Religioni
La religione
è un fatto sociale. Contiene un visione semplificata della realtà
naturale e sociale che non richiede approfondimenti sulla sua verità, per
vedere se è come si dice. Si ritiene che seguendola secondo certi riti e altre regole
di condotte sociali e personali le cose si possano mettere bene. Questo perché
dipendono da una volontà superiore che non
è insensibile verso gli esseri umani, una potenza che, in quanto le
domina, è sopra di loro, è soprannaturale.
E lo è talmente tanto, si pensa, che non solo è inutile indagarla come si fa
per cercare la spiegazione dei fatti naturali e sociali, ma è anche
sconveniente, perché lede la sua maestà, e comunque non necessario, perché ciò
che conta è assicurarsene il beneplacito e questo si può fare in modo più
semplice e spedito. L’essere soprannaturale
pone quella volontà al riparo degli
appetiti umani, che possono solo seguirla o non seguirla, ma che non seguendola
rischiano molto se non riescono ad ottenere un’altra protezione soprannaturale.
Le religioni primitive in questo modo spiegavano i fatti naturali,
personificandone la potenza nelle figure degli dei, ma anche quelli sociali,
attribuendo in particolare a certe personalità, per natura loro propria o per
discendenza di stirpe, potenza miracolosa
e miracolante. Il miracolo è la manifestazione pubblica di una potenza
soprannaturale: nel suo contesto le cose vanno come non ci si aspetta. Certi
risultati della medicina contemporanea sarebbero apparsi miracolosi solo pochi
decenni addietro, ma la scienza, al contrario ad esempio della magia, rifiuta per statuto l’attributo di
soprannaturalità. In altri campi va molto diversamente.
Le nostre società, nonostante la diffusa
professione di ateismo o di indifferenza religiosa, sono profondamente permeate
da fenomeni religiosi. La religione che mi appare più diffusa è quella del destino, che corrisponde a quella molto
antica del fato. Essa si esprime anche in molte
consuetudini religiose della nostra fede, in particolare nei culti del
prodigioso. Altre religioni si fondano sul culto di personalità miracolose e
miracolanti, come si ritennero che fossero i capi dei vari fascismi storici
europei degli anni Venti e Trenta del Novecento
e come ancora sono ritenuti vari capi politici di oggi. Questi culti
sono legati a quello del popolo,
concepito non più come moltitudini di persone in complesse relazioni sociali
tra loro, ma come entità soprannaturale, il cui principale attributo prodigioso
sarebbe l’infallibilità. Tutte queste
religioni hanno preso piede in Europa da quando, alla fine del Settecento, è
stato rapidamente smantellato il sistema di polizia ideologica organizzato
dalle Chiese cristiane. Il più esteso ed efficiente fu quello della nostra
confessione, che ancora in realtà è in piedi, anche se con competenza
specializzata sul clero e i religiosi e con poteri sanzionatori molto più
limitati.
Una
religione molto importante perché ha corso legale, è ancora obbligatoria in
molte parti del mondo, è quella dei diritti
fondamentali. Secondo questa visione non si può fare quello che si vuole degli
esseri umani, nell’organizzarne le società, nel sanzionarne le condotte
indesiderate, nel distribuire lavoro e ricchezze. E’ una concezione religiosa
perché rifiuta di accettare certe dinamiche naturali, come quelle secondo le
quali il pesce grosso mangia il pesce piccolo. E’ quindi soprannaturale. Pensata
originariamente per gli esseri umani, sta venendo applicata anche agli animali,
contro ogni evidenza naturale che parla di relazioni tra i viventi sempre
conflittuali in cui la sopravvivenza e l’espansione si fanno sempre a spese di altri. L’animalismo
e il veganismo ne sono espressione.
Tutte le religioni hanno un elemento comune:
vengono seguite socialmente se funzionano. Naturalmente su questo si
possono prendere degli abbagli. C’è, ad esempio, la religione delle lotterie,
in cui è evidente che la gran parte perde, ma siccome i pochissimi che vincono
guadagnano tanto che la loro vita cambia radicalmente, mentre chi gioca in
genere perde una quota limitata, allora si pensa che funzioni. Tutte le
religioni del miracolo si fondano su un ragionamento simile. I miracolati sono
pochissimi, ma lo sono in maniera così intensa da far pensare che quella
religione funzioni. Storicamente le
religioni sono state funzionali a sistemi sociali molto potenti, garantendone
la coesione. Così, ogni potenza della terra si è portata dietro la propria
religione e ha cercato di imporla a quelli che riusciva a conquistare e
dominare, facendone uno strumento di dominio. Questo è il meccanismo sociale
della sacralizzazione, che ha avuto esempi
spettacolari tra gli europei.
Quando una religione non funziona più, viene
abbandonata. Noi europei abbiamo vissuto un processo del genere nei primi
quattro secoli della nostra era, quando le antiche religioni del fato e degli
dei vennero inglobate nel Cristianesimo.
E’ possibile che qualcosa di simile stia accadendo a quest’ultimo. Il processo
di secolarizzazione, che è l’inverso
della sacralizzazione, ne è un
sintomo sociale. Tuttavia esso è molto meno diffuso di quello che si pensa,
soprattutto nei nostri ambienti religiosi. Sembra invece in corso una
metamorfosi, un cambiamento, nei processi di sacralizzazione. Ancora si è alla
ricerca dei favori del fato e della personalità miracolante. L’ascesa di capi
politici molto potenti, ma tutto sommato di modesto spessore umano e
intellettuale, si spiega essenzialmente con dinamiche religiose. Si vede in
essi più di ciò che appare, se ne ha una visione soprannaturale. Essi capiscono
l’opportunità che loro si offre e cercano di liberarsi dei limiti che la
democrazia pone ad ogni potere proponendo aspettative religiose. Perché uno che
sa poco di tutto, e al più ha avuto successo in un campo limitato come gli
affari o lo spettacolo, o addirittura da nessun’altra parte al di fuori dell’agitazione
sociale, dovrebbe saper condurre la società molto complessa del nostro tempo
meglio di chi cerca di conoscerne realisticamente le dinamiche? Ci dice quello
che vorremmo sentirci dire e prospetta rapidi e radicali miglioramenti con
soluzioni drastiche che, però, presuppongono che la realtà sia diversa da come
appare. Ad esempio, l’idea di poter creare ricchezza
sociale solo deliberandola, senza riequilibrare le situazioni sociali ma
semplicemente espandendo, ha natura religiosa, perché si
basa su aspettative soprannaturali. Com’è che, poi, il popolo o una sua qualche
personificazione riuscirebbe sempre ad avere ragione? Negli anni Trenta del secolo
scorso mio padre, a scuola, chiese al maestro com’è che il Duce aveva sempre ragione, come si leggeva nelle scritte che all’epoca
veniva tracciate per strada sugli edifici. Non ricevette spiegazione, ma una
punizione. Quella era un’affermazione indiscutibile. Ma fu la realtà della
guerra voluta dal quel Duce a ricondurre il popolo a pensieri più ragionevoli, ad una consapevolezza affidabile della realtà che dovrebbe essere continuamente riconquistata di generazione
in generazione come lavoro essenziale della democrazia. Non averlo fatto a
sufficienza e bene ci sta creando ora qualche problema.
La
catastrofe delle due guerre mondiali del Novecento, partite dagli europei, non
poterono essere impedite dalle religioni cristiane dell’epoca. Si capì che la
guerra, vista da millenni come fattore di potenza nazionale e sovranazionale,
era diventata un rischio per la sopravvivenza dell’umanità. Era decisa da
pochi, che poi si trascinavano dietro i più. Occorreva impedire gli sviluppi
conflittuali creando un sistema di limiti fondati innanzi tutto su valori. La
pace doveva essere inculturata come fattore di sviluppo. Non più quindi, come
da sempre nelle società umane, un’alternanza di brevi e intensi periodi di
guerra seguiti da più lunghi periodi di pace nei quali i vincitori imponevano
ai vinti le loro condizioni. Ma una pace fondata sulla giustizia, sul rispetto
dei diritti fondamentali, e una giustizia che inglobava anche l’esigenza della
pace. Questo il senso della grandi organizzazioni sovranazionali che dal
secondo dopoguerra furono costruite, tra le quali la nostra Unione Europea. Fin
tanto che si mantenne la memoria sociale dei disastri bellici, l’ideologia della pace
ebbe fondamento razionale. Nel tempo ne acquistò uno religioso, assecondato
dalla nostra dottrina religiosa, che dell’ideologia della pace fu potentemente
permeata. Il proposito di fare dell’intera
umanità una comunità pacificata, pacifica
e pacificante, una famiglia, ne è espressione. Tuttavia la
sola religione non basta, occorre anche diffondere una cultura della pace su
basi razionali, spiegando come avviene che la pace convenga e che proponendosi
il “Prima noi!”, si va alla guerra,
quando anche gli altri hanno propositi simili. Di fatto, rispetto alla
religione della pace, si vanno diffondendo, non tanto ideologie empie vale a
dire semplicemente irreligiose, ma eretiche,
nel senso di varianti non ammissibili, spesso
riprese dal passato, quelle ad esempio che avvaloravano la funzione religiosa
del predominio mondiale degli europei o di una loro nazione. Ne è qualche volta possibile,
per noi, una critica specificamente religiosa, interna, sulla coerenza dei propositi con gli enunciati di fede, se mantengono un collegamento con la religione
comune, il Cristianesimo. Altrimenti non è possibile. La critica di una
religione, di una concezione basata sul soprannaturale, proprio per le sue grandi capacità di adattamento sociale e dottrinale non limitata da vincoli naturali (si immagina quello che si
vuole), è possibile veramente solo sulla
base dei suoi effetti sociali, e in particolare dei danni sociali che produce. Ad
esempio se ammazza, su che scala, in che modo e con quali pretesti. Dagli anni Trenta tra noi la si fa anche con un metodo diverso
dal passato, in cui l’ortodossia si otteneva con la violenza poliziesca o la pressione dell'ambiente sociale e il conseguente discredito degli increduli o dei fedeli di altri culti.
Vorremmo essere lievito sociale, quindi stabilire certe positive relazioni di
prossimità con le persone per indurle a cambiare in meglio, riscoprendo la
bellezza della pace sociale, tutti insieme, non lottando tra noi. Una certa aria di famiglia si avverte certamente tra noi, ma
questo non è mai bastato storicamente a fermare i conflitti. La natura ha in genere
preso il sopravvento. Discendiamo biologicamente da belve. Ma, quando abbiamo deciso di cessare di comportarci come
animali, abbiamo costruito società molto evolute, in cui si può vivere bene in
molti: sono di questo tipo le società europee contemporanee, nonostante i molti
mali sociali che ancora le travagliano. La dottrina sociale ci incoraggia ad
essere ancora lievito sociale perseguendo la via della pace. E’
indubbiamente una via religiosa, perché va contro le cose come di solito vanno
in natura, ma, perseguita su vasta scala e con costanza funziona e ha anche un fondamento razionale, perché è nei tempi di pace che
si sono avverati certi prodigi sociali e questo perché collaborando in molti si diviene più potenti e sapienti. Uno di questi prodigi sociali è il lungo periodo di
pace che si è vissuto in Europa dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, e
questo in un continente dal quale erano originate le guerre più disastrose
degli ultimi secoli.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli