[…]
164. Dalla metà
del secolo scorso, superando molte difficoltà, si è andata affermando la
tendenza a concepire il pianeta come
patria e l’umanità come popolo che abita una casa comune. Un mondo interdipendente non significa
unicamente capire che le conseguenze dannose degli stili di vita, di produzione
e di consumo colpiscono tutti, bensì, principalmente, fare in modo che le soluzioni siano proposte a partire da una
prospettiva globale e non solo in difesa degli interessi di alcuni Paesi.
L’interdipendenza ci obbliga a pensare a un solo mondo, ad un progetto comune. Ma lo stesso ingegno utilizzato per un enorme sviluppo
tecnologico, non riesce a trovare forme efficaci di gestione internazionale in
ordine a risolvere le gravi difficoltà ambientali e sociali. Per affrontare i problemi di fondo, che non
possono essere risolti da azioni di singoli Paesi, si rende indispensabile un
consenso mondiale che porti, ad esempio, a programmare un’agricoltura
sostenibile e diversificata, a sviluppare forme rinnovabili e poco inquinanti
di energia, a incentivare una maggiore efficienza energetica, a promuovere una
gestione più adeguata delle risorse forestali e marine, ad assicurare a tutti
l’accesso all’acqua potabile.
177. Dinanzi
alla possibilità di un utilizzo irresponsabile delle capacità umane, sono funzioni improrogabili di ogni Stato
quelle di pianificare, coordinare, vigilare e sanzionare all’interno del
proprio territorio. La società, in che modo ordina e custodisce il proprio
divenire in un contesto di costanti innovazioni tecnologiche? Un fattore che agisce come moderatore
effettivo è il diritto, che stabilisce le regole per le condotte consentite
alla luce del bene comune. I limiti che deve imporre una società sana, matura e
sovrana sono attinenti a previsione e precauzione, regolamenti adeguati,
vigilanza sull’applicazione delle norme, contrasto della corruzione, azioni di
controllo operativo sull’emergere di effetti non desiderati dei processi
produttivi, e intervento opportuno di fronte a rischi indeterminati o potenziali.
Esiste una crescente giurisprudenza orientata a ridurre gli effetti inquinanti
delle attività imprenditoriali. Ma la
struttura politica e istituzionale non esiste solo per evitare le cattive
pratiche, bensì per incoraggiare le buone pratiche, per stimolare la
creatività che cerca nuove strade, per facilitare iniziative personali e
collettive.
178. Il dramma di una politica focalizzata sui
risultati immediati, sostenuta anche da popolazioni consumiste, rende
necessario produrre crescita a breve termine. Rispondendo a interessi
elettorali, i governi non si azzardano facilmente a irritare la popolazione
con misure che possano intaccare il livello di consumo o mettere a rischio
investimenti esteri. La miope costruzione del potere frena l’inserimento dell’agenda
ambientale lungimirante all’interno dell’agenda pubblica dei governi. Si
dimentica così che «il tempo è superiore allo spazio, che siamo sempre più
fecondi quando ci preoccupiamo di generare processi, piuttosto che di dominare
spazi di potere. La grandezza politica
si mostra quando, in momenti difficili, si opera sulla base di grandi principi
e pensando al bene comune a lungo termine. Il potere politico fa molta fatica
ad accogliere questo dovere in un progetto di nazione. Abbiamo bisogno di una politica che
pensi con una visione ampia, e che porti avanti un nuovo approccio integrale,
includendo in un dialogo interdisciplinare i diversi aspetti della crisi.
Molte volte la stessa politica è responsabile del proprio discredito, a causa
della corruzione e della mancanza di buone politiche pubbliche. Se lo Stato non
adempie il proprio ruolo in una regione, alcuni gruppi economici possono
apparire come benefattori e detenere il potere reale, sentendosi autorizzati a
non osservare certe norme, fino a dar luogo a diverse forme di criminalità
organizzata, tratta delle persone, narcotraffico e violenza molto difficili da
sradicare. Se la politica non è capace di rompere una logica perversa, e
inoltre resta inglobata in discorsi inconsistenti, continueremo a non
affrontare i grandi problemi dell’umanità. Una
strategia di cambiamento reale esige di ripensare la totalità dei processi,
poiché non basta inserire considerazioni ecologiche superficiali mentre non si
mette in discussione la logica soggiacente alla cultura attuale. Una politica
sana dovrebbe essere capace di assumere questa sfida.
[…]
198. La politica e l’economia tendono a
incolparsi reciprocamente per quanto riguarda la povertà e il degrado
ambientale. Ma quello che ci si attende è che riconoscano i propri errori e
trovino forme di interazione orientate al bene comune. Mentre gli uni si
affannano solo per l’utile economico e gli altri sono ossessionati solo dal
conservare o accrescere il potere, quello che ci resta sono guerre o accordi
ambigui dove ciò che meno interessa alle due parti è preservare l’ambiente e
avere cura dei più deboli. Anche qui vale il principio che «l’unità è superiore
al conflitto».
*****************************Commento****************************
La parola italiana patria viene dalla lingua latina, nella quale significava terra dei padri, luogo abitato dalla propria etnia di origine. Solo dal Settecento la si intende come sinonimo di nazione, quindi come di popolo caratterizzato da una comune cultura, in particolare lingua e religione, e da una lunga storia di relazioni più intense al suo interno, oltre che da una comune etnia. L’idea di stato-nazione, vale a dire un popolo nazionale con un governo centralizzato, precisi confini e simboli identitari, quali la bandiera nazionale, è stata sviluppata dall’Ottocento. Ha guidato l’azione politica del nazionalismo italiano per la costruzione di uno stato unitario in Italia. In realtà gli stati del mondo, e anche l’Italia, comprendono al loro interno diverse nazioni e diverse patrie. Su questa base fu motivata in Italia la politica del secessionismo padano, dagli anni ’80 al primo decennio del nuovo millennio, ma anche quella dell’irredentismo sud-tirolese. L’idea di una patria universale, proposta con l'autorità del Magistero dalla dottrina sociale dagli anni Sessanta del secolo scorso, recupera il significato originario di patria, estendendolo a tutto il pianeta. In effetti, considerando la Terra nel mezzo dell’universo cosmico, essa è effettivamente la nostra patria. E tuttavia quell’idea di patria, richiamando quella di paternità comune, contrasta con le ideologie nazionaliste correnti dall’Ottocento che sono di tipo esclusivo, vale a dire che includono, quelli che vengono riconosciuti come dotati dei caratteri nazionali indispensabili, mentre escludono tutto gli altri. Una comune paternità è proclamata dalla nostra fede, ma, in quella prospettiva, il Padre non è di questo mondo, e la patria è quella Celeste. Sviluppando la teologia dell’Incarnazione, che ci ha reso molto intima la divinità, si può effettivamente arrivare a pensare a una patria comune anche qui ed ora, partendo però da una comune fraternità, che corrisponda all'interdipendenza globale che già ci lega per la sopravvivenza. Il problema risiede nella grande diversità culturale tra i gruppi umani, che da un lato, nell’era della globalizzazione, si sta riducendo, ma dall’altro, per esigenze sostanzialmente politiche, di appropriazione delle risorse terrestri, si viene intensificando. Vale a dire che, nel mentre si sta costruendo culturalmente una patria universale, se ne stanno edificando, restaurando o ristrutturando di particolari. Sono, ad esempio, le dinamiche in atto nella storia recente dell’Unione Europea.
E’ la
ragione per cui si vanno recuperando o immaginando patrie
particolari a costituire un fattore di crisi per le relazioni, e
la sopravvivenza, dell’umanità: in quel modo si cerca infatti di motivare l’appropriazione e lo
sfruttamento privilegiato delle risorse terrestri a favore di alcuni gruppi
umani. In passato questo movente era ricoperto di motivazioni più nobili,
relative all’estensione della libertà o della giustizia
sociale, e, prima ancora, della nostra fede religiosa.
Oggi non più. I nazionalismi correnti, recuperati o costruiti nuovi, sono più
rozzi e, in particolare, non si propongono, come quelli del passato, una
missione civilizzatrice nel mondo, trovando in questo la
ragione delle loro politiche imperialiste, di potenza. I nuovi nazionalismi
spingono gli stati a ritirarsi dagli accordi internazionali, per non dover
condividere globalmente risorse a fini solidali. In una situazione di effettiva
interdipendenza dei gruppi umani a livello globale, da cui dipende il benessere
di tutti, e non riuscendo gli stati più grandi e potenti ad esercitare di fatto
una egemonia globale, se si eccettua ancora quella culturale degli europei,
questo porta fatalmente al pericolo di conflitti regionali e, in prospettiva,
globali. Fino ad oggi questi ultimi sono stati prevenuti per gli accordi autolimitativi tra gli stati maggiori, mediati nelle Nazioni Unite,
l’organizzazione internazionale costituita proprio a quel fine. Si pensava infatti che un nuovo conflitto globale, dopo i due del Novecento, avrebbe posto in pericolo la sopravvivenza dell'intera umanità, per l'eccessiva potenza distruttiva delle armi in dotazione agli eserciti più forti.
Mario Ardigò
– Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli