giovedì 29 novembre 2018

Valori


Valori

 Il valore commerciale di una cosa è il suo prezzo: che cosa o quanto si è disposti a dare per averla, comprandola da chi la possiede. Ci sono però cose che costano poco e che, in certe circostanze, hanno per noi un grandissimo valore, perché da come funzionano o dall’averle può dipendere la nostra vita: è il caso, ad esempio, di alcuni componenti meccanici delle nostre automobili, come i freni. C’è chi ha bisogno di stampelle per camminare e, se le perde o anche solo se gli cadono lontano tanto che non può più afferrarle, non ha altra scelta per muoversi che strisciare per terra o chiedere aiuto, se c’è chi glielo può dare.
 Quando in società si parla di valori non ci si riferisce, però, a cose, ma a certi principi che guidano l’azione e che vengono ritenuti senza prezzo, quindi non commerciabili  o non negoziabili, in quanto indispensabili per la convivenza e addirittura la sopravvivenza. Questi valori  sono di origine culturale, vale a dire che sono integralmente una  costruzione sociale, attuata sulla base di consuetudini  sociali, quindi ad usi e costumi e all’interazione tra i gruppi che animano la società, ma anche della volontà del ceto che è riuscito storicamente a dominare la società, quindi della norme  da esso espresse. Ogni ceto dominante ha come primo scopo quello di inculcare nella società il valore  della sua indispensabilità per la convivenza. Il primo scopo del potere è quello di consolidare il proprio potere: ne trattò diffusamente e organicamente il filosofo inglese Thomas Hobbes (1588-1689).  Per riuscirci, storicamente si è cercato di sacralizzare  il sistema di potere dominante con due metodi:   accreditandolo come  tradizionale, quindi risalente ai  fondatori  di una civiltà, agli antenati, o di origine  soprannaturale.  La prima via fu seguita dagli antichi Romani, la seconda dagli antichi israeliti e poi dall’ebraismo, la cultura religiosa che da essi derivò. Nella nostra confessione religiosa, inculturata, prima, dall’antico ebraismo e, poi, dalla cultura giudica degli antichi Romani,   si sono seguite entrambe le vie: il potere religioso viene accreditato da un’origine soprannaturale dei valori  da esso espressi e dal fatto che essi sono stati tramandati  mediante una tradizione, che, a questo punto, essendo un valore essa stessa, viene scritta con la “T” maiuscola, Tradizione. In questa prospettiva, il potere rende sé stesso indispensabile, quindi esso stesso un valore, perché nella Tradizione si fa rientrare, oltre ad usi e costumi, anche la tradizione, per via legittima, del potere stesso mediante cooptazione, che è quando un potente sceglie il suo successore e/o i suoi collaboratori elevandoli al suo rango, introducendoli nella sua cerchia, corte, classe o ceto e conferendo loro analogo potere. Spesso, nelle tradizioni culturali fondative di un potere si trova un mito, una narrazione non storicamente accreditata, in genere con connotati soprannaturali,  che spiega la ragione per la quale quel potere deve ritenersi indiscutibile, al riparo di ogni contestazione e indispensabile per l’armonia sociale e per quella tra società e natura. Di miti di questo genere è piena la parte della nostra Bibbia che abbiamo acquisito dall’antico ebraismo. La tradizione fondativa della nostra confessione religiosa non ha invece carattere mitico e si basa sull’insegnamento e sulla figura di una persona realmente esistita, il nostro Maestro. Questo è stato ritenuto talmente importante nella nostra fede, che le tradizioni evangeliche hanno cercato di situare con la massima precisione possibile il tempo della vita del Maestro, raccogliendone le memorie trasmesse dai primi testimoni. Narrazioni con carattere mitico sul potere religioso sono state costruite molto più tardi, in particolare all’inizio del Secondo millennio, quando il Papato romano si diede organizzazione da impero religioso. Nell’insegnamento del Maestro è  però piuttosto evidente questo principio, che è anche un  valore nel senso che ho precisato: il potere religioso non è un valore in sé stesso. Il potere religioso vale  solo come servizio. Uno dei titoli  più antichi del Papa romano, risalente al Sesto secolo, è infatti  Servo dei servi di Dio, espressione che dal Nono secolo venne impiegata all’inizio dei documenti del Papa romano. L’insegnamento del Maestro è pieno di altri valori, accreditati dall’essere di origine soprannaturale, conformemente all’ideologia religiosa nell’antico ebraismo.
  Il  valore  in quanto tale è inteso come un limite ad ogni potere. Ma il potere sociale partecipa alla  costruzione  dei valori e quindi tende ad adattarli a seconda delle sue esigenze, in particolare per accreditarsi in società, ottenendo il riconoscimento della propria sacralizzazione. La critica di un potere che è riuscito a sacralizzarsi viene considerata eretica, vale a dire come un discostamento inammissibile dalle concezioni fondamentali della fede.
  Dalla fine del Settecento si è prodotto, nei popoli di  cultura europea, un movimento per la desacralizzazione  dei poteri politici, per consentirne la critica: in questo consiste, in definitiva, il principio-valore della laicità delle istituzioni pubbliche  che può anche dirsi secolarizzazione. Quest’ultimo non va inteso come presa di distanziazione dal soprannaturale, perché in piena secolarizzazione tra gli europei le concezioni soprannaturali abbondano, ma da ogni potere che pretenda obbedienza religiosa. Questo ha finito fatalmente per coinvolgere lo stesso Papato romano, che infatti si vorrebbe cercare di riorganizzare nello spirito di servizio, uno dei valori insegnati dal Maestro.
  In democrazia, ai tempi nostri, si considera un valore  la secolarizzazione dei poteri politici: ad essi non è più riconosciuto di sottrarsi alla critica facendosi scudo della religione. E tuttavia la democrazia contemporanea  si fonda anche su un sistema molto esteso di altri valori, di principi sottratti ad ogni potere, ad esempio di quello del ceto di volta in volta dominante o delle maggioranze politiche. In altre parole: la stessa volontà popolare non è considerata il principio supremo di organizzazione sociale. Non esiste più una vera e propria sovranità,  l’essere al di sopra di ogni potere. Anche la volontà popolare, in democrazia come oggi la si intende, deve riconoscere un esteso sistema di limiti fondati su valori. Nelle democrazie avanzate espresse dalle culture europee questo sistema di valori deriva  culturalmente, in gran parte,  dall’insegnamento del Maestro. In esso stanno, effettivamente, le loro radici culturali. L’idea fondamentale è quella di giustizia, intesa come dare a ciascuno il suo ma in una concezione di agàpe, di convivenza misericordiosa derivante da relazioni di tipo fraterno, per avere uno stesso Padre. L’atteggiamento del Maestro verso i reietti della società del suo tempo è molto significativo per capire quell’ordine di idee. Si trattò di un sostanziale rovesciamento di concezioni correnti nell’antico ebraismo vissuto nella Palestina del suo tempo. Può essere utile, per intendere, rileggere la parabola del Padre misericordioso  detta anche del Figliuol prodigo  (Luca 15,11-32):
[11] Disse ancora: "Un uomo aveva due figli. 
[12] Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze. 

[13] Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. 
[14] Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 
[15] Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. 
[16] Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava. 
[17] Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 
[18] Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; 
[19] non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. 
[20] Partì e si incamminò verso suo padre. 
Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. 
[21] Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. 
[22] Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l'anello al dito e i calzari ai piedi. 
[23] Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 
[24] perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa. 
[25] Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; 
[26] chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. 
[27] Il servo gli rispose: È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. 
[28] Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. 
[29] Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. 
[30] Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. 
[31] Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; 
[32] ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato".
  Dunque, la vita del giovane dissoluto è un valore  a prescindere da ciò che ha fatto. Ciò che gli viene concesso al ritorno nella casa paterna dipende da questo: non viene retribuito per ciò che ha fatto e quindi scacciato o ridotto a condizione servile. E’ proprio delle democrazie contemporanee considerare un  valore  la vita delle persone, a prescindere da etnia, cultura, religione, orientamento sessuale, ricchezza o altre ragioni di eminenza sociale. La concezione di giustizia  delle democrazie contemporanee è strettamente legata all’idea di uguaglianza delle vite delle persone considerate valori.
  In passato si temette l’eclisse dei valori religiosi perché si era iniziato a mettere in questione il valore del potere religioso, visto come parte essenziale di quel sistema di valori. In realtà, muovendo nell’ottica della riforma  di quel potere, per agganciarlo nuovamente al valore  del  servizio, e dunque non facendone un valore in sé, è apparso chiaro che si poteva trovare una sua valida giustificazione sociale anche ai tempi nostri. Tutte le volte che però si mette in questione il valore  delle vite delle persone, come sta accadendo in Occidente di questi tempi e come già accaduto nell’era dei fascismi europei tra gli anni Venti e la metà degli anni Quaranta del secolo scorso, la questione è molto più seria: sono effettivamente in questione le radici  di una civiltà, al di là di chi comanda in un certo tempo. La democrazia, come già prima la nostra fede religiosa, fu una faticosa conquista culturale e, tutto sommato, è una tradizione recente, degli ultimi due secoli. Non si è lavorato abbastanza sulla sua  tradizione alle generazioni future, dando per scontato, implicitamente, che per i suoi evidenti agganci religiosi essa potesse valersi della Tradizione di fede.  Questo è all’origine di tutti i problemi dell’oggi, in particolare alla crisi di solidarietà per la quale si tende ad assegnare a tutto un prezzo e a dare a ciascuno secondo quel prezzo, divenendo il commercio, e la sua istituzione principale che è il mercato, l’ambiente in cui in mancanza di correttivi sociali tende a predominare il più forte come in natura, il valore predominante. Il pensiero sociale di fede, e al suo interno la dottrina sociale, cerca di reagire costruendo ideologie e prassi politiche adeguate. Un lavoro che andrebbe fatto, ma che in genere non si fa perché non se ne trova più il  tempo, anche in quelle cellule di società che sono le parrocchie. Non se ne ha tempo perché, in particolare da giovani, si sta troppo poco in parrocchia, benché gli ambienti per starci generalmente ci siano, ma rimangono vuoti la gran parte del giorno. Questo ostacola la tradizione e l’inculturazione dei valori fondamentali della fede, che, come ho notato, sono anche quelli fondativi della democrazie contemporanee espresse dalle culture europee. Le relazioni sociali sono sempre più mediate da reti sociali a cui si è connessi per molte ore al giorno, sempre più ore al giorno, attraverso gli smartphone, che sono terminali dei sistemi di intelligenza artificiale che consentono il controllo sociale. Queste reti sono povere in termini di valori, veicolano solo punti di vista e l’influenza di chi le reti sociali controlla e riesce a influire proprio su quei punti di vista, costruendo una sorta di  bolla  cognitiva  intorno alle persone. Il valore che appare più minacciato è paradossalmente, trattandosi di relazioni che si intrattengono con reti  sociali, quello della solidarietà. Questo perché chi controlla le reti sociali mediante sistemi di intelligenza artificiale non è in genere interessato alla solidarietà ma al consolidamento del proprio potere, al potere per il potere (Hobbes). L’approccio alla religione  è così piuttosto superficiale, basato prevalentemente sull’esibizione di oggetti ridotti a feticci o amuleti o su immaginifiche tradizioni alterate in fantasiosi miti strumentalizzati a fini di potere. Le relazioni sono volatili, sentite come poco impegnative. La relazione più stabile e impegnativa, tanto da generare dipendenza, è quella con il sistema che gestisce la rete e crea la bolla in cui ci si caccia.  Reagire richiede il ripristino di una tradizione di maggiore, più ravvicinata e prolungata consuetudine reciproca, al modo in cui avveniva, ad esempio, nell’esperienza degli oratori, per i più giovani.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli