Fede
La fede è un orientamento nel
vivere secondo il quale la vita ha un senso al di là della nostra biologia, del
nascere e del morire, e, tra la vita e
la morte, del crescere trasformandosi in adulti, dell’alimentarsi e del
difendersi, del ricercarsi per riprodursi e del far crescere e proteggere la prole. Quella
vita biologica è la natura, il resto è l’al
di là, il soprannaturale. La fede è integralmente un
prodotto culturale, vale a dire del vivere da animali sociali che l’evoluzione
biologica ha dotato di una mente. La fede va infatti pensata, prima di essere vissuta, ma, prima di questo, deve
essere recepita in una società alla quale si è ammessi.
Nessuno crea da solo la propria fede, la incontra in una società e vi dà il suo apporto. La
nostra esperienza ci dice che, a parte il succhiare, tutto ciò che sappiamo lo impariamo
ed è dunque frutto di una rivelazione. E’ la nostra mente che ci
spinge, nell’esperienza sociale, a cercare
una fede, vale a dire a dare un senso all’esistenza biologica. Poiché non siamo i
primi umani sulla Terra e nasciamo in società già fatte, incontriamo la fede in
tradizioni culturali.
La religione è il vivere collettivamente la fede, ritenendosi obbligati
gli uni verso gli altri a seguire certi riti e stili di vita. Fa parte della
cultura di una società ed è essenziale per sorreggere una tradizione. E’ azione sociale che consiste nell’accogliere,
sorreggere e tramandare la fede. Come tale è essenziale per la fede. Si
arricchisce e modifica sulla base dell’esperienza sociale, in particolare
reagendo all’evoluzione culturale. Ha al centro delle narrazioni, che
descrivono quel senso della vita al di là della nostra biologia che è al centro
delle concezioni di fede. L’antropologia ci descrive le religioni primitive e
in esse troviamo narrazioni di carattere mitico, vale a dire immaginifico, non
agganciato a come vanno le cose nel
mondo che si osserva. L’acquisizione sociale della capacità di una narrazione
storica, vale a dire di un tradizione di racconti affidabili degli eventi sociali,
caratterizza le religioni più evolute, che tuttavia mantengono in genere
elementi mitici in quanto parte della loro tradizione culturale fondativa, vale
a dire di ciò che della fede si ritiene di aver imparato dagli antenati, dai più antichi precursori. Questo è il
caso delle narrazioni bibliche. La parte di quelle originate dalle nostre prime
comunità è caratterizzata da marcate connotazioni storiche. Un esempio è dato
dall’inizio del Vangelo secondo Luca:
«[1] Poiché molti han
posto mano a stendere un racconto degli avvenimenti successi tra di noi, [2]
come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni fin da principio e
divennero ministri della parola, [3] così ho deciso anch'io di fare
ricerche accurate su ogni circostanza fin dagli inizi e di scriverne per te un
resoconto ordinato, illustre Teòfilo, [4] perché ti possa rendere
conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto.»
[Luca 1,1-4 - trad. it. CEI 2008]
Il Fondatore è presentato come una
persona realmente nata e vissuta tra noi in un certo periodo storico. Ancora,
nel Vangelo secondo Luca, leggiamo:
«[1] In quei giorni un
decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la
terra.
[2] Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio.
[2] Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio.
[3] Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno
nella sua città. [4] Anche Giuseppe, che era della casa e della
famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla
città di Davide, chiamata Betlemme, [5] per farsi registrare
insieme con Maria sua sposa, che era incinta.
[6] Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si
compirono per lei i giorni del parto.
[7] Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro nell'albergo.»
[7] Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro nell'albergo.»
[Luca 2,1-7 - trad.it. CEI 2008]
Le
tradizioni religiose correnti, sia quelle a carattere mitico che quello a
carattere storico, hanno ormai origini molto antiche e queste
origini ne accreditano l’autorità sociale. Tuttavia esse, nell’antichità,
vennero rimaneggiate con una certa libertà, per vari motivi e innanzi tutto per
adattarle alle teologie che si
andavano costruendo e alle esigenze di azione sociale proprie delle religioni. All'epoca non ci si vedeva nulla di male, ma in fondo questo accade oggi, quando riteniamo di scoprire significati nuovi del senso religioso della vita, ai quali non si era mai pensato prima. Nelle tradizioni, coloro che tramandano non rimangono infatti solo strumenti della
trasmissione ma lasciano propri apporti. Una parte importante del lavoro delle
scienze bibliche contemporanee è quello di riconoscerli e di ricostruire in modo affidabile le più
antiche tradizioni, ritenute in genere più autorevoli per la loro antichità.
La
teologia è il ragionamento su una fede religiosa. Oggi è un complesso di
scienze, vale a dire di discipline che si propongono coerenza, metodo e ricerca
affidabile delle fonti. Il valore di una scienza sta nella validità del
suo metodo e nell’affidabilità delle sue
fonti. Un metodo è affidabile quando prescrive la coerenza con le premesse e
uno sviluppo logico, vale a dire rispettoso del principio di non
contraddizione. La nostra teologia alle origini fu espressa da capi religiosi e
filosofi che ragionavano secondo la cultura ellenistica, quindi di origine
greca. Per i primi era molto importante la coerenza sociale, nel costruire e
organizzare le nostre prime collettività, per i secondi la coerenza
concettuale. Con il tempo si sviluppò una tradizione teologica che fu
formalizzata in documenti normativi molto importanti che vennero deliberati nei
Concili ecumenici del Primo millennio sotto l’autorità dei sovrani dell’Impero
romano al tempo in cui il suo centro si era spostato a Costantinopoli -
Bisanzio, in Grecia, e anche, verso la fine del Millennio, del Papato romano, ma sempre in cooperazione con quegli imperatori. In sostanza,
la nostra prima teologia, quella che oggi si ritiene fondativa e come tale
molto autorevole, fu costruita con categorie culturali dell’antica filosofia
greca tra il Quarto (primo Concilio di Nicea, vicino a Costantinopoli -
Bisanzio) e l’Ottavo secolo (ultimo Concilio di Nicea). Un esempio che ci è
molto vicino è costituito dal Credo più lungo che recitiamo la domenica a
Messa, detto niceno-costantinopolitano,
perché deliberato nel Quarto secolo nel primo Concilio di Nicea e modificato
nel primo Concilio di Costantinopoli nello stesso secolo. Il nucleo fondamentale e fondativo della
nostra teologia risale dunque a quell’epoca e a quella cultura. Ma la nostra teologia
divenne propriamente scienza nel Secondo Millennio, con lo sviluppo di una
tradizione universitaria. Lo sviluppo delle teologie incise sulla tradizione
religiosa, in particolare nella lotta alle tradizioni ritenute non affidabili o
inammissibili, le eresie. Questi
conflitti culturali risalgono alle origini, tanto che ve n’è traccia nel Nuovo
Testamento, la parte della nostra Bibbia derivata dalle tradizioni espresse
dalle nostre prima comunità.
Nell’ultimo
secolo la teologia ha molto accentuato il suo carattere scientifico, per cui
non è più ritenuto indispensabile, per praticarla, avere una fede religiosa: basta
avere un interesse per quel tema, saper utilizzare il metodo della disciplina,
saper ricercare fonti affidabili ed avere consapevolezza del dibattito
culturale nel settore di interesse. Per essere scienziato, oltre a praticare un
certo metodo, occorre infatti elevarsi al livello di conoscenza proprio della
comunità degli scienziati in un certo
tempo e in un certo campo, vale a dire sapere tutto ciò che c’è da sapere.
Il catechismo, come attività di formazione religiosa, non è
teologia, anche se utilizza concetti teologici: è introduzione alla vita
religiosa. Fa parte del suo lavoro la motivazione
alla fede. Per svolgerlo non è
indispensabile essere teologi, lo è essere persone di fede. La fede si
trasmette infatti tra persone di fede e da persone di fede. In questa
prospettiva il vissuto è molto importante. La fede si trasmette di vita in vita, innanzi tutto da madre a figli. La nostra Chiesa è anche detta madre in quel senso, perché genera alla fede. Dall’Ottocento, quando si cercò di
dare al popolo una più adeguata formazione catechistica per reagire all’influsso
di correnti culturali irreligiose che si venivano diffondendo, si diede all’attività
catechistica un carattere scolastico, che la connotava quasi come un’introduzione
alla teologia. Catechismo venne allora inteso principalmente come il
libretto che serviva a imparare, come nelle scuole primarie, i principi di base
della religione, secondo la prospettazione della teologia seguita dal
Magistero. Dopo il Concilio Vaticano 2° (1962-1965), dagli anni Settanta in
Italia fu deliberato un rinnovamento della catechesi, riportandola alle origini
della tradizione di fede da vita a vita in comunità di credenti. I libretti che
si adoperano oggi nell’attività catechistica per i più giovani non hanno più quel carattere di
schematismo dottrinario, in particolare a domande e risposte da mandare a memoria,
dei catechismi su cui si sono formati gli ultrasessantenni di
oggi. Sono sussidi ad un vissuto, da sperimentare in comunità, ricchi di figure
e di riferimenti biblici. Quelli per i ragazzi più grandi e gli adulti sono molto
più estesi e trattano anche di come affrontare i problemi sociali contemporanei,
che sono problemi anche per la fede. Si cerca di formare le persone anche per l’azione
richiesta dalla moderna dottrina sociale.
Fino agli
anni Sessanta, la formazione religiosa faceva parte della formazione civile,
per l’importante ruolo politico che la religione aveva nel governo della
società. Questo spiega l’inserimento dell’insegnamento della religione
cattolica nella scuola pubblica. Progredendo il processo di secolarizzazione
della politica che rientra nelle concezioni democratiche contemporanee, è
venuta meno la pressione politica a sostegno della religione e, quindi, il
movente conformistico delle abitudini religiose, per il quale ci si manifestava religiosi temendo la riprovazione sociale e delle autorità. Si è reso allora necessario
sviluppare molto il campo della motivazione alla fede, come premessa per la
vita religiosa. Non è più scontato infatti, in società, avere la nostra fede religiosa, anche
se, in genere, ogni essere umano sviluppa, nelle sue relazioni sociali, una
qualche fede, perché nessuno limita sé stesso alla propria esistenza biologica.
E’ stato infatti osservato che ciò che caratterizza l’era nostra non è l’ateismo, che è fede nel non avere fede teistica, vale a dire dipendente da una
relazione con un dio, un essere soprannaturale distinto da noi, ma la pluralità di fedi, e in particolare di fedi religiose,
mentre un tempo prevalevano, e ancora in certe parti del mondo prevalgono, le religioni di Stato. Va ricordato
che, in Italia, solo con la revisione del Concordato lateranense stipulata tra
la Repubblica Italiana e la Santa Sede nel 1984 si convenne che fosse da
ritenersi superato il principio che la religione cattolica fosse la sola religione dello Stato:
«art.1 del Protocollo addizionale . In relazione all'Art. 1
Si considera non più in vigore il principio, originariamente
richiamato dai Patti lateranensi, della religione cattolica come sola religione
dello Stato italiano.»
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli