sabato 29 dicembre 2018

Costruzione di una comunità


Costruzione di una comunità

 La dottrina sociale ci propone l’obiettivo di far emergere la realtà che tutti gli esseri umani sono una sola famiglia a livello planetario e ci spiega anche perché lo sono, poi ci lascia lì. Certo, prende poi atto di ciò che si fa e ci dice se va bene  o non va bene, ma, per il resto, bisogna fare da soli. E la prima cosa di cui ci si avvede, facendolo, è che, sì, una certa aria di famiglia  c’è, ma non molto di più. Ognuno vive come incapsulato nelle società di riferimento che gli dicono  chi è e che cosa deve fare. Le società poi, in genere, si estenuano nello sforzo di stabilire chi è dentro e chi è fuori, chi ne fa parte e chi non. Tra loro, in genere, non si amano perché hanno quasi sempre antiche questioni controverse non risolte. Si aggregano prevalentemente quando si tratta di fronteggiare un nemico comune. E riducono a malpartito i profeti.
  La nostra Chiesa, come fatto sociale, non  è differente dalle altre società, si conduce più  o meno nel modo che ho descritto. Eppure è la fonte della teologia che indica nell’intera umanità un’unica famiglia. Ma essa stessa non vive come un’unica famiglia. Questo significa che è bisognosa di riforma, se si vuole prendere sul serio quella sua dottrina. Un’esperienza spettacolare di questo tipo fu vissuta dai saggi riuniti a Roma, tra il 1962 e il 1965, nel Concilio Vaticano 2°. Vissero realmente, nelle sessioni del Concilio, come una specie di famiglia a livello mondiale, in cui si litiga anche, ma poi ci si vuole bene e questo prevale su tutto. Giunsero quindi a deliberare quella dottrina, proponendola a tutti i fedeli come normativa. Non dimentichiamoci, infatti, che tutti i documenti approvati in un Concilio sono leggi. Si  trattò di una riforma deliberata dall’alto alla quale seguirono effettivamente nelle realtà di base esperienze simili. Dal 1970 si cominciò a cambiare il modo di fare formazione religiosa, stabilendo nuovi principi e metodi. Si produsse tuttavia una tale effervescenza sociale che, ad un certo punto, nel tentativo di fare ordine, si decise di bloccare tutto. E non si era neanche veramente incominciato il lavoro fuori  degli ambienti religiosi.
 Una ricerca svolta anni fa dal sociologo Franco Garelli ed esposta  nel libro Religione all’Italiana. L’anima del Paese messa a nudo, Il Mulino 2011, ha evidenziato che la maggioranza degli italiani rimane esposta all’influsso  degli ambienti religiosi, in particolare in attività formative,  solo per un periodo di 5-7 anni nell’infanzia  e nell’adolescenza. Oltre i ventiquattro anni lo è solo l’11 % circa della popolazione, in prevalenza donne (le donne che vanno a Messa regolarmente sono circa tre volte gli uomini). Le nuove idee del Concilio penetrarono quindi fondamentalmente, tra i non addetti ai lavori,  in chi ebbe la ventura di essere adolescente negli anni ’70, cominciava quindi in quegli anni a partecipare consapevolmente alla società e ricevette la prima formazione religiosa secondo i nuovi principi. Io, ad esempio, sono tra questi. Negli anni successivi, per questa fascia di popolazione quell’esperienza diventò un ricordo sempre più lontano e sbiadito. Dagli anni ’80 ai giovani e meno giovani fu proposto essenzialmente un neo-papismo centrato sulla figura carismatica di san Karol Wojtyla, regnante in religione come Giovanni Paolo 2° dal 1978 al 2005. L’associazionismo laicale fu rimodellato, pretendendo il silenzio dalle voci più critiche. Si propose una stile detto sinodale  che significava, fondamentalmente, discutere, sì, ma poi convergere sulla linea deliberata da coloro che in in un ambiente concepito come famigliare si erano attribuiti il ruolo di padri.
  Questa evoluzione che ho descritto è all’origine dei nostri attuali problemi comunitari, che si sono fatti molto più gravi di fronte al riemergere, in Europa e anche in Italia, di tendenze francamente razziste e nazionaliste su base razziale, secondo le quali le persone non fanno parte di un’unica famiglia, ma appartengono a razze diverse, vale a dire a tipi umani naturali  connotati da caratteristiche fisiche evidenti come il colore della pelle o la forma del viso, e ci sono razze superiori  e inferiori, quella propria essendo naturalmente superiore  e non meritevole di essere contaminata da quelle inferiori. Si tratta di una convinzione  religiosa,  vale a dire fondata su un’intuizione emotiva e resistente a qualsiasi argomentazione razionale, e in particolare scientifica, secondo la quale le razze  non esistono, sono un prodotto ideologico, perché biologicamente tutti gli esseri umani sono identici, a parte una quota genetica infima. Dal punto di vista della nostra fede si tratta di una religione empia, perché contrastante, oltre che con la ragione, anche con nostre convinzioni teologiche fondamentali e normative, come tali obbligatorie. In parole povere: il razzismo è un peccato molto grave, di quelli che vengono definiti mortali, per rendere appunto l'idea di quanto pesano sulla salute dell'anima.
  Quindi, insomma, siamo un po’ ancora al punto di partenza nel lavoro di costruire nuove comunità in linea con la convinzione dell’umanità come una sola famiglia.  Per la verità, sono proprio le parrocchie gli ambienti sociali che sono più avanti in questo lavoro, e questo ci conforta. Lo attesta quella ricerca sociologica che ho citato. Ma sono anche ambienti che non solo non sono più molto frequentati, ma soprattutto, quando lo sono, lo sono per troppo poco tempo (quante stanze vuote per gran parte del giorno!). In  sostanza, si inserisce la parrocchia in un’agenda dove ci possono essere il corso di lingue, quello  di musica, la palestra, lo yoga, nel quadro del tempo libero dal lavoro. Questo comporta che ci si frequenta poco, e, frequentandosi poco, ci si conosce poco e, conoscendosi poco, si fa fatica ad intendersi e  a capire l’utilità reciproca dell’incontro personale. Rimaniamo sempre ad un livello di conoscenza superficiale, salvo che nei gruppi più ristretti che sono l’analogo di un corso di qualche cosa o di una classe scolastica. Lì ci si vede per poco tempo, sì, ma ci si vede in pochi e questo consente rapporti più intensi, se non altro nei tempi morti tra un’attività e l’altra. Come superare questa situazione? Nella formazione dei preti c’è anche la dinamica di gruppo, che è quella disciplina pratica, derivata dalla psicologia, che insegna come animare  un gruppo, coinvolgendone i membri. Avere una animatore,  che qualche volta funge per così dire da rianimatore, serve, certo, ma non basta. Innanzi tutto perché avendo un  animatore se ne diventa dipendenti e i preti-animatori delle parrocchie non possono rimanerlo molto a lungo, perché, lo sappiamo, sono tra noi per un po’, poi vanno altrove, dove li mandano i loro superiori, e non ci si può fare nulla, dal momento che in quella decisione il popolo non conta nulla. E poi perché, per il lavoro che si deve fare, occorre lavorare in molti insieme:  si tratta infatti di cambiare un modo collettivo di pensare e di vivere e questo è possibile solo quando si è attivi in tanti. I più, secondo i sociologi, si sentono  religiosi per avere respirato  religione negli ambienti sociali di origine, ma non solo non sono attivi ma nemmeno immaginano come fare per esserlo, semplicemente perché nessuno glielo ha insegnato. Infatti hanno lasciato gli ambienti religiosi  più o meno alla fine delle superiori e non hanno mai iniziato ad affrancarsi dagli  animatori  e ad animarsi da sé. Si tratta poi di quelli che vanno in un certo gruppo perché c’è il prete simpatico.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli