lunedì 3 dicembre 2018

Concepire il pianeta come patria e l’umanità come popolo che abita una casa comune



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164. Dalla metà del secolo scorso, superando molte difficoltà, si è andata affermando la tendenza a concepire il pianeta come patria e l’umanità come popolo che abita una casa comune. Un mondo interdipendente non significa unicamente capire che le conseguenze dannose degli stili di vita, di produzione e di consumo colpiscono tutti, bensì, principalmente, fare in modo che le soluzioni siano proposte a partire da una prospettiva globale e non solo in difesa degli interessi di alcuni Paesi. L’interdipendenza ci obbliga a pensare a un solo mondo, ad un progetto comune. Ma lo stesso ingegno utilizzato per un enorme sviluppo tecnologico, non riesce a trovare forme efficaci di gestione internazionale in ordine a risolvere le gravi difficoltà ambientali e sociali. Per affrontare i problemi di fondo, che non possono essere risolti da azioni di singoli Paesi, si rende indispensabile un consenso mondiale che porti, ad esempio, a programmare un’agricoltura sostenibile e diversificata, a sviluppare forme rinnovabili e poco inquinanti di energia, a incentivare una maggiore efficienza energetica, a promuovere una gestione più adeguata delle risorse forestali e marine, ad assicurare a tutti l’accesso all’acqua potabile.
177. Dinanzi alla possibilità di un utilizzo irresponsabile delle capacità umane, sono funzioni improrogabili di ogni Stato quelle di pianificare, coordinare, vigilare e sanzionare all’interno del proprio territorio. La società, in che modo ordina e custodisce il proprio divenire in un contesto di costanti innovazioni tecnologiche? Un fattore che agisce come moderatore effettivo è il diritto, che stabilisce le regole per le condotte consentite alla luce del bene comune. I limiti che deve imporre una società sana, matura e sovrana sono attinenti a previsione e precauzione, regolamenti adeguati, vigilanza sull’applicazione delle norme, contrasto della corruzione, azioni di controllo operativo sull’emergere di effetti non desiderati dei processi produttivi, e intervento opportuno di fronte a rischi indeterminati o potenziali. Esiste una crescente giurisprudenza orientata a ridurre gli effetti inquinanti delle attività imprenditoriali. Ma la struttura politica e istituzionale non esiste solo per evitare le cattive pratiche, bensì per incoraggiare le buone pratiche, per stimolare la creatività che cerca nuove strade, per facilitare iniziative personali e collettive.
178. Il dramma di una politica focalizzata sui risultati immediati, sostenuta anche da popolazioni consumiste, rende necessario produrre crescita a breve termine. Rispondendo a interessi elettorali, i governi non si azzardano facilmente a irritare la popolazione con misure che possano intaccare il livello di consumo o mettere a rischio investimenti esteri. La miope costruzione del potere frena l’inserimento dell’agenda ambientale lungimirante all’interno dell’agenda pubblica dei governi. Si dimentica così che «il tempo è superiore allo spazio, che siamo sempre più fecondi quando ci preoccupiamo di generare processi, piuttosto che di dominare spazi di potere. La grandezza politica si mostra quando, in momenti difficili, si opera sulla base di grandi principi e pensando al bene comune a lungo termine. Il potere politico fa molta fatica ad accogliere questo dovere in un progetto di  nazione. Abbiamo bisogno di una politica che pensi con una visione ampia, e che porti avanti un nuovo approccio integrale, includendo in un dialogo interdisciplinare i diversi aspetti della crisi. Molte volte la stessa politica è responsabile del proprio discredito, a causa della corruzione e della mancanza di buone politiche pubbliche. Se lo Stato non adempie il proprio ruolo in una regione, alcuni gruppi economici possono apparire come benefattori e detenere il potere reale, sentendosi autorizzati a non osservare certe norme, fino a dar luogo a diverse forme di criminalità organizzata, tratta delle persone, narcotraffico e violenza molto difficili da sradicare. Se la politica non è capace di rompere una logica perversa, e inoltre resta inglobata in discorsi inconsistenti, continueremo a non affrontare i grandi problemi dell’umanità. Una strategia di cambiamento reale esige di ripensare la totalità dei processi, poiché non basta inserire considerazioni ecologiche superficiali mentre non si mette in discussione la logica soggiacente alla cultura attuale. Una politica sana dovrebbe essere capace di assumere questa sfida.
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198. La politica e l’economia tendono a incolparsi reciprocamente per quanto riguarda la povertà e il degrado ambientale. Ma quello che ci si attende è che riconoscano i propri errori e trovino forme di interazione orientate al bene comune. Mentre gli uni si affannano solo per l’utile economico e gli altri sono ossessionati solo dal conservare o accrescere il potere, quello che ci resta sono guerre o accordi ambigui dove ciò che meno interessa alle due parti è preservare l’ambiente e avere cura dei più deboli. Anche qui vale il principio che «l’unità è superiore al conflitto».


*****************************Commento****************************

 La parola italiana patria viene dalla lingua latina, nella quale significava terra dei padri, luogo abitato dalla propria etnia di origine. Solo dal Settecento la si intende come sinonimo di nazione, quindi come di popolo  caratterizzato da  una comune  cultura,  in particolare lingua e religione,  e da una lunga storia  di relazioni più intense al suo interno, oltre che da una comune etnia.   L’idea di stato-nazione, vale a dire un popolo nazionale con un governo centralizzato, precisi confini e simboli identitari, quali la bandiera nazionale, è stata sviluppata dall’Ottocento. Ha guidato l’azione politica del nazionalismo italiano per la costruzione di uno stato unitario in Italia. In realtà gli stati del mondo, e anche l’Italia, comprendono al loro interno diverse nazioni  e diverse  patrie.  Su questa base fu motivata in Italia la politica del secessionismo padano, dagli anni ’80 al primo decennio del nuovo millennio, ma anche quella dell’irredentismo sud-tirolese. L’idea di una patria universale, proposta con l'autorità del Magistero dalla dottrina sociale dagli anni Sessanta del secolo scorso, recupera il significato originario di patria, estendendolo a tutto il pianeta. In effetti, considerando la Terra  nel mezzo dell’universo cosmico, essa è effettivamente la nostra  patria. E tuttavia quell’idea di patria, richiamando quella di paternità comune, contrasta con le ideologie nazionaliste correnti dall’Ottocento che sono di tipo esclusivo, vale a dire che includono, quelli che vengono riconosciuti come dotati dei caratteri nazionali indispensabili, mentre escludono tutto gli altri. Una comune paternità  è proclamata dalla nostra fede, ma, in quella prospettiva, il Padre  non è di questo mondo, e la patria è quella Celeste. Sviluppando la teologia dell’Incarnazione, che ci ha reso  molto intima la divinità, si può effettivamente arrivare a pensare a una patria  comune anche qui ed ora, partendo però da una comune fraternità, che corrisponda all'interdipendenza globale che già ci lega per la sopravvivenza. Il problema risiede nella grande diversità culturale tra i gruppi umani, che da un lato, nell’era della globalizzazione, si sta riducendo, ma dall’altro, per esigenze sostanzialmente politiche, di appropriazione delle risorse terrestri, si viene intensificando. Vale a dire che, nel mentre si sta costruendo culturalmente una patria  universale, se ne stanno edificando, restaurando o ristrutturando di particolari. Sono, ad esempio, le dinamiche in atto nella storia recente dell’Unione Europea.
  E’ la ragione per cui si vanno recuperando o immaginando patrie particolari  a costituire un fattore di crisi per le relazioni, e la sopravvivenza, dell’umanità: in quel modo si cerca infatti di motivare l’appropriazione e lo sfruttamento privilegiato delle risorse terrestri a favore di alcuni gruppi umani. In passato questo movente era ricoperto di motivazioni più nobili, relative all’estensione della libertà  o della giustizia sociale, e, prima ancora, della nostra fede  religiosa. Oggi non più. I nazionalismi correnti, recuperati o costruiti nuovi, sono più rozzi e, in particolare, non si propongono, come quelli del passato, una missione civilizzatrice  nel mondo, trovando in questo la ragione delle loro politiche imperialiste, di potenza. I nuovi nazionalismi spingono gli stati a ritirarsi dagli accordi internazionali, per non dover condividere globalmente risorse a fini solidali. In una situazione di effettiva interdipendenza dei gruppi umani a livello globale, da cui dipende il benessere di tutti, e non riuscendo gli stati più grandi e potenti ad esercitare di fatto una egemonia globale, se si eccettua ancora quella culturale degli europei, questo porta fatalmente al pericolo di  conflitti regionali e, in prospettiva, globali. Fino ad oggi questi ultimi sono stati prevenuti per gli  accordi autolimitativi tra gli  stati maggiori, mediati nelle Nazioni Unite, l’organizzazione internazionale costituita proprio a quel fine. Si pensava infatti che un nuovo conflitto globale, dopo i due del Novecento, avrebbe posto in pericolo la sopravvivenza dell'intera umanità, per l'eccessiva potenza distruttiva delle armi in dotazione agli eserciti più forti.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli