga,
nel quadro del tempo libero dal lavoro. Questo comporta che ci si frequenta
poco, e, frequentandosi poco, ci si conosce poco e, conoscendosi poco, si fa
fatica ad intendersi e a capire l’utilità reciproca dell’incontro
personale. Rimaniamo sempre ad un livello di conoscenza superficiale, salvo che
nei gruppi più ristretti che sono l’analogo di un corso di qualche cosa o di una
classe scolastica. Lì ci si vede per poco tempo, sì, ma ci si vede in pochi e
questo consente rapporti più intensi, se non altro nei tempi morti tra un’attività
e l’altra. Come superare questa situazione? Nella formazione dei preti c’è
anche la dinamica di gruppo, che è quella disciplina pratica, derivata dalla
psicologia, che insegna come animare un gruppo,
coinvolgendone i membri. Avere una animatore, che qualche
volta funge per così dire da rianimatore, serve, certo, ma non basta.
Innanzi tutto perché avendo un animatore se ne diventa
dipendenti e i preti-animatori delle parrocchie non possono rimanerlo molto a
lungo, perché, lo sappiamo, sono tra noi per un po’, poi vanno altrove, dove li
mandano i loro superiori, e non ci si può fare nulla, dal momento che in quella
decisione il popolo non conta nulla. E poi perché, per il lavoro che si deve
fare, occorre lavorare in molti insieme: si tratta infatti di cambiare un modo
collettivo di pensare e di vivere e questo è possibile solo quando si è attivi in
tanti. I più, secondo i sociologi, si sentono religiosi per
avere respirato religione negli ambienti sociali di origine,
ma non solo non sono attivi ma nemmeno immaginano come fare
per esserlo, semplicemente perché nessuno glielo ha insegnato. Infatti hanno
lasciato gli ambienti religiosi più o meno alla fine delle superiori
e non hanno mai iniziato ad affrancarsi dagli animatori e
ad animarsi da sé. Si tratta poi di quelli che vanno in un
certo gruppo perché c’è il prete simpatico.
Mario Ardigò
- Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli