lunedì 22 ottobre 2018

Sacramento di unità


Sacramento di unità

  La relazione che fece mons. Giuseppe Lorizio nel 2006 al mio gruppo del MEIC (della quale di seguito riporto alcuni brani) spiega bene l’importanza che, per la vita di fede, ha la comunità, il gruppo dei fedeli che pregano, ragionano e vivono insieme. Infatti: «se non avessimo qualcuno che in qualche modo ci ha comunicato la fede, noi non crederemmo o comunque crederemmo in modo diverso, dalla famiglia, alla tradizione, all’appartenenza socio-culturale, eccetera, il credere cattolico ha sempre camminato in un orizzonte comunitario». E, se
«[…]il problema, già lo poneva Tertulliano, è se cristiani si nasce o si diventa. E allora nei Paesi in cui si è data, in passato soprattutto, una forte appartenenza cattolica, in fondo ci si è trovati a nascere cristiani. E ci si è dimenticati di “diventare” cristiani.»
bisogna riconoscere che quel problema riguarda anche la vita comunitaria.
Ma anche che
«[…]dalla contrapposizione a questo cristianesimo per nascita o “anagrafico” (risultava anche nella carta d’identità la religione di appartenenza), si è passati alla contrapposizione di un cristianesimo che deve essere accolto individualmente, con l’ulteriore rischio, cioè il rischio opposto, di perdere la sua dimensione comunitaria, e poi ulteriormente, naturalmente, la sua dimensione pubblica.»
 Non si è curato a sufficienza il tirocinio alla vita comunitaria, considerato qualche volta solo come un supporto per lo sviluppo e il sostegno della fede individuale, una sorta di gruppo terapeutico  nel campo della  medicina dell’anima. Né si è data molta importanza alla qualità  di quei gruppi, ritenendo che, tutto sommato, l’importanza era che funzionassero come medicina dell’anima, sia, ad esempio, che facessero molto conto sul prodigioso, su  realtà aumentate, come spesso accade nella spiritualità del miracolo, della personalità miracolosa e miracolante, del veggente ma anche del capo carismatico, che in fondo  è una versione di quella della personalità miracolosa, o che costringessero il credente da curare nell’anima  in una gabbia collettiva di club, o addirittura di setta, come quando l’efficacia della cura  si fa dipendere dal rimanere legati al gruppo. In quest’ultimo caso si è come nel romanzo di James Hilton, Orizzonte perduto, da cui venne tratto un bel film del regista statunitense Frank Capra. Dopo un disastro aereo in Oriente, i superstiti vengono soccorsi dagli abitanti del paese di Shangri-La, una comunità di illuminati che ha il dono di una straordinaria longevità, ma solo fintanto che rimane in quel luogo: non può vivere altrove. Se si cerca di fuggire, immediatamente il corpo marcisce. E’ la versione contemporanea degli antichi culti  misterici. Ma la nostra religione non lo è mai stata. Se lo fosse stata non sarebbe giunta fino a noi.
«E il culto misterico, quando non propriamente ufficiale, Delfi è un esempio tipico ma anche atipico per altri aspetti, i culti misterici dell’età, diciamo, romana avanzata, tardo imperiale, sono culti domestici, sono culti privati, sono culti di piccoli gruppi, i quali però, siccome sono pagani, poi non hanno nessun problema a tributare all’imperatore quello che gli spetta, tanto un dio in più, un dio in meno, che problema gli poteva fare, all’interno di un politeismo pagano. Guardate che le attualizzazioni possibili di questo sono tantissime. Allora il problema diventa ad un certo punto quello di un cristianesimo che si presenta sul sociale, che si presenta nella società con la propria identità, e lì cominciano naturalmente da un lato le accoglienze e dall’altro lato le persecuzioni. Fosse rimasta una religione domestica, ecco,  non so se saremmo qui a parlarne. Per cui a fronte di questa grande diffusione del carattere esoterico di ogni religione e in particolare della religione cristiana, bisogna fortemente rivendicare il carattere essoterico, cioè pubblico. Non c’è niente di segreto. Adesso che ci siamo tolti di mezzo pure il terzo segreto di Fatima,  credo che non ci sia più niente da fare. Il quale segreto, per altro, non faceva neanche parte della Rivelazione, no? La Rivelazione così come deve essere rettamente intesa dal punto di vista dei cristiani è pubblica. E non c’è nulla di segreto. Se eventualmente si dà una iniziazione è perché si cerca in quale modo, didatticamente, di strutturare dei percorsi. Ma l’atto del credere lo si trae da tutta la Rivelazione. Non è che io credo a pezzi. Non so, quando in una certa età della vita credo in Dio, poi credo nella Trinità, poi credo nella Chiesa. Credo insieme tutto questo. E’ un complesso unico. L’iniziazione c’è, ma è un espediente pedagogico.»
Il credere, l’aver fede:
«L’atto del credere puramente affettivo scadrebbe nel devozionismo. Un atto del credere puramente volitivo ci porterebbe quasi a ritenerci più buoni degli altri: “Mi salvo perché lo voglio!”. Un atto del credere puramente conoscenza mi porterebbe a ritenere il cristianesimo una teoria, della società, della vita, della storia. Il tenere insieme questi aspetti comporta allora il passaggio anche dalla dimensione costitutivamente comunitaria del credere a quella che chiamo la funzione pubblica del credere. Però, attenzione, che la dimensione pubblica del credere ha bisogno di continue mediazioni. Cioè non può essere mai verticalmente imposta. C’è sempre da mediare. E quando ha ricevuto queste mediazioni, per esempio a livello  di valori, per esempio entrando nella costituzione di uno stato laico,  per esempio determinando alcune scelte di legislazione –in cui è presente la bioetica…-, quando ciò è successo tutto ciò non esaurisce il credere. L’atto del credere, la fede come atto e come contenuto, trascende sempre e comunque anche le sue espressioni pubbliche, le sue espressioni sociali, le sue espressioni giuridiche. Come trascende le sue espressioni etiche.»
  Significa che non si può mai essere soddisfatti del punto a cui si è arrivati, della soluzione raggiunta, perché pensiamo di essere uniti a Colui che tutti unisce, i viventi e quelli che non sono più tra noi  o non lo sono ancora, tutti i tempi, presente, passato e futuro, e l’unità amorevole del genere umano, non la  cura dell’anima o l’integrità di una cultura religiosa (la via di tradizionalisti e sovranisti religiosi) o, peggio, di una certa stirpe etnica, è il contenuto della missione  che ad ogni fedele è assegnata dalla sua fede.
«[…]la Chiesa è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano,[…]»
[Costituzione dogmatica Luce per le genti - Lumen Gentium, n.1]
  Un disegno grandioso, dunque, ma da realizzare a partire dalle realtà collettive di prossimità. La storia insegna che l’unità non si riesce a realizzare dall’alto: il Papato romano in questo ha fallito. Anzi, è stato storicamente fonte di divisione, pur volendo unire d'autorità, sostanzialmente prevalendo.
 Se per la fede è così importante il tirocinio comunitario, perché la gente di fede non vi si impegna? Perché gli altri, avvicinati nella loro quotidianità, con i loro difetti e le loro esigenze stringenti, sono spesso difficili da reggere. Lo si vede già in famiglia, dove pure si è legati da affetti naturali molto forti. In religione è sempre così: se visto da lontano, si tratti di un dogma o di un consiglio pastorale, tutto è bello e facile; da vicino cominciano i problemi. I sociologi segnalano, all'inizio, una fase di innamoramento comunitario, come nell’amore sessuale, a cui però seguono periodi di stanca e di disamoramento. Scopriamo che gli altri non sono come li immaginiamo e vorremmo che fossero. Ci sono necessari, ma a piccole dosi. Nel film A mia madre  di Nanni Moretti, c’è una battuta che fa così. “Gli altri ti prendono a piccole dosi”, dice un personaggio alla ex fidanzata, che nel film è uno degli alter ego  del regista del film. Questo sopportare gli altri solo a piccole dosi,  salvo che siano inseriti in eventi eccezionali, in realtà aumentate, in Shangri-La di prossimità, sfascia le nostre comunità e, in particolare, rende indispensabile far prevalere nell’organizzazione della parrocchia, per farla sopravvivere, la burocrazia ecclesiastica, per cui ci si mantiene sempre a ricasco  del parroco e dei suoi collaboratori del clero.
  Questo blog vuole essere al servizio di un’esperienza comunitaria molto piccola, quella dell’Azione Cattolica in San Clemente papa, a Roma, Monte Sacro Valli, e, al più dei circa quindicimila che nel quartiere, in qualche modo, credono  secondo la nostra fede. Una minoranza di loro accetta la fatica dell’impegno comunitario, oltre il periodico breve impegno liturgico della Messa. La realtà, forse, non corrisponde alle aspettative. Ma quali sono?  Vorreste che vi stupissimo con effetti speciali  religiosi? Non aspettatevelo da noi dell’Azione Cattolica.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli