Noi, il popolo
We the People of the United
States, in Order to form a more perfect Union, establish Justice, insure
domestic Tranquility, provide for the common defence, promote the general Welfare, and secure the Blessings of Liberty to ourselves and our Posterity, do ordain and establish
this Constitution for the United States of America.
Noi
Popolo degli Stati Uniti, per formare un'Unione più perfetta, istituire la
giustizia, assicurare la tranquillità domestica, provvedere alla difesa comune,
promuovere il benessere generale e assicurare le benedizioni della libertà a
noi stessi e ai nostri posteri, ordiniamo stabiliamo questa Costituzione per
gli Stati Uniti d'America.
[Preambolo della Costituzione degli Stati
Uniti d’America, deliberata il 17 settembre 1787 dai rappresentanti delle
tredici colonie inglesi che nel 1776 si erano dichiarate indipendenti dal Re d’Inghilterra]
Il
passo sopra citato della Costituzione degli Stati Uniti d’America è molto importante perché è la prima
affermazione politica di una soggettività di un popolo come sovrano. Essa seguì ad una guerra detta
dagli storici d’Indipendenza, ma
anche Rivoluzionaria. Quella statunitense fu
infatti, insieme, indipendenza e rivoluzione, o meglio: indipendenza per via rivoluzionaria. L’indipendenza,
più precisamente, fu la via per attuare una rivoluzione. Quest’ultima ebbe
carattere sociale, perché progettava una società politica diversa fondata sulla
giustizia.
Questo emerge da un altro testo molto
importante per la politica statunitense, la Dichiarazione di Indipendenza del
1776:
When in the Course of human
events, it becomes necessary for one people to dissolve the political bands
which have connected them with another, and to assume among the powers of the
earth, the separate and equal station to which the Laws of Nature and of
Nature's God entitle them, a decent respect to the opinions of mankind requires
that they should declare the causes which impel them to the separation.
Quando,
nel corso degli umani eventi, diviene necessario per un popolo sciogliere i
legami politici con un altro popolo e di assumere davanti ai poteri della terra
la posizione distinta e paritaria che gli spetta per Legge di Natura voluta da
Dio, è necessario dichiarare chiaramente all’umanità le cause che lo spingono
alla separazione
We hold these truths to be
self-evident, that all men are created equal, that they are endowed by their
Creator with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty and
the pursuit of Happiness.
Crediamo
in queste verità che sono evidenti di per sè stesse, che tutti gli uomini sono
creati uguali, che sono dotati dal loro Creatore con certi inalienabili
diritti, e tra questi il diritto alla Vita, alla Libertà e alla ricerca della
Felicità
--That to secure these rights, Governments are
instituted among Men, deriving their just powers from the consent of the
governed, --That whenever any Form of Government becomes destructive of these
ends, it is the Right of the People to alter or to abolish it, and to institute
new Government, laying its foundation on such principles and organizing its
powers in such form, as to them shall seem most likely to effect their Safety
and Happiness.
Per
assicurare questi diritti sono costituiti i Governi tra gli uomini. Essi
derivano i loro legittimi poteri dal consenso dei governati. Quando accada che
un Governo minacci questo scopo, è diritto del popolo di modificarlo o di
abolirlo e di costituire un nuovo Governo fondato su principi e con una
organizzazione tali da garantire nel miglior modo il Benessere e la Felicità.
Bisogna
sempre tenere a mente, trattando di politica democratica, i testi che ho sopra
citato, perché contengono i principi fondamentali dell’ideologia democratica
moderna e, in particolare, quello secondo il quale ogni potere politico trae la
sua legittimazione dall’esigenza di garantire nel miglior modo il benessere e
la felicità di tutti riconoscendo i
diritti inalienabili delle
persone umane, e quello per il quale il
popolo ha il diritto di modificare o
abbattere il potere politico che venga meno a questa funzione.
In
questo quadro il popolo è un soggetto collettivo che critica e
delibera. Nel 1776 si riteneva scontato, anche se non espressamente deliberato, che non comprendesse le donne e gli
africani tratti schiavi in America. Ci vollero un’altra guerra e molte altre
lotte, sostanzialmente durate fino ad oggi, per estendere veramente le
concezioni democratiche a tutti.
Questa è stata una dinamica comune a tutte le democrazie di derivazione
europea, in particolare dopo l’affermarsi, nel corso dell’Ottocento, delle
concezioni socialiste, che introdussero ideologicamente un nuovo soggetto
politico, costituito dai lavoratori,
questi ultimi intesi come coloro che lavorano alle dipendenze altrui, affittando ad altri la propria capacità
di lavoro. Le dinamiche più recenti
delle democrazie di tipo occidentale sono state animate da una lotta per l’indipendenza della classe di quei
lavoratori, in modo da garantire anche a loro, con il riconoscimento di diritti
inalienabili, benessere e felicità. Nelle concezioni socialista popolo è inteso come popolo dei lavoratori,
contrapposto alla classi di chi compra il lavoro e si appropria della maggior parte
dei profitti di ciò che il lavoro produce. Dall’Ottocento, poi, si andò
affermando un’altra idea di popolo, costruita intorno a quella di nazione, come gente di una stessa stirpe naturale stanziata storicamente su un
determinato territorio e, come tale, vista come portatrice di importanti valori di carattere culturale derivati dai profondi e duraturi legami tra
i componenti di quella società naturale,
che richiedevano l’indipendenza per essere
pienamente realizzati, e dunque un centro politico nazionale. Il nazionalismo italiano, che costruì l’unità d’Italia,
mediante una lunga serie di sanguinosi conflitti nel corso dell’Ottocento, tra
il 1848 e il 1918, fu di quel tipo.
Esso portò il nuovo Regno d’Italia ad una dura contrapposizione con il Papato
romano, il cui piccolo stato nell’Italia centrale fu abbattuto militarmente nel
1870, con strascichi ideologici pesantissimi. Perso il potere di sovrano
civile, il Papato costruì un’ideologia politica rivoluzionaria secondo la quale
esso si presentava come difensore dei diritti del popolo italiano minacciato dalle concezioni liberali e come tali
irreligiose del nuovo stato italiano: era rivoluzionaria
perché mirava ad una profonda
riforma sociale, basata sulla giustizia sociale. La legittimazione proposta dal
Papato in questa fase fu dunque la medesima di quella di rivoluzionari
statunitensi del Settecento, benché attribuita ad un sovrano assoluto, quale il
Papa ancora giuridicamente è, unico nel mondo. Questo poi lo portò diritto alla
conciliazione con il nazionalismo mussoliniano, nel 1929,
realizzando il suo intento rivoluzionario nei confronti dell’odiato
liberalismo. Questa fascinazione per il nazionalismo di tipo etnico durò a
lungo, almeno fino agli anni Cinquanta, ed ebbe una certa ripresa nel
trentennio del regno di san Karol Wojtyla. Come conciliare, però, l’universalismo
della fede con il particolarismo etnico del nazionalismo? Fu il tema centrale
della riflessione del pensiero sociale ispirato dalla fede ne ventennio tra gli
anni Cinquanta e gli anni Settanta: al centro c’è il Concilio Vaticano 2°
(1962-1965) che propose nuove idee di popolo.
Esse variano, quanto alla dottrina sociale, tra quella di tipo democratica e
quella di tipo socialista: vi fu il faticoso ripudio del nazionalismo etnico e
della sua concezione di popolo. Ve n’è anche una versione teologica che doveva servire a dare voce al popolo anche in
questo campo: ciò che si riuscì a fare in misura molto limitata. L’idea era
che, specularmente all’infallibilità del Papa in materia di fede, vi fosse una infallibilità del popolo nel credere, nell’individuare la
via giusta:
[Dalla
Costituzione Pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Luce per le genti - Lumen Gentium, deliberata dal Concilio
Vaticano 2°]
12. Il popolo
santo di Dio partecipa pure dell'ufficio profetico di Cristo col diffondere
dovunque la viva testimonianza di lui, soprattutto per mezzo di una vita di
fede e di carità, e coll'offrire a Dio un sacrificio di lode, cioè frutto di
labbra acclamanti al nome suo (cfr. Eb 13,15). La totalità dei fedeli, avendo
l'unzione che viene dal Santo, (cfr. 1 Gv 2,20 e 27), non può sbagliarsi nel
credere, e manifesta questa sua proprietà mediante il senso soprannaturale
della fede di tutto il popolo, quando « dai vescovi fino agli ultimi fedeli
laici » mostra l'universale suo consenso in cose di fede e di morale.
E invero, per quel senso della fede, che è suscitato e sorretto dallo Spirito
di verità, e sotto la guida del sacro magistero, il quale permette, se gli si
obbedisce fedelmente, di ricevere non più una parola umana, ma veramente la
parola di Dio (cfr. 1 Ts 2,13), il popolo di Dio aderisce indefettibilmente
alla fede trasmessa ai santi una volta per tutte (cfr. Gdc 3), con retto
giudizio penetra in essa più a fondo e più pienamente l'applica nella vita.
In questa concezione il popolo è un tutt’uno,
parla con una sola voce, il che non accade nella realtà, perché ciò che
chiamiamo popolo è formato, come fatto sociale, da tanti gruppi sociali in relazione e anche
in conflitto, ed è la voce di quelli che prevalgono che arriva ad imporsi sulle
altre, le quali però rimangono. Di fatto nessun popolo appare capace, in senso antropologico, sociologico e culturale, di adesione indefettibile e, anzi, molto
spesso vaga qua e là dove lo conducono i rapporti di forza e di interessa al
suo interno. Da qui, appunto, continue lotte sociali molto intense che in
democrazia si cerca di rendere non violente, con l’accettazione del principio
che vi siano diritti inalienabili e
come tali intangibili mediante l’uso della forza. Il quella teologia si fa però
riferimento non tanto si singoli popoli come essi si presentano storicamente, ma a un Popolo di Dio che si dice, a volte, tratto dai popoli della terra come realmente sono,
con il bene e il male al loro interno, e, altre volte, formato da tutti i popoli della terra, in base alle
relazioni solidali e pacifiche animate dalla fede religiosa. Di fatto, più si universalizza l’idea di Popolo
di Dio, più se ne fa un obiettivo di lungo, e lunghissimo, periodo,
immaginandone solo anticipazioni qua e là, nelle espressioni migliori dei
popoli così come sono; più lo si localizza in un ambiente sociale e una cultura
particolare, cercando di capire le differenze sociali e la gente com’è
realmente, meno appare all’altezza degli ideali religiosi universalistici (è accaduto quando si volle prendere a modello del Popolo di Dio questo o quel sistema di organizzazione religiosa degli europei, fosse quella centrata sul Papato romano o quelli di un impero nazionale). Infatti, la
localizzazione si fa generalmente per esclusione, ritagliando certe società
dalle altre, come fecero i nazionalismi europei e cercando poi di assimilare, al modo dei colonialismi europei le altre.
Il Papato vorrebbe oggi essere la voce di tutti i popoli della Terra, a fini di giustizia, per
fare pace tra il Cielo e la Terra e tra
i popoli particolari, per dare a ciascuno il suo, in particolare per
riconoscere a ciascuno i suo diritti inalienabili, secondo l’antica concezione della giustizia
espressa nel Sesto secolo della nostra era, quando si arrivò ad immaginare un impero universale animato dalla nostra fede. Questo
riesce molto difficile perché popolo è in realtà un’astrazione che vive nella
realtà in molti modi, spesso conflittuali. I conflitti sorgono per ragioni di
richiesta di più ampia compartecipazione al potere politico, e sono di tipo
democratico, di più giusta distribuzione delle risorse, e allora sono di tipo
socialista, o di realizzazione di separazione tra società e culture umane, per
vivere tra chi ci è più simile, e allora sono di tipo nazionalista. Pensare di
dominare i conflitti costituendo un’autorità di tipo imperiale, universale, sia
essa quella di un Papa o di un’organizzazione come le Nazioni Unite, è
risultato esso stesso fonte di conflitti. Richiede un uso immane di forza sotto
il controllo di un unico centro di potere politico, ciò che degenera di solito
nel dispotismo, e poi nella ribellione e
rivolta da parte dei dominati, come accadde nel 1776 nel Nord America, con la
rivoluzione statunitense.
Farsi popolo,
vale a dire popolo deliberante, in una concezione
democratica, è compito di tutti e di ciascuno. Si tratta di un lavoro
impegnativo, che molti oggi pensano di evitare limitandosi ad esercitare una
delega generale ad un personalità eminente e fascinosa, che riesca ad imporsi
alla loro attenzione, oggi in particolare con l’ausilio delle reti sociali alle
quale in sempre di più di è quasi
costantemente connessi. La via consigliata oggi dalla dottrina sociale è
diversa e passa per l’autoformazione e il tirocinio alla democrazia, alla
pratica dei suoi valori nella co-decisione. Si tratta di uno sviluppo recente,
nel quale è stata molto importante il pensiero e la pratica sociale dei
cattolici italiani. Come vogliamo essere popolo?
C’è, infine, una concezione di popolo che è
costruita sulla responsabilità sociale per gli eventi della storia e alla quale
non si sfugge. E’ retrospettiva, si fa a posteriori. In questa prospettiva
possiamo affermare, ad esempio, che il popolo
italiano è responsabile, collettivamente,
della guerra stragista contro l’Etiopia tra il ’35 e il 36, così come,
probabilmente, in futuro lo si riterrà responsabile dell’omissione di soccorso
stragista verso i migranti che si avventurano nel mare tra le nostre coste e
quelle libiche nei nostri giorni. Avvertire una certa responsabilità sociale,
non ritenersi come gli antichi sovrani assoluti sciolti da quel tipo di colpa,
è ciò che storicamente ha differenziato la sovranità
del popolo secondo le concezioni
democratiche da quella delle antiche dinastie sovrane, perché, e ritorno all’inizio
del discorso, la legittimazione delle democrazie sta anche in questo, come
parte della giustizia sociale alla quale ogni potere dovrebbe essere
finalizzato. In questa prospettiva giustizia è anche accettare di non poter
fare agli altri e degli altri ciò che si vuole, per qualsiasi ragione. La
democrazia si presenta così anche come un sistema di limiti e in ciò sta uno dei
suoi aspetti rivoluzionari rispetto ad ogni potere che, con qualsiasi pretesto,
si voglia assoluto, vale a dire sciolto da ogni limite.
Mario Ardigò - Azione
Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli