mercoledì 31 ottobre 2018

Religioni


Religioni

  La religione  è un fatto sociale. Contiene un visione semplificata della realtà naturale e sociale che non richiede approfondimenti sulla sua verità, per vedere se è come si dice. Si ritiene che seguendola secondo certi riti e altre regole di condotte sociali e personali le cose si possano mettere bene. Questo perché dipendono da una volontà superiore che non  è insensibile verso gli esseri umani, una potenza che, in quanto le domina, è sopra di loro, è soprannaturale. E lo è talmente tanto, si pensa, che non solo è inutile indagarla come si fa per cercare la spiegazione dei fatti naturali e sociali, ma è anche sconveniente, perché lede la sua maestà, e comunque non necessario, perché ciò che conta è assicurarsene il beneplacito e questo si può fare in modo più semplice e spedito. L’essere soprannaturale  pone quella volontà al riparo degli appetiti umani, che possono solo seguirla o non seguirla, ma che non seguendola rischiano molto se non riescono ad ottenere un’altra protezione soprannaturale. Le religioni primitive in questo modo spiegavano i fatti naturali, personificandone la potenza nelle figure degli dei, ma anche quelli sociali, attribuendo in particolare a certe personalità, per natura loro propria o per discendenza di stirpe, potenza miracolosa e miracolante. Il miracolo è la manifestazione pubblica di una potenza soprannaturale: nel suo contesto le cose vanno come non ci si aspetta. Certi risultati della medicina contemporanea sarebbero apparsi miracolosi solo pochi decenni addietro, ma la scienza, al contrario ad esempio della magia,  rifiuta per statuto l’attributo di soprannaturalità. In altri campi va molto diversamente.
  Le nostre società, nonostante la diffusa professione di ateismo o di indifferenza religiosa, sono profondamente permeate da fenomeni religiosi. La religione che mi appare più diffusa è quella del destino, che corrisponde a quella molto antica del  fato. Essa si esprime anche in molte consuetudini religiose della nostra fede, in particolare nei culti del prodigioso. Altre religioni si fondano sul culto di personalità miracolose e miracolanti, come si ritennero che fossero i capi dei vari fascismi storici europei degli anni Venti e Trenta del Novecento  e come ancora sono ritenuti vari capi politici di oggi. Questi culti sono legati a quello del popolo, concepito non più come moltitudini di persone in complesse relazioni sociali tra loro, ma come entità soprannaturale, il cui principale attributo prodigioso sarebbe l’infallibilità. Tutte queste religioni hanno preso piede in Europa da quando, alla fine del Settecento, è stato rapidamente smantellato il sistema di polizia ideologica organizzato dalle Chiese cristiane. Il più esteso ed efficiente fu quello della nostra confessione, che ancora in realtà è in piedi, anche se con competenza specializzata sul clero e i religiosi e con poteri sanzionatori molto più limitati.
  Una religione molto importante perché ha corso legale, è ancora obbligatoria in molte parti del mondo, è quella dei  diritti fondamentali. Secondo questa visione non si può fare quello che si vuole degli esseri umani, nell’organizzarne le società, nel sanzionarne le condotte indesiderate, nel distribuire lavoro e ricchezze. E’ una concezione religiosa perché rifiuta di accettare certe dinamiche naturali, come quelle secondo le quali il pesce grosso mangia il pesce piccolo. E’ quindi soprannaturale.  Pensata originariamente per gli esseri umani, sta venendo applicata anche agli animali, contro ogni evidenza naturale che parla di relazioni tra i viventi sempre conflittuali in cui la sopravvivenza e l’espansione  si fanno sempre a spese di altri. L’animalismo e il veganismo ne sono espressione.
  Tutte le religioni hanno un elemento comune: vengono seguite socialmente se  funzionano. Naturalmente su questo si possono prendere degli abbagli. C’è, ad esempio, la religione delle lotterie, in cui è evidente che la gran parte perde, ma siccome i pochissimi che vincono guadagnano tanto che la loro vita cambia radicalmente, mentre chi gioca in genere perde una quota limitata, allora si pensa che funzioni. Tutte le religioni del miracolo si fondano su un ragionamento simile. I miracolati sono pochissimi, ma lo sono in maniera così intensa da far pensare che quella religione funzioni. Storicamente le religioni sono state funzionali a sistemi sociali molto potenti, garantendone la coesione. Così, ogni potenza della terra si è portata dietro la propria religione e ha cercato di imporla a quelli che riusciva a conquistare e dominare, facendone uno strumento di dominio. Questo è il meccanismo sociale della sacralizzazione, che ha avuto esempi spettacolari tra gli europei.
  Quando una religione non funziona più, viene abbandonata. Noi europei abbiamo vissuto un processo del genere nei primi quattro secoli della nostra era, quando le antiche religioni del fato e degli dei  vennero inglobate nel Cristianesimo. E’ possibile che qualcosa di simile stia accadendo a quest’ultimo. Il processo di secolarizzazione, che è l’inverso della sacralizzazione, ne è un sintomo sociale. Tuttavia esso è molto meno diffuso di quello che si pensa, soprattutto nei nostri ambienti religiosi. Sembra invece in corso una metamorfosi, un cambiamento, nei processi di sacralizzazione. Ancora si è alla ricerca dei favori del fato e della personalità miracolante. L’ascesa di capi politici molto potenti, ma tutto sommato di modesto spessore umano e intellettuale, si spiega essenzialmente con dinamiche religiose. Si vede in essi più di ciò che appare, se ne ha una visione soprannaturale. Essi capiscono l’opportunità che loro si offre e cercano di liberarsi dei limiti che la democrazia pone ad ogni potere proponendo aspettative religiose. Perché uno che sa poco di tutto, e al più ha avuto successo in un campo limitato come gli affari o lo spettacolo, o addirittura da nessun’altra parte al di fuori dell’agitazione sociale, dovrebbe saper condurre la società molto complessa del nostro tempo meglio di chi cerca di conoscerne realisticamente le dinamiche? Ci dice quello che vorremmo sentirci dire e prospetta rapidi e radicali miglioramenti con soluzioni drastiche che, però, presuppongono che la realtà sia diversa da come appare. Ad esempio, l’idea di poter creare ricchezza sociale solo deliberandola, senza riequilibrare le situazioni sociali ma semplicemente  espandendo, ha natura religiosa, perché si basa su aspettative soprannaturali. Com’è che, poi, il popolo o una sua qualche personificazione riuscirebbe sempre  ad avere ragione? Negli anni Trenta del secolo scorso mio padre, a scuola, chiese al maestro com’è che il Duce aveva sempre ragione, come si leggeva nelle scritte che all’epoca veniva tracciate per strada sugli edifici. Non ricevette spiegazione, ma una punizione. Quella era un’affermazione indiscutibile. Ma fu la realtà della guerra voluta dal quel Duce a ricondurre il popolo a pensieri più ragionevoli, ad una consapevolezza affidabile della realtà che dovrebbe essere continuamente riconquistata di generazione in generazione come lavoro essenziale della democrazia. Non averlo fatto a sufficienza e bene ci sta creando ora qualche problema.
  La catastrofe delle due guerre mondiali del Novecento, partite dagli europei, non poterono essere impedite dalle religioni cristiane dell’epoca. Si capì che la guerra, vista da millenni come fattore di potenza nazionale e sovranazionale, era diventata un rischio per la sopravvivenza dell’umanità. Era decisa da pochi, che poi si trascinavano dietro i più. Occorreva impedire gli sviluppi conflittuali creando un sistema di limiti fondati innanzi tutto su valori. La pace doveva essere inculturata come fattore di sviluppo. Non più quindi, come da sempre nelle società umane, un’alternanza di brevi e intensi periodi di guerra seguiti da più lunghi periodi di pace nei quali i vincitori imponevano ai vinti le loro condizioni. Ma una pace fondata sulla giustizia, sul rispetto dei diritti fondamentali, e una giustizia che inglobava anche l’esigenza della pace. Questo il senso della grandi organizzazioni sovranazionali che dal secondo dopoguerra furono costruite, tra le quali la nostra Unione Europea. Fin tanto che si mantenne la memoria sociale  dei disastri bellici, l’ideologia della pace ebbe fondamento razionale. Nel tempo ne acquistò uno religioso, assecondato dalla nostra dottrina religiosa, che dell’ideologia della pace fu potentemente permeata. Il proposito di fare dell’intera umanità  una comunità pacificata, pacifica e pacificante, una  famiglia, ne è espressione. Tuttavia la sola religione non basta, occorre anche diffondere una cultura della pace su basi razionali, spiegando come avviene che la pace convenga e che proponendosi il “Prima noi!”, si va alla guerra, quando anche gli altri hanno propositi simili. Di fatto, rispetto alla religione della pace, si vanno diffondendo, non tanto ideologie empie vale a dire semplicemente irreligiose, ma eretiche, nel senso di varianti non ammissibili,  spesso riprese dal passato, quelle ad esempio che avvaloravano la funzione religiosa del predominio mondiale degli europei o di una loro nazione. Ne è qualche volta possibile, per noi, una critica specificamente religiosa, interna,  sulla coerenza  dei propositi con gli enunciati di fede, se mantengono un collegamento con la religione comune, il Cristianesimo. Altrimenti non è possibile. La critica di una religione, di una concezione basata sul soprannaturale, proprio per le  sue grandi capacità di adattamento sociale e dottrinale non limitata da vincoli naturali (si immagina quello che si vuole),  è possibile veramente solo sulla base dei suoi effetti sociali, e in particolare dei danni sociali che produce. Ad esempio se ammazza, su che scala, in che modo  e con quali pretesti. Dagli anni Trenta tra noi la si fa anche con un metodo diverso dal passato, in cui l’ortodossia si otteneva con la violenza poliziesca o la pressione dell'ambiente sociale e il conseguente discredito degli increduli o dei fedeli di altri culti. Vorremmo essere lievito  sociale, quindi stabilire certe positive relazioni di prossimità con le persone per indurle a cambiare in meglio, riscoprendo la bellezza della pace sociale, tutti insieme, non lottando tra noi. Una certa aria di famiglia si avverte certamente tra noi, ma questo non è mai bastato storicamente a fermare i conflitti. La natura ha in genere preso il sopravvento. Discendiamo biologicamente da belve. Ma, quando abbiamo deciso di cessare di comportarci come animali, abbiamo costruito società molto evolute, in cui si può vivere bene in molti: sono di questo tipo le società europee contemporanee, nonostante i molti mali sociali che ancora le travagliano. La dottrina sociale ci incoraggia ad essere ancora lievito  sociale perseguendo la via della pace. E’ indubbiamente una via religiosa, perché va contro le cose come di solito vanno in natura, ma, perseguita su vasta scala e con costanza funziona e ha anche un fondamento razionale, perché è nei tempi di pace che si sono avverati certi prodigi sociali e questo perché collaborando in molti si diviene più potenti e sapienti. Uno di questi prodigi sociali è il lungo periodo di pace che si è vissuto in Europa dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, e questo in un continente dal quale erano originate le guerre più disastrose degli ultimi secoli.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli