giovedì 1 novembre 2018

Perché essere religiosi secondo la nostra fede?


Perché essere religiosi secondo la nostra fede?

Michelangelo Buonarroti (1475-1564) - La creazione di Adamo - Capella Sistina - Roma. Un'immagine numinosa  del soprannaturale

Caravaggio (1571-1610) - La vocazione di Matteo - Chiesa di San Luigi dei Francesi, Roma - l'immagine di Dio tra noi


1.  La religiosità in sé presenta molte controindicazioni nel mondo d’oggi. Essenzialmente perché è una visione semplificata della realtà e quando si semplifica si rischiano grossi abbagli.
 Non parlo di credere  o non credere. Messa così sembra che il  credente o si affidi abbandonandosi senza approfondire o abbia una visione del soprannaturale superiore a chi  non crede. Non è così.
  Chi mi vede religioso, qualche volta mi chiede di rendere ragione della mia fede e comincia con il propormi tutte le ragioni per non credere, a partire da quella fondamentale che Dio nessuno l’ha mai visto. A volte senza rendersi ben conto di stare citando le nostre Scritture:
Dio nessuno l'ha mai visto:
proprio il Figlio unigenito,
che è nel seno del Padre,
lui lo ha rivelato.
[Vangelo secondo Giovanni 1,18 - traduzione CEI 2008]
 Io sono sempre d’accordo con lui  su tutte le ragioni del non credere e, anzi, di solito gli faccio  presente che ne ha trascurate  anche  altre. La nostra visione di fede della realtà è costantemente smentita dall’osservazione di come vanno le cose, ma questa non è una ragione sufficiente per smettere di seguirla religiosamente. Perché nel mondo, in particolare tra gli umani, si osserva anche dell’altro, che appare fuori contesto certo, ma che c’è: è ciò che viene evocato ogni volta che viene celebrata la nostra Messa.
   Non si è soddisfatti di questo mondo, che fatalmente sembra ricadere nella nostra realtà biologica di antiche belve, e allora si dà credito a chi ci dice che dalla nostra storia viene una voce secondo la quale ce ne può essere un altro. Questo comporta un rifiuto di qualcosa che c’è in noi e ci spinge a certe azioni crudeli, violente, di prevaricazione, di sfruttamento verso gli altri e lo sforzo di essere diversi. Funziona. E’ infatti alla base delle nostre esperienze sociali evolute, in cui si collabora pacificamente per un fine comune, per vivere una vita migliore. Può essere fatto e l’abbiamo fatto.
  Che cos’è che, allora, non vediamo, o meglio non riusciamo a vedere perché effettivamente non esiste? E’ il mondo numinoso, al modo in cui si pensava che fosse quello in cui vivevano gli antichi dei, che furono culturalmente spodestati all’inizio della nostra era, nei corso di un processo tutto sommato molto veloce durato quattro secoli, che però aveva base in un’insoddisfazione religiosa che si era manifestata nei precedenti quattro secoli. Se immaginiamo che sia così il soprannaturale, allora dobbiamo rassegnarci a non vederlo  mai. Ma il soprannaturale, ciò che ci eleva oltre la nostra realtà biologica di discendenti da antiche belve, esiste e può essere constatato. E’ tra noi, è in noi; In religione si dice: s’è fatto come noi. Su questo essersi fatto come noi  si è molto ragionato nel pensiero religioso e ancora lo si fa. E’ questo che determina la perenne attualità della nostra religione e il vero motivo per essere ancora religiosi.
  Si scoprono sempre nuovi sensi di quell’idea d’essersi fatto come noi, d’essere quindi nato da una di noi, di aver vissuto tra noi come uno di noi. Si pensa però che qualcosa rimanga costante nelle varie versioni del nostro pensiero e della nostra vita religiosi e che sia stato depositato  nelle mani di quelli delle nostre prime collettività di fede per essere tramandato  di generazione in generazione, cosa che effettivamente è avvenuta. Però ogni generazione vi ha inserito propri apporti, sulla base della propria esperienza di vita. Nel mentre si riceve, dunque, ci si confronta con le generazioni del passato e con i loro apporti e si prende anche posizione, per decidere ciò che merita e si ha l’obbligo di tramandare.
  Questo lavoro che si è sempre fatto, ma di cui a lungo non si è voluto e non si è riusciti a prendere consapevolezza, perché in fondo si temeva di farlo, è quello che san Karol Wojtyla, guidandoci come papa Giovanni Paolo 2° al Grande Giubileo dell’Anno 2000, chiamò  purificazione delle memoria. Vi sono vari modi di intenderla.
 C’è chi la riduce, e così la sfigura, ad una  riscrittura della memoria, in modo di farla aderire alle concezioni di politica religiosa prevalenti in un certo momento, e questa è un’operazione intellettualmente disonesta. Vi è invece chi ne capisce il vero senso, quello del magistero di san  Wojtyla, come giudizio delle esperienze passate, alla luce di ciò che deve restare di generazione in generazione, per capire quali apporti del passato possono guidarci nel nostro presente verso il futuro.
2,   Ragionando criticamente sul passato non si può evitare di farlo anche sul nostro presente: la critica si fa sempre autocritica. Critica e autocritica non sono sempre le benvenute dove si sono strutturati assetti sociali connotati da poteri forti. Nella nostra confessione, che ha mantenuto ancora, ricevendolo dagli apporti dei secoli passati, una sorta di Ministero della verità, secondo l’immagine che ne diede lo scrittore George Orwell nel libro 1984,  la critica generalmente è ammessa da chi sta più in alto verso chi sta in basso, e l’autocritica pretesa solo da quest’ultimo. Alcuni hanno cominciato ad osservare che questo non è un metodo giusto, che è uno di quegli apporti del passato che occorrerebbe più intensamente vagliare criticamente nell’opera di purificazione della memoria. Indubbiamente lo si è fatto, e la polizia ideologica del passato fa molti meno danni, ma li fa, e sembra che non possa farsene proprio a meno, anche se vi sono confessioni cristiane che non l’hanno adottata.
  Le religiosità secondo le quali ai tempi nostri si vive la nostra fede appaiono molto diverse da quelle dal passato, e lo sono veramente. Non solo quando le si sono sfrondate da certi apporti del passato, ma anche perché hanno ricevuto apporti nostri, e questo anche se ci si proponeva di tornare alle origini. Questa espressione può significare il voler recuperare l’originario deposito di fede  ciò che dobbiamo tramandare intatto di generazione in generazione, quella voce che dice che un mondo diverso da quello delle belve è possibile e anzi doveroso, ma anche il voler annullare certi modi evoluti in cui si vive oggi la religiosità della nostra fede, e allora è impossibile. Non  è possibile reiterare  la storia passata, perché l’umanità e ciò che ha imparato a fare e a pensare sono molto diversi dal lontano passato, ma anche da quello più recente. Il sogno reazionario, di ritorno al passato, è possibile solo pensando di attuare un passato immaginario, ricostruito come vorremmo che fosse stato, tralasciando i molti suoi aspetti che non corrisponderebbero al modello che abbiamo pensato di seguire. Il sogno reazionario non è proponibile, in definitiva, se non mediante una falsificazione della memoria.
   La persona religiosa è sempre dominata da una certa insoddisfazione per come vanno le cose, è un suo tratto caratteristico. Ma pensa che si possa cambiare, a cominciare dalla sua vita, da ciò che è in suo dominio, dal frammento sociale all’intera società. Nelle nostre Scritture e nel nostro pensiero religioso trova ragioni per convincersene ulteriormente e l’indicazione di vie da seguire per cominciare ad attuare i suoi propositi. Ma questo è sempre un lavoro collettivo, perché si tratta, innanzi tutto, di modificare la società intorno. Nel fare, ognuno inserisce propri apporti originali nella vita collettiva, a cominciare, ad esempio dal rapporto che ha con i proprio figli, con la generazione successiva, e poi, da più anziano, con i nipoti. Non si tratta, quindi, semplicemente di seguire un certo metodo precostituito, una ricetta di vita per la buona  vita. E l’obiettivo non è lo star bene, come altre religiosità si limitano a proporre, ma di migliorare la società. Ai tempi nostri, e in questo siamo molto cambiati dalle origini, ci si propone di fare dell’umanità un’unica famiglia, un progetto grandioso che cominciamo ad attuare a partire dalla liturgia della Messa, che è il centro delle nostre liturgie, lì dove traiamo la massima ispirazione per il  lavoro che ci proponiamo di fare.
  Dunque, ai miei lettori, alcuni dei quali conosco bene, propongo, per cominciare a riscoprire le ragioni di una loro religiosità secondo la nostra fede, di partecipare alla Messa. Non si affatichino sulla questione c’è/non c’è. Vengano e vedano.
  Oggi sarebbe un bel giorno per iniziare: è infatti una grande solennità religiosa, quella di Tutti i santi, e si proclama una lettura evangelica grandiosa, in cui risplende, come luce nelle tenebre perché tanto contrastante con come le cose vanno in genere, il senso dei nostri propositi religiosi:

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
 «Beati i poveri in spirito,

perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».
[Dal Vangelo secondo Matteo 5,1-12a]
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli]