martedì 27 novembre 2018

Noi, il popolo


Noi, il popolo

We the People of the United States, in Order to form a more perfect Union, establish Justice, insure domestic Tranquility, provide for the common defence, promote the general Welfare, and secure the Blessings of Liberty to ourselves and our Posterity, do ordain and establish this Constitution for the United States of America.
Noi Popolo degli Stati Uniti, per formare un'Unione più perfetta, istituire la giustizia, assicurare la tranquillità domestica, provvedere alla difesa comune, promuovere il benessere generale e assicurare le benedizioni della libertà a noi stessi e ai nostri posteri, ordiniamo stabiliamo questa Costituzione per gli Stati Uniti d'America.
[Preambolo della Costituzione degli Stati Uniti d’America, deliberata il 17 settembre 1787 dai rappresentanti delle tredici colonie inglesi che nel 1776 si erano dichiarate indipendenti dal Re d’Inghilterra]

  Il passo sopra citato della Costituzione degli Stati Uniti d’America  è molto importante perché è la prima affermazione politica di una soggettività di un popolo  come sovrano. Essa seguì ad una guerra detta dagli storici d’Indipendenza, ma anche  Rivoluzionaria. Quella statunitense fu infatti, insieme, indipendenza  e  rivoluzione, o meglio: indipendenza per via rivoluzionaria. L’indipendenza, più precisamente, fu la via per attuare una rivoluzione. Quest’ultima ebbe carattere sociale, perché progettava una società politica diversa fondata sulla giustizia.
 Questo emerge da un altro testo molto importante per la politica statunitense, la Dichiarazione di Indipendenza del 1776:

When in the Course of human events, it becomes necessary for one people to dissolve the political bands which have connected them with another, and to assume among the powers of the earth, the separate and equal station to which the Laws of Nature and of Nature's God entitle them, a decent respect to the opinions of mankind requires that they should declare the causes which impel them to the separation.
Quando, nel corso degli umani eventi, diviene necessario per un popolo sciogliere i legami politici con un altro popolo e di assumere davanti ai poteri della terra la posizione distinta e paritaria che gli spetta per Legge di Natura voluta da Dio, è necessario dichiarare chiaramente all’umanità le cause che lo spingono alla separazione
We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal, that they are endowed by their Creator with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty and the pursuit of Happiness.
Crediamo in queste verità che sono evidenti di per sè stesse, che tutti gli uomini sono creati uguali, che sono dotati dal loro Creatore con certi inalienabili diritti, e tra questi il diritto alla Vita, alla Libertà e alla ricerca della Felicità
 --That to secure these rights, Governments are instituted among Men, deriving their just powers from the consent of the governed, --That whenever any Form of Government becomes destructive of these ends, it is the Right of the People to alter or to abolish it, and to institute new Government, laying its foundation on such principles and organizing its powers in such form, as to them shall seem most likely to effect their Safety and Happiness.
 Per assicurare questi diritti sono costituiti i Governi tra gli uomini. Essi derivano i loro legittimi poteri dal consenso dei governati. Quando accada che un Governo minacci questo scopo, è diritto del popolo di modificarlo o di abolirlo e di costituire un nuovo Governo fondato su principi e con una organizzazione tali da garantire nel miglior modo il Benessere e la Felicità.

  Bisogna sempre tenere a mente, trattando di politica democratica, i testi che ho sopra citato, perché contengono i principi fondamentali dell’ideologia democratica moderna e, in particolare, quello secondo il quale ogni potere politico trae la sua legittimazione dall’esigenza di garantire nel miglior modo il benessere e la felicità di tutti riconoscendo i  diritti inalienabili delle persone umane,  e quello per il quale  il popolo  ha il diritto di modificare o abbattere il potere politico che venga meno a questa funzione.
 In questo quadro  il popolo  è un soggetto collettivo che critica e delibera. Nel 1776 si riteneva scontato, anche se non espressamente  deliberato, che non comprendesse le donne e gli africani tratti schiavi in America. Ci vollero un’altra guerra e molte altre lotte, sostanzialmente durate fino ad oggi, per estendere veramente le concezioni democratiche a tutti. Questa è stata una dinamica comune a tutte le democrazie di derivazione europea, in particolare dopo l’affermarsi, nel corso dell’Ottocento, delle concezioni socialiste, che introdussero ideologicamente un nuovo soggetto politico, costituito dai lavoratori, questi ultimi intesi come coloro che lavorano alle dipendenze altrui, affittando ad altri la propria capacità di lavoro.  Le dinamiche più recenti delle democrazie di tipo occidentale sono state animate da una lotta per l’indipendenza della classe di quei lavoratori, in modo da garantire anche a loro, con il riconoscimento di diritti inalienabili, benessere e felicità. Nelle concezioni socialista popolo  è inteso come  popolo dei lavoratori, contrapposto alla classi di chi compra  il lavoro e si appropria della maggior parte dei profitti di ciò che il lavoro produce. Dall’Ottocento, poi, si andò affermando un’altra idea di popolo, costruita intorno a quella di nazione, come gente di una stessa stirpe  naturale stanziata storicamente su un determinato territorio e, come tale, vista come portatrice di importanti valori di carattere culturale derivati dai profondi e duraturi legami tra i componenti di quella società naturale,  che richiedevano l’indipendenza  per essere pienamente realizzati, e dunque un centro politico nazionale. Il nazionalismo italiano, che costruì l’unità d’Italia, mediante una lunga serie di sanguinosi conflitti nel corso dell’Ottocento, tra il   1848 e il 1918, fu di quel tipo. Esso portò il nuovo Regno d’Italia ad una dura contrapposizione con il Papato romano, il cui piccolo stato nell’Italia centrale fu abbattuto militarmente nel 1870, con strascichi ideologici pesantissimi. Perso il potere di sovrano civile, il Papato costruì un’ideologia politica rivoluzionaria secondo la quale esso si presentava come difensore dei diritti del popolo italiano minacciato dalle concezioni liberali e come tali irreligiose del nuovo stato italiano:  era rivoluzionaria  perché mirava ad una profonda riforma sociale, basata sulla giustizia sociale. La legittimazione proposta dal Papato in questa fase fu dunque la medesima di quella di rivoluzionari statunitensi del Settecento, benché attribuita ad un sovrano assoluto, quale il Papa ancora giuridicamente è, unico nel mondo. Questo poi lo portò diritto alla  conciliazione  con il nazionalismo mussoliniano, nel 1929, realizzando il suo intento rivoluzionario nei confronti dell’odiato liberalismo. Questa fascinazione per il nazionalismo di tipo etnico durò a lungo, almeno fino agli anni Cinquanta, ed ebbe una certa ripresa nel trentennio del regno di san Karol Wojtyla. Come conciliare, però, l’universalismo della fede con il particolarismo etnico del nazionalismo? Fu il tema centrale della riflessione del pensiero sociale ispirato dalla fede ne ventennio tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta: al centro c’è il Concilio Vaticano 2° (1962-1965) che propose nuove idee di popolo. Esse variano, quanto alla dottrina sociale, tra quella di tipo democratica e quella di tipo socialista: vi fu il faticoso ripudio del nazionalismo etnico e della sua concezione di popolo. Ve n’è anche una versione teologica che  doveva servire a dare voce al popolo anche in questo campo: ciò che si riuscì a fare in misura molto limitata. L’idea era che, specularmente all’infallibilità  del Papa in materia di fede, vi fosse una infallibilità  del popolo nel credere, nell’individuare la via giusta:

[Dalla Costituzione Pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Luce per le genti  - Lumen Gentium, deliberata dal Concilio Vaticano 2°]
12. Il popolo santo di Dio partecipa pure dell'ufficio profetico di Cristo col diffondere dovunque la viva testimonianza di lui, soprattutto per mezzo di una vita di fede e di carità, e coll'offrire a Dio un sacrificio di lode, cioè frutto di labbra acclamanti al nome suo (cfr. Eb 13,15). La totalità dei fedeli, avendo l'unzione che viene dal Santo, (cfr. 1 Gv 2,20 e 27), non può sbagliarsi nel credere, e manifesta questa sua proprietà mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il popolo, quando « dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici »  mostra l'universale suo consenso in cose di fede e di morale. E invero, per quel senso della fede, che è suscitato e sorretto dallo Spirito di verità, e sotto la guida del sacro magistero, il quale permette, se gli si obbedisce fedelmente, di ricevere non più una parola umana, ma veramente la parola di Dio (cfr. 1 Ts 2,13), il popolo di Dio aderisce indefettibilmente alla fede trasmessa ai santi una volta per tutte (cfr. Gdc 3), con retto giudizio penetra in essa più a fondo e più pienamente l'applica nella vita.

 In questa concezione il popolo è un tutt’uno, parla con una sola voce, il che non accade nella realtà, perché ciò che chiamiamo popolo è formato, come fatto sociale,  da tanti gruppi sociali in relazione e anche in conflitto, ed è la voce  di quelli che prevalgono che arriva ad imporsi sulle altre, le quali  però rimangono. Di fatto nessun popolo appare capace, in senso antropologico, sociologico e culturale, di adesione indefettibile e, anzi, molto spesso vaga qua e là dove lo conducono i rapporti di forza e di interessa al suo interno. Da qui, appunto, continue lotte sociali molto intense che in democrazia si cerca di rendere non violente, con l’accettazione del principio che vi siano diritti inalienabili e come tali intangibili mediante l’uso della forza. Il quella teologia si fa però riferimento non tanto si singoli popoli come essi si presentano storicamente, ma a un  Popolo di Dio che si dice, a volte,  tratto  dai popoli della terra come realmente sono, con il bene e il male al loro interno, e, altre volte,  formato  da tutti i popoli della terra, in base alle relazioni solidali e pacifiche animate dalla fede religiosa. Di fatto, più si universalizza  l’idea di Popolo di Dio, più se ne fa un obiettivo di lungo, e lunghissimo, periodo, immaginandone solo anticipazioni  qua e là, nelle espressioni migliori dei popoli così come sono; più lo si localizza in un ambiente sociale e una cultura particolare, cercando di capire le differenze sociali e la gente com’è realmente, meno appare all’altezza degli ideali religiosi universalistici (è accaduto quando si volle prendere a modello del Popolo di Dio  questo o quel sistema di organizzazione religiosa degli europei, fosse quella centrata sul Papato romano o quelli di un impero nazionale). Infatti, la localizzazione si fa generalmente per esclusione, ritagliando  certe società dalle altre, come fecero i nazionalismi europei e cercando poi di assimilare, al modo dei colonialismi europei le altre.
  Il Papato vorrebbe oggi essere la voce di tutti  i popoli della Terra, a fini di giustizia, per fare pace tra  il Cielo e la Terra e tra i popoli particolari, per dare a ciascuno il suo, in particolare per riconoscere a ciascuno i suo diritti inalienabili,  secondo l’antica concezione della giustizia espressa nel Sesto secolo della nostra era, quando si arrivò ad immaginare un impero  universale animato dalla nostra fede. Questo riesce molto difficile perché popolo  è in realtà un’astrazione che vive nella realtà in molti modi, spesso conflittuali. I conflitti sorgono per ragioni di richiesta di più ampia compartecipazione al potere politico, e sono di tipo democratico, di più giusta distribuzione delle risorse, e allora sono di tipo socialista, o di realizzazione di separazione tra società e culture umane, per vivere tra chi ci è più simile, e allora sono di tipo nazionalista. Pensare di dominare i conflitti costituendo un’autorità di tipo imperiale, universale, sia essa quella di un Papa o di un’organizzazione come le Nazioni Unite, è risultato esso stesso fonte di conflitti. Richiede un uso immane di forza sotto il controllo di un unico centro di potere politico, ciò che degenera di solito nel dispotismo, e poi nella ribellione  e rivolta da parte dei dominati, come accadde nel 1776 nel Nord America, con la rivoluzione statunitense.
  Farsi popolo, vale a dire popolo  deliberante, in una concezione democratica, è compito di tutti e di ciascuno. Si tratta di un lavoro impegnativo, che molti oggi pensano di evitare limitandosi ad esercitare una delega generale ad un personalità eminente e fascinosa, che riesca ad imporsi alla loro attenzione, oggi in particolare con l’ausilio delle reti sociali alle quale in sempre di più di  è quasi costantemente connessi. La via consigliata oggi dalla dottrina sociale è diversa e passa per l’autoformazione e il tirocinio alla democrazia, alla pratica dei suoi valori nella co-decisione. Si tratta di uno sviluppo recente, nel quale è stata molto importante il pensiero e la pratica sociale dei cattolici italiani. Come vogliamo essere popolo?
  C’è, infine, una concezione di popolo che è costruita sulla responsabilità sociale per gli eventi della storia e alla quale non si sfugge. E’ retrospettiva, si fa a posteriori. In questa prospettiva possiamo affermare, ad esempio, che il popolo italiano  è responsabile, collettivamente, della guerra stragista contro l’Etiopia tra il ’35 e il 36, così come, probabilmente, in futuro lo si riterrà responsabile dell’omissione di soccorso stragista verso i migranti che si avventurano nel mare tra le nostre coste e quelle libiche nei nostri giorni. Avvertire una certa responsabilità sociale, non ritenersi come gli antichi sovrani assoluti sciolti da quel tipo di colpa, è ciò che storicamente ha differenziato la sovranità  del popolo secondo le concezioni democratiche da quella delle antiche dinastie sovrane, perché, e ritorno all’inizio del discorso, la legittimazione  delle democrazie sta anche in questo, come parte della giustizia sociale alla quale ogni potere dovrebbe essere finalizzato. In questa prospettiva giustizia è anche accettare di non poter fare agli altri e degli altri ciò che si vuole, per qualsiasi ragione. La democrazia si presenta così anche come un sistema di limiti  e in ciò sta uno dei suoi aspetti rivoluzionari rispetto ad ogni potere che, con qualsiasi pretesto, si voglia assoluto, vale a dire sciolto  da ogni limite.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli