giovedì 11 ottobre 2018

Noi e il potere religioso


Noi e il potere religioso

  Ho spesso accennato al potere religioso. La religione si apprende, quindi c’è quello dei maestri. Questo si osserva anche nelle religioni primitive. Ma nella nostra confessione ha assunto un aspetto caratteristico, che non c’era alle origini, ma è stato progettato a partire dall’anno Mille.  E’ ancora strutturato come quello di  un impero feudale, con un centro molto forte, che è la Santa Sede, il Papa e gli uffici della Curia che lo aiutano, e monarchi locali con ampia autonomia, i vescovi. Dal punto di vista giuridico, delle norme che lo regolano, il potere centrale governa tutti gli uffici locali, li può fare e disfare senza alcun limite. Il potere centrale è ancora di tipo imperiale proprio perché, giuridicamente, non incontra alcun limite: è scritto nel Codice di diritto canonico vigente. Questa struttura di potere la si è appresa dagli imperatori civili nel corso del Medioevo, un lungo periodo storico europeo con caratteristiche comuni che gli studiosi individuano tra il 5° e il 14° secolo della nostra era. Ma essa ha subito importanti cambiamenti nella lotta contro le concezioni illuministiche, liberali, socialiste e democratiche, negli ultimi due secoli. In particolare si è molto accentuato il legame ideologico tra il Papato e le masse, che prima riguardava solo il ceto colto, gli intellettuali. L’ultima spettacolare svolta si è avuta dagli anni Sessanta, con l’emergere dell’umanità del Papa regnante e un particolare vincolo di affetto tra i fedeli e il Papa: dagli anni Sessanta tutti i Papi sono stati “buoni”. Il primo ad essere definito popolarmente “Papa buono” fu, appunto, Angelo Giuseppe Roncalli, Giovanni 23°. Buono  nel senso di vicino alla gente. In precedenza la persona del Papa era stata molto sacralizzata, tanto che giungendo davanti ad un papa ci si inginocchiava. La sua umanità veniva in qualche modo occultata, per non sminuire la sacralità della funzione.
  Nel 1870, in un epoca in cui il Papato si sentiva minacciato nel mondo, e in particolare in Italia dal liberalismo e dal nazionalismo, il Concilio Vaticano 1°, interrotto per la conquista militare di Roma da parte delle truppe del nuovo Regno d’Italia, deliberò che si dovesse seguire senza tante discussioni la dottrina del Papa sulle più importanti verità di fede, confidando che per virtù soprannaturale egli avrebbe indicato la via giusta. A tanto non si era arrivati neppure nel Cinquecento e Seicento, durante la durissima polemica con le Chiese formatesi seguendo la Riforma  avviata da Martin Lutero. La decisione di quel Concilio valse a poco sul piano della polemica filosofica e teologica, ma potenziò molto la forza politica espressa dalla nuova dottrina sociale che iniziò ad essere diffusa dal Papato dal 1891, con l’enciclica Le novità - Rerum novarum, con lo scopo principale di mobilitare le masse popolari in suo soccorso, in particolare nella contrapposizione con il Regno d’Italina nella “Questione romana”, le rivendicazioni politiche del Papato sulla città di Roma.  Di fatto i teologi a fatica riescono ad individuare nelle pronunce del Papato successive alla decisione del  Concilio del 1870 quelle a cui si può attribuire quella particolare affidabilità che loro deriverebbe per virtù soprannaturale. In un caso, quello dell’enciclica Il Vangelo della vita - Evangelium vitae, diffusa nel 1995 da Karol Wojtyla - Giovanni Paolo 2°, fu l’autore stesso ad usare particolari espressioni per significare di volere esercitare quel particolare magistero garantito da quella che i teologi chiamano  infallibilità, insomma per chiudere la questione una volta per tutte. Quel documento trattava delle questioni di etica riproduttiva.
  Di fatto, per quanto si possa cogliere fin dalle origini una certa continuità nelle idee chiave della teologia fondamentale della nostra fede, le concezioni religiose, anche quelle più importanti, si sono molto trasformate nella lunga storia delle nostre collettività di fede e, ad esempio, non crediamo più esattamente nello stesso modo in cui si credeva nell’anno Mille.
   Dagli anni Sessanta si è cercato di allargare la cerchia di quelli che sono ammessi a condividere il potere religioso supremo, in modo di dare voce a tutte le nostre comunità. Una delle manifestazioni di questa tendenza si è avuta proprio in prossimità del  Sinodo sui giovani in corso, con la Costituzione Apostolica «La Comunione episcopale - Episcopalis communio» di Papa Francesco sul Sinodo dei Vescovi,  deliberata il 15.9.18 e diffusa il 18.09.2018, con la quale si è deciso che il documento finale deliberato da un Sinodo, qualora il Papa abbia concesso al quel collegio di vescovi potestà deliberativa, partecipa del Magistero ordinario del Papa,  un volta che sia stato ratificato e deliberato dal Papa.  Perché Magistero  ordinario? Se ne è voluta escludere l’infallibilità. E’ infatti pubblicato con le firme del Papa e dei membri del Sinodo, e non si è voluto allargare la platea degli infallibili.
  L’emergere dell’umanità della persona del Papa, che, come ho osservato,  è un fatto molto recente, può creare problemi. Le persone, anche le più grandi, possono deludere, viste da vicino. E questo anche se si tende a sollecitare una sorta di affettuoso culto della personalità, come si è fatto da san Karol Wojtyla in poi per cercare di tenere unito il gregge nonostante le aspre divisioni ideologiche. Queste ultime ci sono sempre state, fin dalle origini e ve n’è traccia anche negli scritti neotestamentari. Il fatto nuovo è che, dall’Ottocento, hanno coinvolto politicamente le masse. In precedenza se ne faceva essenzialmente, a livello del popolo, una questione solo religiosa. E’ da metà Ottocento, in particolare in Italia, che le masse sono state coinvolte direttamente  nelle lotte politiche del Papato.
  Ai tempi nostri quelle lotte sono particolarmente accese, anche se mascherate da una unanimità amichevole solo di facciata. Sono in questione direttamente la teologia e l’ideologia politica del Papa regnante, quelle chiaramente espresse nell’enciclica Laudato si’, del 2015. Quando si lotta, come sempre, gli umili vengono travolti, non ce se ne cura più di tanto. Nell’impeto della lotta diventano invisibili.
  Una delle principali armi ideologiche utilizzate sono le questioni sull’etica riproduttiva, che implicano anche la concezione che si ha della donna e del suo ruolo nella società. Per millenni le donne furono come inchiodate alla maternità. La teologia, espressa fino ad epoca recente da maschi celibi, non ha una visione realistica della questione.  Nella pratica pastorale gli atteggiamenti sono invece molto cambiati. Quindi abbiamo una teologia che le spara grosse e una pastorale che cerca di recuperare le persone criminalizzate dalla teologia. Questa è la situazione, che non potrà cambiare tanto presto, proprio perché la teologia che vi è implicata viene utilizzata anche come arma in quelle lotte di potere di cui dicevo.  
  Parlando con la persone che incontro, mi capita che mi si chieda come la penso su quei temi, ad esempio sull’aborto. Rispondo che non costituiscono il centro della mia fede. Che è mia consuetudine chiamare le cose con il loro vero nome, senza enfatizzare, insultare, umiliare e criminalizzare inutilmente. Quindi non ho mai dato delle assassine alle donne che avevano abortito volontariamente (molti aborti sono prodotti dalla nostra biologia, sono fatti naturali) e dei sicari ai medici che avevano praticato l’aborto. Non l’ho mai fatto e continuerò a non farlo. Ma so bene che, come credenti, si è impegnati a evitare l’aborto. E’ un’antica convinzione di fede che trova fondamento, lo capite bene, nelle nostre Scritture. Perché si abortisce volontariamente? Ha detto bene l’altro giorno Papa Francesco: è la società che ne crea le condizioni, lasciando sole le donne, e  non solo loro, loro e le loro famiglie. E’ dunque cambiando la società, aiutando la famiglia e migliorandone le condizioni di vita,  che si fa la più valida prevenzione dell’aborto, che, lo ricordo, è sempre stato praticato largamente dalle donne cattoliche, in particolare da quelle dei ceti più poveri,  che rischiavano di più con nuove maternità, anche quando era colpito come reato dalle leggi degli stati e si faceva con metodiche pericolose per la salute e addirittura per la vita delle donne. L'aborto volontario, spesso presentato come manifestazione di insaziabilità egoistica, è in realtà, in genere, la conseguenza, e quindi l'espressione sociale, di forme di povertà, materiale, sociale, morale, spirituale.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli