sabato 1 dicembre 2018

Fede


Fede

  La fede è un  orientamento nel vivere secondo il quale la vita ha un senso al di là della nostra biologia, del nascere  e del morire, e, tra la vita e la morte, del crescere trasformandosi in adulti, dell’alimentarsi e del difendersi, del ricercarsi per riprodursi e del far crescere e proteggere la prole. Quella vita biologica è la natura, il resto è l’al di là, il  soprannaturale. La fede è integralmente un prodotto culturale, vale a dire del vivere da animali sociali che l’evoluzione biologica ha dotato di una mente. La fede va infatti  pensata, prima di essere vissuta, ma, prima di questo, deve essere  recepita  in una società alla quale si è ammessi. Nessuno crea  da solo la propria fede, la incontra  in una società e vi dà il suo apporto. La nostra esperienza ci dice che, a parte il succhiare, tutto ciò che sappiamo  lo impariamo  ed è dunque frutto di una  rivelazione. E’ la nostra mente che ci spinge, nell’esperienza sociale, a cercare  una fede, vale a dire a dare un senso  all’esistenza biologica. Poiché non siamo i primi umani sulla Terra e nasciamo in società già fatte, incontriamo la fede in tradizioni culturali.
  La religione è il vivere  collettivamente la fede, ritenendosi obbligati gli uni verso gli altri a seguire certi riti e stili di vita. Fa parte della cultura di una società ed è essenziale per sorreggere una tradizione. E’ azione sociale che consiste nell’accogliere, sorreggere e tramandare la fede. Come tale è essenziale per la fede. Si arricchisce e modifica sulla base dell’esperienza sociale, in particolare reagendo all’evoluzione culturale. Ha al centro delle narrazioni, che descrivono quel senso della vita al di là della nostra biologia che è al centro delle concezioni di fede. L’antropologia ci descrive le religioni primitive e in esse troviamo narrazioni di carattere mitico, vale a dire immaginifico, non agganciato  a come vanno le cose nel mondo che si osserva. L’acquisizione sociale della capacità di una narrazione storica, vale a dire di un tradizione  di racconti affidabili degli eventi sociali, caratterizza le religioni più evolute, che tuttavia mantengono in genere elementi mitici in quanto parte della loro tradizione culturale fondativa, vale a dire di ciò che della fede si ritiene di aver imparato dagli antenati, dai più antichi precursori. Questo è il caso delle narrazioni bibliche. La parte di quelle originate dalle nostre prime comunità è caratterizzata da marcate connotazioni storiche. Un esempio è dato dall’inizio del Vangelo secondo Luca:
«[1] Poiché molti han posto mano a stendere un racconto degli avvenimenti successi tra di noi, [2] come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni fin da principio e divennero ministri della parola, [3] così ho deciso anch'io di fare ricerche accurate su ogni circostanza fin dagli inizi e di scriverne per te un resoconto ordinato, illustre Teòfilo, [4] perché ti possa rendere conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto.»
[Luca 1,1-4 - trad. it. CEI 2008]
Il Fondatore è presentato come una persona realmente nata e vissuta tra noi in un certo periodo storico. Ancora, nel Vangelo secondo Luca, leggiamo:
«[1] In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. 
[2] Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. 
[3] Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. [4] Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, [5] per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. 
[6] Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. 
[7] Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro nell'albergo.
»
[Luca 2,1-7 - trad.it. CEI 2008]
  Le tradizioni religiose correnti, sia quelle a carattere mitico che quello a carattere storico,  hanno ormai origini molto antiche e queste origini ne accreditano l’autorità sociale. Tuttavia esse, nell’antichità, vennero rimaneggiate con una certa libertà, per vari motivi e innanzi tutto per adattarle alle teologie che si andavano costruendo e alle esigenze di azione sociale proprie delle religioni. All'epoca non ci si vedeva nulla di male, ma in fondo questo accade oggi, quando riteniamo di scoprire  significati nuovi del senso religioso della vita, ai quali non si era mai pensato prima. Nelle tradizioni, coloro che tramandano non rimangono infatti solo strumenti della trasmissione ma lasciano propri apporti. Una parte importante del lavoro delle scienze bibliche contemporanee è quello di riconoscerli e di ricostruire in modo affidabile le più antiche tradizioni, ritenute in genere più autorevoli per la loro antichità.
 La teologia è il ragionamento su una fede religiosa. Oggi è un complesso di scienze, vale a dire di discipline che si propongono coerenza, metodo e ricerca affidabile delle fonti. Il valore di una scienza sta nella validità del suo  metodo e nell’affidabilità delle sue fonti. Un metodo è affidabile quando prescrive la coerenza con le premesse e uno sviluppo logico, vale a dire rispettoso del principio di non contraddizione. La nostra teologia alle origini fu espressa da capi religiosi e filosofi che ragionavano secondo la cultura ellenistica, quindi di origine greca. Per i primi era molto importante la coerenza sociale, nel costruire e organizzare le nostre prime collettività, per i secondi la coerenza concettuale. Con il tempo si sviluppò una tradizione teologica che fu formalizzata in documenti normativi molto importanti che vennero deliberati nei Concili ecumenici del Primo millennio sotto l’autorità dei sovrani dell’Impero romano al tempo in cui il suo centro si era spostato a Costantinopoli - Bisanzio, in Grecia, e anche, verso la fine del Millennio, del Papato romano, ma sempre in cooperazione con quegli imperatori. In sostanza, la nostra prima teologia, quella che oggi si ritiene fondativa e come tale molto autorevole, fu costruita con categorie culturali dell’antica filosofia greca tra il Quarto (primo Concilio di Nicea, vicino a Costantinopoli - Bisanzio) e l’Ottavo secolo (ultimo Concilio di Nicea). Un esempio che ci è molto vicino è costituito dal Credo più lungo che recitiamo la domenica a Messa, detto niceno-costantinopolitano, perché deliberato nel Quarto secolo nel primo Concilio di Nicea e modificato nel primo Concilio di Costantinopoli nello stesso secolo. Il nucleo fondamentale e fondativo della nostra teologia risale dunque a quell’epoca e a quella cultura. Ma la nostra teologia divenne propriamente scienza  nel Secondo Millennio, con lo sviluppo di una tradizione universitaria. Lo sviluppo delle teologie incise sulla tradizione religiosa, in particolare nella lotta alle tradizioni ritenute non affidabili o inammissibili, le eresie. Questi conflitti culturali risalgono alle origini, tanto che ve n’è traccia nel Nuovo Testamento, la parte della nostra Bibbia derivata dalle tradizioni espresse dalle nostre prima comunità.
  Nell’ultimo secolo la teologia ha molto accentuato il suo carattere scientifico, per cui non è più ritenuto indispensabile, per praticarla, avere una fede religiosa: basta avere un interesse per quel tema, saper utilizzare il metodo della disciplina, saper ricercare fonti affidabili ed avere consapevolezza del dibattito culturale nel  settore di interesse. Per essere scienziato, oltre a praticare un certo metodo, occorre infatti elevarsi al livello di conoscenza proprio della comunità degli scienziati  in un certo tempo e in un certo campo, vale a dire sapere tutto ciò che c’è da sapere.
  Il catechismo,  come attività di formazione religiosa, non è teologia, anche se utilizza concetti teologici: è introduzione alla vita religiosa. Fa parte del suo lavoro la motivazione  alla fede. Per svolgerlo non è indispensabile essere teologi,  lo è essere persone di fede. La fede si trasmette infatti tra persone di fede e da persone di fede. In questa prospettiva il vissuto è molto importante. La fede si trasmette di vita in vita, innanzi tutto da madre a figli. La nostra Chiesa è anche detta madre in quel senso, perché genera alla fede. Dall’Ottocento, quando si cercò di dare al popolo una più adeguata formazione catechistica per reagire all’influsso di correnti culturali irreligiose che si venivano diffondendo, si diede all’attività catechistica un carattere scolastico, che la connotava quasi come un’introduzione alla teologia. Catechismo  venne allora inteso principalmente come il libretto che serviva a imparare, come nelle scuole primarie, i principi di base della religione, secondo la prospettazione della teologia seguita dal Magistero. Dopo il Concilio Vaticano 2° (1962-1965), dagli anni Settanta in Italia fu deliberato un rinnovamento della catechesi, riportandola alle origini della tradizione di fede da vita a vita in comunità di credenti. I libretti che si adoperano oggi nell’attività catechistica per i  più giovani non hanno più quel carattere di schematismo dottrinario, in particolare a domande e risposte da mandare a memoria, dei catechismi  su cui si sono formati gli ultrasessantenni di oggi. Sono sussidi ad un vissuto, da sperimentare in comunità, ricchi di figure e di riferimenti biblici. Quelli per i ragazzi più grandi e gli adulti sono molto più estesi e trattano anche di come affrontare i problemi sociali contemporanei, che sono problemi anche per la fede. Si cerca di formare le persone anche per l’azione richiesta dalla moderna dottrina sociale.
  Fino agli anni Sessanta, la formazione religiosa faceva parte della formazione civile, per l’importante ruolo politico che la religione aveva nel governo della società. Questo spiega l’inserimento dell’insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica. Progredendo il processo di secolarizzazione della politica che rientra nelle concezioni democratiche contemporanee, è venuta meno la pressione politica a sostegno della religione e, quindi, il movente conformistico delle abitudini religiose, per il quale ci si manifestava religiosi temendo la riprovazione sociale e delle autorità. Si è reso allora necessario sviluppare molto il campo della motivazione alla fede, come premessa per la vita religiosa. Non è più scontato infatti, in società, avere la nostra  fede religiosa, anche se, in genere, ogni essere umano sviluppa, nelle sue relazioni sociali, una qualche fede, perché nessuno limita sé stesso alla propria esistenza biologica. E’ stato infatti osservato che ciò che caratterizza l’era nostra non è l’ateismo, che è fede nel non avere fede teistica, vale a dire dipendente da una relazione con un dio, un essere soprannaturale distinto da noi, ma la pluralità  di fedi, e in particolare di fedi religiose, mentre un tempo prevalevano, e ancora in certe parti del mondo prevalgono, le religioni di Stato. Va ricordato che, in Italia, solo con la revisione del Concordato lateranense stipulata tra la Repubblica Italiana e la Santa Sede nel 1984 si convenne che fosse da ritenersi superato il principio che la religione cattolica fosse  la sola  religione dello Stato:
«art.1 del Protocollo addizionale In relazione all'Art. 1
Si considera non più in vigore il principio, originariamente richiamato dai Patti lateranensi, della religione cattolica come sola religione dello Stato italiano.»
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli