Sacramento di unità
La relazione che
fece mons. Giuseppe Lorizio nel 2006 al mio gruppo del MEIC (della quale di
seguito riporto alcuni brani) spiega bene l’importanza che, per la vita di
fede, ha la comunità, il gruppo dei fedeli che pregano, ragionano e vivono
insieme. Infatti: «se non
avessimo qualcuno che in qualche modo ci ha comunicato la fede, noi non
crederemmo o comunque crederemmo in modo diverso, dalla famiglia, alla
tradizione, all’appartenenza socio-culturale, eccetera, il credere cattolico ha
sempre camminato in un orizzonte comunitario». E, se
«[…]il problema, già lo poneva Tertulliano, è se cristiani si
nasce o si diventa. E allora nei Paesi in cui si è data, in passato
soprattutto, una forte appartenenza cattolica, in fondo ci si è trovati a
nascere cristiani. E ci si è dimenticati di “diventare” cristiani.»
bisogna
riconoscere che quel problema riguarda anche la vita comunitaria.
Ma anche che
«[…]dalla contrapposizione a questo cristianesimo per nascita
o “anagrafico” (risultava anche nella carta d’identità la religione di
appartenenza), si è passati alla contrapposizione di un cristianesimo che deve
essere accolto individualmente, con l’ulteriore rischio, cioè il rischio
opposto, di perdere la sua dimensione comunitaria, e poi ulteriormente,
naturalmente, la sua dimensione pubblica.»
Non si è curato a sufficienza il tirocinio
alla vita comunitaria, considerato qualche volta solo come un supporto per lo
sviluppo e il sostegno della fede individuale, una sorta di gruppo terapeutico nel campo della medicina dell’anima. Né si è
data molta importanza alla qualità di quei gruppi, ritenendo che, tutto sommato,
l’importanza era che funzionassero come medicina
dell’anima, sia, ad esempio, che facessero molto conto sul prodigioso, su realtà aumentate, come spesso accade nella
spiritualità del miracolo, della personalità miracolosa e miracolante, del veggente
ma anche del capo carismatico, che in fondo
è una versione di quella della personalità miracolosa, o che
costringessero il credente da curare nell’anima
in una gabbia collettiva di club, o addirittura di setta, come quando l’efficacia della cura si fa dipendere dal rimanere legati al gruppo.
In quest’ultimo caso si è come nel romanzo di James Hilton, Orizzonte perduto, da cui venne tratto
un bel film del regista statunitense Frank Capra. Dopo un disastro aereo in Oriente,
i superstiti vengono soccorsi dagli abitanti del paese di Shangri-La, una
comunità di illuminati che ha il dono di una straordinaria longevità, ma solo
fintanto che rimane in quel luogo: non può vivere altrove. Se si cerca di fuggire,
immediatamente il corpo marcisce. E’ la versione contemporanea degli antichi
culti misterici. Ma la nostra religione non lo è
mai stata. Se lo fosse stata non sarebbe giunta fino a noi.
«E il culto misterico, quando non propriamente
ufficiale, Delfi è un esempio tipico ma anche atipico per altri aspetti, i
culti misterici dell’età, diciamo, romana avanzata, tardo imperiale, sono culti
domestici, sono culti privati, sono culti di piccoli gruppi, i quali però,
siccome sono pagani, poi non hanno nessun problema a tributare all’imperatore
quello che gli spetta, tanto un dio in più, un dio in meno, che problema gli
poteva fare, all’interno di un politeismo pagano. Guardate che le
attualizzazioni possibili di questo sono tantissime. Allora il problema diventa
ad un certo punto quello di un cristianesimo che si presenta sul sociale, che
si presenta nella società con la propria identità, e lì cominciano naturalmente
da un lato le accoglienze e dall’altro lato le persecuzioni. Fosse rimasta una
religione domestica, ecco, non so se saremmo
qui a parlarne. Per cui a fronte di questa grande diffusione del carattere
esoterico di ogni religione e in particolare della religione cristiana, bisogna
fortemente rivendicare il carattere essoterico, cioè pubblico. Non c’è niente
di segreto. Adesso che ci siamo tolti di mezzo pure il terzo segreto di Fatima, credo che non ci
sia più niente da fare. Il quale segreto, per altro, non faceva neanche parte
della Rivelazione, no? La Rivelazione così come deve essere rettamente intesa
dal punto di vista dei cristiani è pubblica. E non c’è nulla di segreto. Se
eventualmente si dà una iniziazione è perché si cerca in quale modo,
didatticamente, di strutturare dei percorsi. Ma l’atto del credere lo si trae da
tutta la Rivelazione. Non è che io credo a pezzi. Non so, quando in una certa
età della vita credo in Dio, poi credo nella Trinità, poi credo nella Chiesa.
Credo insieme tutto questo. E’ un complesso unico. L’iniziazione c’è, ma è un
espediente pedagogico.»
Il credere, l’aver fede:
«L’atto del credere puramente affettivo
scadrebbe nel devozionismo. Un atto del credere puramente volitivo ci
porterebbe quasi a ritenerci più buoni degli altri: “Mi salvo perché lo
voglio!”. Un atto del credere puramente conoscenza mi porterebbe a ritenere il
cristianesimo una teoria, della società, della vita, della storia. Il tenere
insieme questi aspetti comporta allora il passaggio anche dalla dimensione
costitutivamente comunitaria del credere a quella che chiamo la funzione
pubblica del credere. Però, attenzione, che la dimensione pubblica del credere
ha bisogno di continue mediazioni. Cioè non può essere mai verticalmente
imposta. C’è sempre da mediare. E quando ha ricevuto queste mediazioni, per
esempio a livello di valori, per
esempio entrando nella costituzione di uno stato laico, per esempio
determinando alcune scelte di legislazione –in cui è presente la bioetica…-,
quando ciò è successo tutto ciò non esaurisce il credere. L’atto del credere,
la fede come atto e come contenuto, trascende sempre e comunque anche le sue
espressioni pubbliche, le sue espressioni sociali, le sue espressioni giuridiche.
Come trascende le sue espressioni etiche.»
Significa che non si può mai essere soddisfatti del punto a cui si è
arrivati, della soluzione raggiunta, perché pensiamo di essere uniti a Colui
che tutti unisce, i viventi e quelli che non sono più tra noi o non lo sono ancora, tutti i tempi,
presente, passato e futuro, e l’unità
amorevole del genere umano, non la cura dell’anima o l’integrità di una cultura religiosa (la via di tradizionalisti e
sovranisti religiosi) o, peggio, di una certa stirpe etnica, è il contenuto della missione che ad ogni fedele
è assegnata dalla sua fede.
«[…]la Chiesa è, in Cristo, in qualche modo il
sacramento, ossia il segno e lo strumento dell'intima unione con Dio e
dell'unità di tutto il genere umano,[…]»
[Costituzione dogmatica Luce per le genti - Lumen Gentium, n.1]
Un disegno grandioso, dunque, ma da
realizzare a partire dalle realtà collettive di prossimità. La storia insegna
che l’unità non si riesce a realizzare dall’alto: il Papato romano in questo ha
fallito. Anzi, è stato storicamente fonte di divisione, pur volendo unire d'autorità, sostanzialmente prevalendo.
Se per la fede è così importante il tirocinio
comunitario, perché la gente di fede non vi si impegna? Perché gli altri,
avvicinati nella loro quotidianità, con i loro difetti e le loro esigenze
stringenti, sono spesso difficili da reggere. Lo si vede già in famiglia, dove
pure si è legati da affetti naturali molto forti. In religione è sempre così:
se visto da lontano, si tratti di un dogma o di un consiglio pastorale, tutto è
bello e facile; da vicino cominciano i problemi. I sociologi segnalano, all'inizio, una fase
di innamoramento comunitario, come
nell’amore sessuale, a cui però seguono periodi di stanca e di disamoramento.
Scopriamo che gli altri non sono come li immaginiamo e vorremmo che fossero. Ci
sono necessari, ma a piccole dosi. Nel film A
mia madre di Nanni Moretti, c’è una
battuta che fa così. “Gli altri ti prendono
a piccole dosi”, dice un personaggio alla ex fidanzata, che nel film è uno
degli alter ego del regista del film. Questo sopportare gli
altri solo a piccole dosi, salvo che
siano inseriti in eventi eccezionali, in realtà aumentate, in Shangri-La di prossimità, sfascia le nostre comunità
e, in particolare, rende indispensabile far prevalere nell’organizzazione della
parrocchia, per farla sopravvivere, la burocrazia ecclesiastica, per cui ci si
mantiene sempre a ricasco del parroco e
dei suoi collaboratori del clero.
Questo blog vuole essere al servizio di un’esperienza
comunitaria molto piccola, quella dell’Azione Cattolica in San Clemente papa, a
Roma, Monte Sacro Valli, e, al più dei circa quindicimila che nel quartiere, in
qualche modo, credono secondo la nostra fede. Una minoranza di loro
accetta la fatica dell’impegno comunitario, oltre il periodico breve impegno
liturgico della Messa. La realtà, forse, non corrisponde alle aspettative. Ma
quali sono? Vorreste che vi stupissimo con effetti
speciali religiosi? Non
aspettatevelo da noi dell’Azione Cattolica.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli