Il
Vangelo della gioia
[da: STIFTER Adalbert,
Un uomo solo, [1° ed.1845], editore
SE, 2006]
[…]
Non molto tempo dopo il suo ritorno, Victor si inginocchiò
con Hanna all’altare del patto eterno […]
Lo zio, malgrado le preghiere di Victor, recatosi in persona da lui, non
aveva partecipato alle nozze. Se ne rimase solitario nella sua isola, poiché,
come aveva già detto in un’altra circostanza, tutto era venuto troppo tardi, né
poteva ritrovare quello che era perduto.
Volendo riferire a lui l’apologo del fico sterile, si potrebbe forse
aggiungere: “Il giardiniere benigno e indulgente non lo getta sul fuoco, ma ad ogni primavera
guarda l’inutile fogliame e lascia che verdeggi, sin che le foglie scemano di
anno in anno e da ultimo si protendono
soltanto i rami spogli e secchi. Allora l’albero vien sradicato dall’orto
e del terreno suo si fa un uso diverso. Ma le altre piante continuano a fiorire
e a prosperare e nessuna può dire d’essere germogliata dai suoi semi e di
recare un giorno frutti simili ai suoi”. Intano il sole continua a irraggiare,
il cielo passa col suo azzurro sorriso da un millennio all’altro, la terra si
riveste dell’antica verzura e le generazioni si succedono in lunga catena sino
all’ultimo pargolo: ma quell’uomo è da tutte escluso, giacché la sua esistenza
non ha lasciata alcuna impronta e i suoi germogli non si immergono nella
fiumana del tempo. Se anche ha lasciato tracce, queste si cancellano, come si
cancella tutto quel che è terreno, e quando infine ogni cosa sprofonda nell’oceano
dei tempi, anche la realtà più grande e più gioiosa, egli vien travolto prima
degli altri, poiché per lui già tutto s’inabissa mentre ancora vive e respira.»
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Trasmettere la vita biologica è molto semplice, tanto che, quando è più
facile riuscirci, da giovani, quasi non ci si pensa. Trasmettere una cultura, e
quindi anche una religione, e soprattutto la fede che vi è contenuta, è molto,
molto più difficile, perché richiede un dialogo tra le generazioni che si
succedono. I giovani per natura vi sono poco disposti, gli anziani ne sono poco
capaci, perché pretendono rispetto per la loro autorità e vorrebbero improntare
di sé i più giovani. Lo sanno bene i genitori, che sono gli adulti che hanno
più occasioni di parlare con i più giovani venendo ascoltati.
Quando trasmettiamo la vita, non trasmettiamo noi stessi, anche se ci
illudiamo di farlo. Adempiamo un comando di natura e di quest’ultima siamo
semplici strumenti biologici. Ciò che passa non ci appartiene, ma appartiene
alla nostra specie. I nuovi viventi che derivano biologicamente da noi non ci
amano come noi ci amiamo. E noi non siamo importanti per loro come lo siamo per
noi stessi.
Nella trasmissione della cultura è diverso:
effettivamente ciò che passa ci appartiene, perché non passa tale e quale come
l’abbiamo ricevuto, ma vi abbiamo influito in misura più o meno grande. Questa
è la tradizione. Non è legata alla
generazione biologica, anche se funziona quando, ad un certo punto, chi riceve
assume un atteggiamento filiale. Infatti non si tramanda se non ciò che si ama.
La tradizione può essere vista come un peso, quello di un passato che
cerca di dominarci, ma anche come un impegno, quando si sente il dovere di
parteciparvi e, infine, come un anelito, nell’amore per ciò che si tramanda e
si vorrebbe non andasse perso. Religiosamente confidiamo che nulla vada perso
di ciò che ha meritato il nostro amore. Che quindi la tradizione non dipenda
dalle sole nostre forze, e tanto meno dalla nostra biologia che fatalmente cede
al tempo. Confidiamo che la nostra esistenza sia inserita in un fluire dell’amore
fin dalle origini, che spira verso il compimento beato, alla fine dei tempi,
attratto da esso. Questa consapevolezza, una volta raggiunta, ci appaga.
Vivendo in quella prospettiva diffondiamo il nostro vangelo, come la rosa il
suo profumo: la bella metafora è di Mohandas Karamchand Gandhi, grande anima - Mahatma (1869-1948). Così viviamo serenamente l’età
del declino, dopo aver vissuto nella gioia quelle precedenti. Il nostro, ha
predicato oggi il celebrante alla Messa delle nove, è infatti il Vangelo della
gioia.
Mario Ardigò - Azione
Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.