I nuovi santi e il nostro problema di coscienza
1. Chi ha meno di
sessant’anni non ha vissuto consapevolmente i tempi di Giovanni Battista
Montini, che regnò in religione come papa Paolo 6° tra il 1963 e il 1978. E
molti di quelli più giovani non hanno avuto né il tempo né il desiderio di approfondire.
E ancora non li hanno. Vivranno quindi superficialmente le celebrazioni della
canonizzazione che si farà oggi e che non riguarderà solo Montini, ma anche
Oscar Romero, assassinato in una chiesa, durante la Messa, nel 1980, da
arcivescovo di San Salvador, nel piccolo stato centroamericano di El Salvador,
al tempo di una repressione fascista: egli seguiva e insegnava una delle
versioni della teologia della liberazione,
filone di pensiero e d’azione iniziato durante la conferenza del 1968 del Consiglio
Episcopale Latino Americano - CELAM - svoltasi a Medellin, in Colombia, e
inaugurata dal papa Paolo 6°. Si tratta di una teologia sostanzialmente
scomunicata da san Karol Wojtyla (il quale pure ne fece proprie alcune istanze),
che non fece proclamare la santità di Romero, invocata a gran voce dal popolo
latino americano. E’ stata riabilitata da Jorge Mario Bergoglio, Papa
attualmente regnante, il cui magistero ne va considerato uno dei frutti.
La teologia della liberazione, che si presenta
come il più importante movimento di riforma in linea con gli indirizzi del
Concilio Vaticano 2° succeduto a quella grande assemblea di vescovi con il
Papa, tenutasi a Roma tra il 1962 e il 1965, partiva dalla compassione per i
poveri, coloro che vivevano situazioni economiche e sociali di oppressione e di
emarginazione, dal considerare questa,
la povertà reale, come un male anche
dal punto di vista religioso frutto di sistemi economici e sociali che potevano
essere riformati, e dal concepire l’impegno religioso innanzi tutto come
solidarietà, protesta e azione di riforma in favore dei poveri, mediante uno
stile di vita personale e comunitario di
povertà spirituale, intesa come disponibilità alla volontà divina. Farsi poveri, dunque, vale a dire
disponibili a quella volontà, per soccorrere i poveri, gli oppressi ed
emarginati, riformando la società, e questo come dovere religioso. Da qui il
tema centrale della teologia della liberazione: l’opzione preferenziale per i poveri. Non si tratta però di qualcosa
di facoltativo, osservò il teologo
Gustavo Gutiérrez nell’introduzione
all’edizione del 1988 del suo libro del
1971 Teologia della liberazione (edito
in traduzione italiana da Queriniana), come se la si potesse fare o non fare
come credenti, perché non è facoltativo l’amore che dobbiamo ad ogni persona
senza eccezione. Si volle esprimere, con quell’espressione opzione preferenziale per i poveri, il carattere libero e
impegnativo della decisione. Perché farsi
poveri per aiutare i poveri sconfiggendo le cause sociali della povertà?
Il motivo ultimo, scrisse Gutierrez nel testo che ho citato, non sta
nell’analisi sociale di cui facciamo uso, nella nostra compassione umana o
nell’esperienza diretta che possiamo
avere della povertà: «[…] il
povero è preferito non perché sia necessariamente migliore degli altri dal
punto di vista morale e religioso, ma perché Dio è Dio, Colui per il quale “gli
ultimi sono i primi”. Questa affermazione perentoria si scontra con la nostra
frequente e angusta maniera di intendere la giustizia, ma è proprio questa
preferenza a ricordarci che le vie di Dio non sono le nostre vie (Isaia 55,8)».
Fu il Concilio Vaticano 2° a
indicare la via per un impegno religioso
per cambiare il mondo, in particolare deliberando la Costituzione pastorale La gioia e la speranza - Gaudium et spes, per il motivo che in religione si insegna
autorevolmente che abbiamo un unico Padre e che quindi siamo una sola famiglia,
noi, tutta l’umanità, solidali e solleciti verso gli altri come si è in famiglia, come descritto nella prima frase della Costituzione dogmatica di quel
concilio Luce per le genti - Lumen
gentium:
«Le gioie e le speranze, le tristezze e le
angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che
soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei
discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel
loro cuore», questa la frase iniziale della Costituzione
La gioia e la speranza.
In
altre parole, secondo quella teologia, per un credente è intollerabile
l’esistenza di situazioni di oppressione e di sfruttamento. La via dell’impegno
per la riforma sociale è quella di farsi
poveri nel senso di disponibili a
seguire veramente la via religiosa, ripudiando ogni compromesso. Questa
prospettiva priva di fondamento teologico qualsiasi forma di conciliazione che comporti l’accettazione dell’oppressione e
dello sfruttamento e quindi i tanti modelli di sacralizzazione dei poteri
civili nei quali la Chiesa storicamente si compromise, intendendola come male
minore e in vista di benefici materiali
e sociali che la fecero ricca e potente in un mondo di oppressi e sfruttati. E,
nei suoi più recenti sviluppi, indica quella della liberazione dall’oppressione
e dallo sfruttamento come una via di salvezza
non solo per i poveri in senso
materiale, ma per tutti. L’ingiustizia sociale, se non corretta, farà affondare
le società intere, non solo la loro parte posta ai margini.
L’eco di quella concezione è
evidente in un documento come l’enciclica Laudato
si’, diffusa nel 2015 da papa Jorge
Mario Bergoglio, gesuita latinoamericano, regnante come Francesco in religione.
2. Ci si illudeva che le idee del Concilio
Vaticano 2° sarebbero state ben accolte dalle nostre comunità religiose. Parte
di esse erano però coinvolte nelle molte sacralizzazioni
politiche attuate nel mondo, in
particolare nell’Occidente, tanto permeato dalla nostra fede. Del resto, il
dominio degli europei su quasi tutto il resto del mondo si era compiuto secondo
la più spettacolare di quelle sacralizzazioni, quella che considerava le
stragiste guerre di conquista degli europei come espressione di una missione
religiosa evangelizzatrice. Essa fu particolarmente evidente nell’America
Latina, caduta sotto il dominio delle monarchie cattoliche di Spagna e
Portogallo.
Il Concilio Vaticano 2° aprì la
via, nei successivi cinque anni a vivacissimi fermenti religiosi che, ad
esempio, condussero al nuovo statuto dalla nostra Azione Cattolica, approvato
nel 1969 sotto la Presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e, come sopra ho
ricordato, al movimento di riforma prima
pensato nella linea della nuova dottrina sociale di quel Concilio e poi deliberato come parte del Magistero nel 1968 nel corso della conferenza di Medellin del Consiglio
Episcopale Latino Americano. Ma anche a veementi polemiche all’interno della
Chiesa tra le fazioni dei riformatori e dei reazionari, che volevano tornare
alla conciliazione tra religione e politica attuata sotto il Papato di Eugenio
Pacelli - regnante come Pio 12° dal 1938 al 1958. Si temette che la Chiesa
potesse sfasciarsi. Il nuovo, ad esempio le nuove liturgie nelle lingue
nazionali, era sorprendente, ma si stavano lasciando tante sicurezze del passato:
sembrò che mettere la religione nelle mani del popolo, ad esempio facendogliene
comprendere i riti, la mettesse in pericolo. Parlare tanto di povertà sembrò che mettesse in pericolo
l’ordine sociale che garantiva la sopravvivenza stessa della Chiesa. Ecco
quindi che da subito, fin dall’anno in cui il Concilio si chiuse, si cercò di
porvi rimedio correggendo l’impostazione conciliare e cercando di
frenarne gli sviluppi. Nell’articolo di due giorni fa su La Repubblica Alberto
Melloni ha ricordato alcune decisioni in quel senso del papa Paolo 6° e, in
particolare, l’impulso alla preparazione di una Legge fondamentale della Chiesa,
una vera e propria costituzione come si davano gli stati, che avrebbe corretto interpretazioni ritenute eccessivamente
riformiste della teologia conciliare (i lavori, iniziati nel 1965, nel novembre
che precedette la conclusione del Concilio,
e proseguiti negli anni ’70, non ebbero seguito), i tentativi di normalizzazione dell’Ordine dei Gesuiti, che staccandosi da una storia generalmente
conservatrice e addirittura reazionaria avevano iniziato a procedere
velocemente nella via indicato dal Concilio Vaticano 2°, la decisione di
convincere l’arcivescovo di Bologna, Giacomo Lercaro, uno dei protagonisti di
quel Concilio, di lasciare la sua carica, dopo un’omelia contro i bombardamenti
statunitensi nella guerra in Vietnam, nel 1968. Ma anche decisioni, e
soprattutto azioni, in senso diverso.
Il papa Paolo 6° morì nel 1978 angosciato da quella situazione
che ho cercato di descrivere. Fu ad un uomo dell’Europa Orientale, rimasta
sostanzialmente indenne da quel travaglio perché caduta nel dominio del
comunismo ateo di scuola sovietica e dunque libera da certi sensi di colpa
degli Occidentali, in quanto immemore del suo passato ma tutta concentrata sul
suo difficile presente, che fu affidato il compito di moderare gli influssi
riformistici conciliari. A Paolo 6° successe Giovanni Paolo 2°. Il nuovo Papa, forte del suo grande carisma personale, fece ciò che ci si aspettava da lui procedendo ad una estesa opera di repressione
teologica e clericale, tuttavia senza raggiungere gli eccessi di inizio
Novecento nella persecuzione del modernismo,
e commissionando e approvando il Catechismo della Chiesa
Cattolica, deliberato nel 1992 non solo come sussidio ma come documento
ideologico normativo. Da oggi saranno santi,
quindi proposti a modello per i
credenti, i Papi del Concilio, Giovanni 23° e Paolo 6°, e il Papa che del
movimento innescato dal Concilio volle essere moderatore e censore, Giovanni
Paolo 2°. Il primo diede l’impulso, l’ultimo cercò di frenare: Paolo 6°
espresse tendenze intermedie, desideroso ma anche timoroso del nuovo. Ad un
franco sguardo retrospettivo bisogna riconoscere che il governo del papa
Giovanni Paolo 2° spense gli aneliti conciliari, silenziandone ma non sopendone
del tutto le controversie, ostacolandone
gli sviluppi nel pensiero teologico, conducendo i cattolici italiani, che dal
suo influsso furono particolarmente plasmati, in una sorta di stato di
incantamento di stasi, che è la nostra condizione attuale, nell’Italia di oggi.
Ma anche la via percorsa da Paolo 6° appare insufficiente. Ciò che gli era in
parte riuscito durante il Concilio, tenere tutti insieme a prezzo di qualche
concessione al passato, non funzionò nella società: non si riuscì ad
organizzare dal vertice una via moderata al cambiamento, innanzi tutto cercando
di dilazionarlo nel tempo, in modo che fosse assunto a piccole dosi.
Oggi si celebra la vita di persone proposte come esemplari in religione,
ma è su che cosa vogliamo essere, noi, oggi, che dovremmo riflettere. Perché il
dilemma che si presentò negli anni ’70, che tanto travagliarono la vita e il
ministero del Montini, riguarda anche noi. Andare avanti o tornare indietro? E
a che velocità andare avanti?
La Chiesa è spaccata
verticalmente come allora. Movimenti di impostazione sostanzialmente
neofascista reclamano una nuova sacralizzazione
della loro politica. Da soli, più
che sventagliare qualche rosario qua e là, non riescono a fare, non gli basta.
Hanno bisogno di una teologia e di un magistero compiacenti. Si è diffusa, in
Europa, e anche da noi in Italia, una mentalità da assediati. Chi sono gli
assedianti? Sono i poveri che si voleva liberare e salvare secondo gli auspici del Concilio Vaticano 2°,
per liberare e salvare tutti, anche quelli che avevano avuto la parte
migliore: dall’ingiustizia e dal duro destino che attende gli ingiusti, man
mano che la loro ingiustizia si afferma travolgendo le società da cui dipendono
anche loro le vite di privilegiati. Si è immemori della cause sociali della
povertà, e si getta sui poveri la colpa della povertà. La giustizia viene di
nuovo concepita come il dare a ciascuno
il suo, ai ricchi la ricchezza, ai poveri il loro triste destino: il
problema della povertà, così, ridiventa questione di ordine pubblico, da
trattare per le spicce con metodi polizieschi, invece che questione sociale.
Da che parte stare? Verso dove
muoversi?
La fabbrica dei santi non aiuta,
perché ha proposto come esemplari figure di capi religiosi che indicavano vie
diverse: Roncalli, Montini, Wojtyla e Romero.
Rimaniamo con il nostro problema
di coscienza. Farsi poveri o accettare quel tanto di povertà o
ingiustizia che ci rende possibile la nostra tranquillità di europei, capitati
in una delle società più sviluppate, e quindi più ricche, del mondo? La via
originaria del Concilio, espressa dal magistero di Roncalli e Romero, quella
attenuata di Montini, quella della stasi, del non più di così, di Wojtyla.
Quanto a quest’ultima, se ne possono vedere i frutti nella Polonia di oggi,
alla quale anche parte dell’Italia sembra guardare di nuovo, come negli anni
’80, per trarre esempio.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte
Sacro, Valli